mercoledì 22 luglio 2026

Giacomo Sartori

Quando tratta di terra Giacomo Sartori non gli attribuisce un’aura filosofica o metafisica. Parla proprio del suolo, di Buche e Letame, dell’Aria e dell’Erosione. Essendo un agronomo abituato a calarsi nel fango e ad annusare e a scrutare ogni sedimento e a toccare con mano quello che poi racconta con garbo e passione sa che “la terra è groviglio e connessioni e bilanciamenti, continuo divenire. E sintesi”. Le osservazioni elencate da Giacomo Sartori sono più che ragionevoli: alla voce Pellicola, subito all’inizio, si percepisce già la natura tanto importante quanto fragile della terra: “Le radici e le reazioni della vita si ammassano in quella pellicola estremamente ridotta. Molti magnifici vini, i deliziosi porcini, e il pane e le patate, nascono lì”. Per essere sicuro di coglierne la dimensione, Giacomo Sartori è ancora più prosaico: “La nostra attuale alimentazione, ma anche quella del futuro, dipendono entrambe da questa esigua pellicina, che ricopre le aree emerse dove il clima è più clemente, come una glassa di gran qualità”. Questo strato ridotto di superficie si inserisce in un contesto molto più ampio e complesso e basta seguire le progressioni dei Lombrichi nell’omonimo capitolo per rendersi conto che “la natura è tutta una rete di legami, e tutto si intramezza, tutto si fonde, tutto si metamorfosa, con incessanti scambi di energia e perfino di geni”. Negli svolgimenti successivi, da Sostanza organica a Vita dalle Terre di montagna all’Acqua conducono a una conoscenza specifica: Giacomo Sartori è chiarissimo nell’esposizione che è ricca ed efficace nello stesso tempo, spesso frutto di esperienze dirette. La concentrazione che il Sillabario della terra dedica a uno specifico tratto dell’ambiente è sinonimo di un’attenzione di certo non sporadica, che racconta e spiega molto bene l’insostituibilità della terra e il rischio di ferite irreparabili, che cominciano dallo sfruttamento senza alcun limite, come se non ci fosse un domani, e come se fosse infinita. Il peso dell’agricoltura industriale, con tutti i suoi apparati meccanici e chimici, l’incidenza della Guerra non sono soltanto i limiti di uno sviluppo a senso unico, ma anche le deformazioni della percezione stessa della terra. Su questo Giacomo Sartori non esita a sottolineare le responsabilità che portano alle Terre avvelenate e ai Deserti ed è lapidario a ricordarci che “gli umani fanno i danni, e quando questi sono troppo gravi per essere riparati se ne vanno. Dalle loro devastazioni esala qualcosa di enigmatico, che sfugge alla logica e al buon senso”. Detto questo, il Sillabario della terra è una guida pratica a districarsi in quella che nell’introduzione di Paolo Pileri viene chiamata “una società sempre più innaturale” e lascia intravedere un equilibrio o se non altro una riflessione che non è più rimandabile perché come già diceva Wendell Berry in Il corpo e la terra: “Il collegamento con la terra è salute. E ciò che la nostra società fa del suo meglio per nasconderci è come la salute sia semplice e raggiungibile da tutti. Ci rimettiamo la salute, e creiamo malattie e dipendenze che sono fonte di profitti, perché non riusciamo a vedere i diretti collegamenti che esistono fra vivere e mangiare, fra mangiare e lavorare, fra lavorare e amare”. Utile, concreto, esplicito, il Sillabario della terra è un manifesto in cui leggere il futuro, prima che sia troppo tardi.

giovedì 9 luglio 2026

Michele Casiraghi

Lo stile del falco è nitido, preciso, in rilievo. È un rapace, un predatore, segue l’istinto e la fame. Il falconiere è pieno di dubbi, incertezze, tentennamenti. È umano. Tra i due si sviluppa un’assiduità, una forma di dipendenza che li lega e nella reciprocità si manifesta come “un donare libero verso qualcosa di inafferrabile”. Le esigenze del falco sono semplici, spontanee, naturali. Aria, luce, acqua e sangue. Quelle del falconiere sono più complesse, a tratti nebulose: solo nel volatile, nella bellezza e nell’elegante essenzialità dei comportamenti, trova un riscontro tangibile. Il falco è sincero e conferma: “Lasciai presto il nido, nutrivo il bisogno di scoprire il mondo. Non era solo una curiosità ma una vera necessità”. Dalla madre, che lo accudiva e lo sfamava, al falconiere che lo lega, lo incappuccia, lo addestra. I bisogni primordiali sono appagati, forse la libertà ha un prezzo, e il falco si lascia sfuggire, con una saggezza tutta sua, che “basta sorvolare e tutto scorreva meglio”, e non è difficile cogliere la sottile ironia del caso. Eppure la simbiosi tra i due, per quanto riuscita, rimane provvisoria. L’Analisi di un rapace in picchiata osserva aspettative, limiti, opzioni, contraddizioni di un legame, mettendo in risalto il ruolo dell’altro, che, nel migliore dei casi, è imprevedibile ed è sempre così, non soltanto tra uomo e animale. L’equilibrio si incrina con un colpo di scena del tutto accidentale, ma efficace, che apre scenari inesplorati. Da quel momento, il falconiere, una volta conclusa la caccia ed espletati i rituali verso il falco è preda di affanni molto umani, troppo umani: “Non riesco a separarmi dalla sensazione che la vita sia avvolta dalla menzogna, da una farsa che si estende al modello culturale, politico e sociale di cui tutti si lamentano. Quell’angoscia nascosta nasconde un disegno più grande della maschera quotidiana, che non riesce a cadere”. Le parole di Shakespeare, Schopenauer, Bulgakov, Spinoza, Goethe, Freud, Plotino, Dante, per quanto richiamate nel corso di Lasciati assalire, concedono soltanto ipotesi e risposte parziali: il falconiere, ammiratore più di tutti di Oscar Wilde, riconosce che “un confronto con l’altro è lo specchio che riflette le cose al di qua della barricata”. Nella somma di vincoli tra falco e falconiere, la trasformazione che sottintende Lasciati assalire è imponderabile come l’agguato a una pernice ai margini di un bosco ed è lì che Michele Casiraghi trova una voce essenziale e raffinata, capace di attraversare più livelli di interpretazione e di attribuire alle personalità del falco e del falconiere i giusti connotati, anche quando si confondono all’interno di un rapporto ispido e di un dialogo improbabile, rendendo credibili i rispettivi tormenti. Lasciati assalire è un esordio originale e coraggioso quando prova a spiegare che “la natura è feroce e anche se proviamo a contrastare qualche raggio efferato, prima o poi girato l’angolo ci trafigge. Accettare la sensibilità e la debolezza, tenere il cuore scoperto e annegare arroganza e aggressività, è una difficile impresa. È in questi stati di apertura che le cose succedono e il mondo ti accoglie”. Il volo superbo del falco nel cielo sgombro di nuvole e i passi notturni del falconiere sugli antichi e levigati ciottoli della città stanno agli antipodi, ma hanno in comune la bellezza della vulnerabilità e dato che “il potenziale dell’imperfezione è troppo sottovalutato”, Lasciati assalire brilla nei contrasti di rifrazioni e ombre e nel conflitto di esseri (umani e non) che provano a trovare un accordo con se stessi.

lunedì 29 giugno 2026

Domenico Paris

La band non si discute ed è tutto: è il sogno ed è la realtà, è l’attesa per la grande occasione e la roulette russa quotidiana con le contingenze della vita, che prima o poi presentano il conto. Il dogma vale in ogni caso, dai Mötley Crüe agli Hanoi Rocks, ma assume un valore stringente quando riguarda un gruppo di ragazzi della provincia abruzzese, dall’ipotetica Campi di Vezio, che, giunti alla soglia dei fatidici trent’anni senza aver concluso un granché sono sull’orlo di chiudere una volta per tutte le chitarre dentro le relative custodie. La storia dei Beautiful Losers (sempre sia lodato Leonard Cohen) stava per finire così, quando con un messaggio di posta elettronica arriva, inaspettata e sorprendente, la proposta di un contratto discografico con una minuscola etichetta discografia romana. Siamo già alla fine del primo decennio del ventunesimo secolo, l’industria discografica è morta e sepolta, ma come direbbero i diretti interessati “dunque, confidiamo nel destino, immaginiamoci l’inimmaginabile, consideriamo tutto quello che ti pare, ma andiamo avanti così”. La svolta prevede un piccolo, sensibile aggiustamento nel nome che diventa Beautiful Loserz, e un tuffo carpiato e senza rete nell’ennesima rock’n’roll fantasy, ma anche nella convinzione di farcela, una volta nella vita. L’ingenuità, per fortuna, fa il resto: Paolo, Luca, Gago, Tony, Walter, Gualtiero si lasciano travolgere dagli eventi ben sapendo che “non esiste nessun collante che può tenere uniti i membri di una band come un certo tipo di incoscienza condivisa”. Se l’incisione dell’agognato disco d’esordio riesce senza particolari patemi, nel tour i Beatiful Loserz interpretano lo stile selvaggio del rock’n’roll nel migliore dei modi con un’aderenza ai cliché (i cliché sono tali proprio perché funzionano così) che non lascia spazio a fraintendimenti ed equivoci. La vita sulla strada, da un concerto all’altro, è una maratona estenuante: la difficoltà di far convivere diversi livelli emotivi con il grado sguaiato di camaraderie, il caos prima e dopo lo show, tutta una meccanica di abbracci, brindisi e pasticci (senza sosta), scherzi e chiacchiere, è un continuo ribaltarsi di fronte, mentre serpeggiano inevitabili i conflitti. È evidente anche nel costante sovrapporsi della prima personale singolare con la corrispettiva plurale perché l’esistenza di gruppo impone di pensare a tutti, e ognuno ha il suo modo di interpretare vizi, abitudini, tentazioni e deviazioni. Qui non si scappa, ed è una questione di attitudine: da Venezia a Taranto, il concetto elementare di sesso, droga e rock’n’roll viene reiterato dai Beautiful Lozerz con partecipazione assoluta e Domenico Paris, che sa benissimo come funziona, riporta ogni sfumatura con un linguaggio colorito, privo di limiti o censure, zero politically correct, che frulla l’onomatopea, il gergo, il dialetto, le inevitabili inflessioni anglosassoni in un flusso inarrestabile, agrodolce, divertente e caotico, ma alla fin fine persino commovente. I singolari psicodrammi (a partire dalle tensioni familiari di Paolo, chitarrista e frontman nonché narratore, per l’occasione), le disavventure, gli eccessi e i sacri mal di testa del giorno dopo diventano via via relativi quando, prepotenti e luminosi, emergono tutta la sofferenza e il trasporto che servono per arrivare a quell’unica epifania, sul palco, che non è mai garantita. Lo spiega bene Paolo, e vale anche per capire cos’ha di speciale La spalla sinistra di Malcolm Young: “Ci sono delle serate nella vita di un musicista, di un qualsiasi musicista, intendo, immediatamente prima delle quali sai già che tutto andrà alla grande: questione di adrenalina ben canalizzata, di paura positiva, di contesto stimolante, di pubblico giusto. Ognuna di queste cose, ben mescolata con le altre, contribuisce a creare quella divina magia che ogni tanto ti tocca per portarti nell’Olimpo spirituale dei suoni”. L’epilogo (sì, arrivano pure gli AC/DC, per forza) è un ultimo, ripetuto ed estremo tributo al rock’n’roll e grazie a Domenico Paris per averlo celebrato per quello che è: una folle esplosione di energia e una preghiera per Elvis, e non serve altro.

lunedì 22 giugno 2026

Amedeo Anelli

C’è un equilibrio nel Tactus di Amedeo Anelli la cui eleganza è determinata da una genuina semplicità che segue i versi ed è così che “ci accompagna una pioggia sottile e l’odore di erba fresca appena tagliata nel lento sparire delle cose nel tempo flessuoso e stratificato degli eventi delle immagini”. È un’occasione luminosa che si forma “a sguardo fermo e mente sgombra” e senza dubbio ha un’aura “di chi è nell’anima del dio” e riesce a plasmarla nella mutevole realtà delle parole. La grazia di Tactus è una dimensione speciale, raccolta e condensata: gli accenti si susseguono con l’andatura di piccole suite, tutte legata una all’altra da una comune e diffusa atmosfera. Il tatto di Amedeo Anelli ha il sapore delle campagne e del fiume, “l’impasto di terra acqua e aria”, e riesce a far convivere il ritmo dei passi e il battito della musica, strade battute ed evocate con un vocabolario di altri secoli dove il tabarro e la gamella riportano al ricordo di un calore semplice, quello di una stufa economica, con il contrasto spontaneo della neve caduta da troppo tempo nell’oblio e che ormai è buona solo per la poesia. A distinguere le panoramiche e i dettagli che si inanellano in Tactus è proprio “il desiderio e la fragranza delle cose in tempi paralleli, il ricordo del futuro, il futuro di ciò che è stato e figura forme attraversate dall’ombra delle cose”. L’afflato per le “cose” naturali si contrappone e si unisce a quello per l’essere, dalla propensione affettiva alla constatazione acre della realtà, dove “il silenzio è duro come la terra, la sensibilità di alberi centenari, in parte scortecciati dal tempo, guardo nei tuoi occhi le care immagini, nei volti di tempi paralleli, dove sono saremo saranno stati”. Tactus gode di questa mirabile armonia, frutto di una ricerca scrupolosa delle parole e delle loro cadenze, ma anche di una percezione corporea dei gatti e di altri animali, degli amici, di “una nebbia mozartiana” e nei richiami alla pioggia e nell’elogio del vento, e, più in generale, in una vocazione per “la solidità delle cose” così come si distinguono nella serie Per voce sola. La declinazione del verbo è comprensiva di dover raggiungere “la consapevolezza che non si può fingere di non sapere che sottile molto sottile è lo spazio di libertà per la maggiore liberi di scegliere quello che altri hanno scelto secondo usura”, e si capisce la scelta di Amedeo Anelli dalle fonti e dai punti di riferimento resi espliciti in Tactus. Gli omaggi e le dediche sono distribuiti come una semina generosa tra i solchi con Roland Barthes, Luciano Erba, Aleksandr Blok, Eugène Ionesco, Osip Mandel’štam, Boris Pasternak, Robert Musil, Giuseppe Ungaretti, Edgardo Abbozzo. Insieme alle composizioni di Bach e Debussy, assecondano “la spirale logaritmica dei nostri affetti” dove la voce di Amedeo Anelli si fa intima e accorata perché “l’existere delle cose” cresce nella convinzione che sarà “quella bellezza che salverà il mondo se noi avremo occhi per vederla nella lingua degli uccelli e del mondo organico e inorganico nel grande ponte dei secoli lo scorrere minuto nel respiro della pronuncia a piena voce”. Tactus è una piccola guida per sopravvivere alla “rabbiosa follia dei tempi”, da leggere, rileggere e tenere a portata di mano.

venerdì 5 giugno 2026

Claudio Magris

Partenza e ritorno a Gorizia, terra di frontiera, dove l’incedere dei tempi non lascia tregua. Prima le guerre mondiali, poi Tito e Stalin, le fratture e i confini che sfuggono e “quel vuoto pneumatico creato dai cicloni e anticicloni della storia”, che divide gli amici, legati dalle letture, l’Edipo Re e il Martin Fierro e molto altro, e dalla ricerca dell’assoluto. Attorno ai punti focali occupati da Enrico Mreule e Carlo Michelstaedter, l’ellisse di Un altro mare racconta in punta di dita che “l’unica realtà conoscibile è la conoscenza di chi conosce” e riconosce comunque che “le parole possono solo echeggiare altre parole, non la vita”. Riconosciuta questa crepa, attratto dall’incognito e dall’avventura, Enrico Mreule si imbarca per la Patagonia con la dichiarata intenzione di intraprendere un percorso  molto più elaborato della lunga navigazione oceanica: “Voleva scrivere del suo viaggio, del bene e del male di partire, di quel pericoloso e indegno amore di sé che c’è nella nostalgia e nel desiderio di ritorno e che rende schiavi, come ogni amore di se stessi. Questo viaggio non sarà una fuga, partire un po’ morire, ma vivere, essere, stare fermi. Saranno le paure, le ambizioni, le mete a fuggire e a svanire”. La decisione di Enrico è coraggiosa: vuole trovare nella steppa, nella solitudine e nell’ombra quel “mutare ricco di colpi di scena, che piace tanto ai poeti, ai cantori del mito e della metamorfosi” e che, a volte, coincide con la vita. Il confronto con quello che Schopenauer chiamava “l’infinito spirito della natura” viene troncato dalla fatica, dal dolore e dalla malattia ed Enrico è costretto a rientrare, lasciandosi alle spalle un congruo epistolario e un alone di incompiutezza. Ristabilito nel territorio goriziano, dove affida il lavoro nei campi a una volonterosa famiglia, Enrico si avvede che “i giorni si sovrappongono, si confondono e si cancellano” e Un altro mare si concentra “a quante cose vive e vicine restano indecifrabili e inascoltate”, compresi i volti degli amici che sono sfumati negli anni. La figura tragica di Carlo Michelstaedter, altrove definito da Magris “uno dei più grandi poeti-filosofi contemporanei nutriti di pensiero greco”, trova una nobile collocazione dato che “ha celebrato la persuasione ossia il possesso presente della propria vita che invece troppo spesso gli uomini, incalzati dalla retorica, sacrificano e bruciano nell’attesa di qualcosa che deve sempre venire e che non è mai. Persuasi, capaci di vivere il presente, sono i bambini; quando corrono, non corrono per raggiungere qualche meta ossia per averla già raggiunta, per essere già arrivati, per aver smesso di correre, ma semplicemente e soltanto perché amano correre”. Oltre a Michelstaedter, in Un altro mare appare un’altra personalità rilevante per Magris, Biagio Marin, che forse “ha scritto molto, troppo, ma a queste critiche rispondeva che la sua poesia era come il mare e il vento, che conoscono l’onda tempestosa e la bonaccia e trascendono la voce del poeta che le trasforma in canti”. Sono le loro voci a definire un coro appassionato e dolente nel ricordarci che “la civiltà è la storia degli uomini incapaci di vivere persuasi, che costruiscono l’enorme muraglia della rettorica, l’organizzazione sociale del sapere e dell’agire, per nascondere a se stessi la vista e la coscienza del loro vuoto”. È quello che si desume dall’ondeggiare di Un altro mare, poi è giusto e doveroso ricordare anche che “la verità è un’incepparsi delle cose”, ed è lì l’orizzonte dove il desiderio e i suoi limiti coincidono.

lunedì 18 maggio 2026

Gianfranco Di Fiore

L’Irlanda non è una cartolina e la vita da emigrante è qualcosa di indefinibile tra la fuga, l’esilio e il confino. C’è tutta un’intensa complessità nello sguardo che si riflette dall’autore nel protagonista, a sua volta narratore trascinato dall’inarrestabile flusso di coscienza che è la vera arma segreta di Bauhaus. La trasferta a Enniskerry in cerca di un angolo di riposo per “il nuovo romanzo da scrivere e i libri da leggere” si rivela ben presto un incubo opprimente. Ospite della famiglia del cugino Mauro e della moglie Olivia, deve occuparsi insieme ad altre due babysitter, Sara e Gema, dei figli Vincenzo, Isabella, Blonad e Sirsha condizionati da un regime alimentare ed educativo quanto meno distorto. Il clima nella villa da cui si vede “il mare d’Irlanda” è asfissiante al punto che gli capita di confessare: “È questo silenzio riempito di vento, questo contemplare spaesato la potenza della natura che mi blocca i pensieri, e mi fa piangere con gli occhi asciutti; ritrovarsi lontano da casa, senza una casa amica”. Il conflitto e la frattura sono soltanto all’inizio: l’attrito tra la sofferenza di essere fuori posto (come figlio, fratello, amico) e le urgenze quotidiane di una famiglia caotica (per usare un eufemismo, e speriamo per loro sia solo fiction), è lancinante. Non è da meno il sentirsi straniero, relegato in una stanza dove un topo può diventare amico e compagno di malinconia insieme alle voci, quanto mai adatte, di Tim Buckley, Chet Baker, Elliott Smith e Nick Cave. Così nel ripetersi delle condizioni umilianti per la prole e per tutti, si procede tra drammi casalinghi (compreso un principio di incendio) e diversivi alcolici ed erotici in lungo e in largo per l’isola, dalle scogliere di Moher a Belfast. L’idea della scrittura, in particolare della gestazione di un libro tutto da inventare, è rimandata a un altro spazio e un altro tempo perché “puoi immaginare e leggere, darti da fare con i romanzi di chi ti ha preceduto, studiare i versi dei poeti più importanti e cazzo qui in Irlanda ce ne sono di autori che hanno scritto pagine meravigliose e nobili, eppure, dinanzi alla vita, tutto il sapere e la storia dei documenti, ogni narrazione perde di senso, diventa quasi una macchinazione puerile”. Lo scontro è inevitabile e allo scrittore non resta che il desiderio urlato dentro se stesso: “Vorrei fuggire via da questa enorme casa ai limiti del bosco e volare alto, aggrappato a dei palloncini gonfi di musica, e bussare alle porte di chi mi ha voluto bene o cercato anche solo dentro a un ricordo; sarebbe bello correre sulla schiena delle nuvole grigie e piovose,  disperderne le forme in minuscole particelle di ghiaccio e cancellare questa triste giornata, passando di città in città, e così planare dall’alto sopra i tetti delle case dove mi hanno dato da mangiare; farei qualsiasi cosa per liberarmi da quest’isola avvolta nella nebbia e dalle mie sconfitte, dalle occasioni per amare che ho lasciato intorpidire nell’orgoglio, e ritornare a occuparmi della mia vita e di tutto ciò che la letteratura ha ancora da insegnarmi”. Mentre l’insofferenza cresce, insieme alla nostalgia di un altro mare e di un’altra casa, un coro di personaggi accompagna il suo tentennante work in progress: il pensiero di Lodovica e la realtà di Tamara, l’amicizia di Sandro (da lontano) e quella di Mario (in arrivo dall’Italia) che prelude al ritorno. Sì, perché è vero che “uno scrittore non può esistere al di fuori delle proprie assuefazioni” ma alla fine, sotto una pioggia persistente, diventa chiaro che “bisogna partire, tornare a casa, ridiscutere impegni e progetti, trovare storie da scrivere, amare, scusarsi con le persone che abbiamo lasciato, scandagliare le fabbriche e i mercati e gli uffici per provare ad avere un lavoro serio”. Nel suo svolgersi Bauhaus è senza dubbio la testimonianza che “la letteratura ha il potere di annullare il mondo e il tempo presente, è una piena viscosa in cui ogni elemento si tiene insieme, mentre straripa, travolgendo tutto ciò che incontra lungo la via”. L’elenco delle letture, tra cui Erskine Caldwell, Jack Kerouac, Virginia Woolf e Sándor Márai, pare confermarlo, oltre ad aggiungere al diario irlandese un tocco di classe in più.

mercoledì 15 aprile 2026

Cesare Pavese

Le analisi di William Faulkner, Edgar Lee Masters, Sinclair Lewis, John Dos Passos, Richard Wright, Theodore Dreiser, Gertrude Stein, Sherwood Anderson su cui si sono formate generazioni di lettori valgono ancora oggi, e così La letteratura americana e gli altri saggi di Cesare Pavese acquistano la dimensione di un vero e proprio caposaldo, a cui è utile tornare, ogni tanto. Secondo Italo Calvino, l’approccio di Pavese vuol dire molto per “ragioni poetiche e umane”, e non solo nel trovare una giusta ubicazione alla letteratura americana e all’America tout court, che secondo lui “non era un altro paese, un nuovo inizio della storia, ma soltanto il gigantesco teatro dove con maggiore franchezza che altrove veniva recitato il dramma di tutti”. Nello scandagliare lo sviluppo di una letteratura moderna, l’attenzione di Pavese, pur affascinato e coinvolto da Moby Dick o da Foglie d’erba non si lascia fuorviare perché  “la verità, per la nuova America come per la vecchia Europa, è che dal nulla non nasce nulla; e che, specialmente nella sfera della poesia, nulla di notevole nasce se non ispirandosi a una cultura autoctona o, se tale non può essere il caso, a una cultura almeno seriamente e definitivamente assimilata dalla razza e dalla nazione”. D’altra parte uno degli apprezzamenti principali, ovvero il concetto di ultimate grip of reality, fondamentale per una rinnovata aderenza della letteratura alla realtà, costituisce un perno attorno a cui ruota la percezione complessiva della letteratura di Pavese. Gli altri saggi, associati alle disquisizioni letterarie acquistano più spessore con il passare del tempo. Le riflessioni sono limpide, articolate, puntuali e si snodano a formare una visione intellettuale, una capacità di leggere il mondo, e la vita, in parallelo o insieme alla letteratura con la convinzione che “il narratore, il poeta, l’operaio della fantasia intelligente, deve anzitutto accettare il destino, esser d’accordo con se stesso”. Le indagini sul mito, (“Il mito è insomma una norma, lo schema di un fatto avvenuto una volta per tutte, e trae il suo valore da questa unicità assoluta che lo solleva fuori del tempo e lo consacra rivelazione. Per questo esso avviene sempre alle origini, come nell’infanzia: è fuori del tempo”), sulla poesia (“La poesia è l’immagine chiara di ciò che nell’esperienza ci è parso oscuro, misterioso, problematico. In qualunque esperienza. E in qualunque momento storico ci tocchi di vivere”), sulle contingenze di ogni giorno (“La vita si popola si arricchisce di eventi insostituibili che, appunto perché accaduti una volta per tutte e sovrastanti alle leggi del mondo sublunare, valgono come moduli supremi della realtà, come suo contenuto, significato e midollo, e tutte le vicende quotidiane acquistano senso e valore in quanto ne sono la ripetizione o il riflesso”) e sulle simbologie (“I simboli che ciascuno di noi porta in sé, e ritrova improvvisamente nel mondo e li riconosce e il suo cuore ha un sussulto, sono i suoi autentici ricordi. Sono anche vere e proprie scoperte. Bisogna sapere che noi non vediamo mai le cose una prima volta, ma sempre la seconda. Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo”) sono di una ricchezza inestimabile e conferiscono a La letteratura americana e altri saggi la dimensione del classico. Pavese è rigoroso e insieme coraggioso e molto pratico nell’identificare strumenti e obiettivi, modelli e traiettorie. La sua posizione rispetto all’umanesimo e alle culture non occidentali, e alla loro collocazione, è trasparente, ed è utile ricordarlo: “Ci sono culture che vegetano a un gradino inferiore della storia, per essere il problema di maturare di assurgere a quel virile tragico istante che è l’equilibrio dell’individuale e del collettivo, è lo stesso che per l’anarchico ribelle in calzoni corti il problema di crescere tragico eroe, consapevole della storia”. L’urgenza di queste distinzioni sono soltanto una parte di una responsabilità che Pavese richiama spesso: “Ma ci sembra che il tempo sia giunto: o adesso o mai più. In un’epoca come la nostra in cui chi sa scrivere pare non abbia più niente da dire e chi comincia ad aver qualcosa da dire non sa ancora scrivere, l’unica posizione degna di chi pure si sente vivo e uomo tra gli uomini ci sembra questa: impartire alle masse future, che ne avranno bisogno, una lezione di come la caotica e quotidiana realtà nostra e loro può essere trasformata in pensiero e fantasia”. Infine, Pavese apprezza e riconosce spesso gli sforzi e d’altra parte ha l’umiltà di riconoscere il limite quando ammette che “il difficile è distinguere, a volta a volta, fin dove siamo parole anche noi”. Dovendo ricominciare da qualche parte basta riaprire un breve articolo polemico del 1950, Cultura democratica e cultura americana: il titolo dice già tutto e le due pagine valgono come se fossero state scritte ieri. Obbligatorio.

venerdì 10 aprile 2026

Ilaria Vajngerl

La famiglia resta un mistero e una specie di luogo estraneo a quello che succede nel mondo, che si consuma in una follia lontana ed estrema. Non è comunque un luogo sicuro, e nemmeno così statico, anzi. La perentoria affermazione contenuta nel titolo è dedicata a Gioia che, con un nome sibillino ed enigmatico, è figlia, moglie, madre, nipote e lascia intendere di raccogliere in sé tutte le metamorfosi femminili quando dice: “Mi pareva che fossimo la stessa persona, che non avessimo confini e che non esistesse neanche il tempo”. Quest’ultimo è un fattore decisivo che non guarda in faccia nessuno: nel suo perentorio avanzare, i legami assumono tratti differenti, che coinvolgono il buon vicinato, gli amici, le conoscenze occasionali e, nel caso specifico di Gioia, persino l’apparizione di un volto sconosciuto e misterioso. L’arcano non durerà molto, ma prima, quasi fosse costretta a superare una serie di esercizi e di prove, Gioia dovrà affrontare emergenze e ricordi con Maria, Anna e il gatto (Clementino), perdite e dolori, silenzi e assenze, a partire da quella del figlio, Michele, che si è trasferito in Canada. Le mutevoli e fragili forme dell’amore si traducono in un tatuaggio, una telefonata, una pianta, un taglio di capelli, un paio di forbici: Nel sangue ho solo il tempo è disseminato di minuscole note che vanno collegate una per una con pazienza per avere l’intera sinfonia. La dimensione del racconto è intima, accurata, preziosa. Ilaria Vajngerl ripercorre su e giù, in lungo e in largo l’albero genealogico di Gioia ed entra nella vita dei personaggi in punta di piedi, ma poi non li molla più e li segue secondo per secondo, illustrando tutte le impressioni attraverso il filtro di un’osservazione acuta, ed essenziale. Ogni dettaglio può cambiare il momento e la direzione della storia: un buco nel maglione, una spilla, un paio di occhiali, la differenza tra un fazzoletto di stoffa e uno di carta perché “un fazzoletto di carta credo che consoli meno”,  e qui qualche lacrima sgorga con facilità. A maggior ragione, le variazioni climatiche e stagionali del paesaggio subalpino che vengono annotate (“Il sole comincia a tramontare, le nuvole si impregnano di luce, le colline diventano viola. Fra poco posso andarmene, è quasi ora di cena, tanto qui non combino nulla di buono”) come uno scenario parallelo. Il corso degli eventi umani e quello degli sbalzi naturali si intersecano perché all’età di Gioia “ormai non c’è altro, solo i giorni che passano”. Il tempo è sospeso, immaginato in una dimensione instabile e lei dice che “è un tempo lontanissimo, e lo posso guardare da così vicino che ho paura di disturbare”. L’intimità, tutta domestica delle riflessioni, è turbata solo da un viaggio sull’Atlantico come se attraversare un intervallo oceanico, potesse servire a colmare lo scarto tra figli e genitori, implicando il ritorno a essere madre e la necessità di affrontare un varco temporale. È un momento che funziona un po’ da cerniera nello svolgersi di Nel sangue ho solo il tempo che, nella complessità delle emozioni raccolte ed elaborate, colpisce per la discrezione e l’attenzione con cui Ilaria Vajngerl affronta le svolte, le partenze e gli arrivi, le tradizioni e le consuetudini, i segreti e le rivelazioni che determinano e condizionano la vita famigliare. La brevità, già sperimentata con Le magie, pare essere la misura stilistica adatta e qui si espande a un romanzo conciso ed elegante, sviluppato anche con una certa leggerezza, come la intendeva Italo Calvino, dove ogni gesto, ogni dettaglio, comprese le sfumature autobiografiche, è un sortilegio, un piccolo incanto, uno spazio aperto. Comprensivo di una delicata resa alla scrittura che Ilaria Vajngerl, con la voce della sua protagonista, riconosce così: “Avrei voluto che sparissero anche tutte le parole, invece si ingigantivano come nuvole prima della tempesta”. Spesso, e soprattutto in famiglia, basterebbe quello, ma il più delle volte non c’è alternativa, bisogna proprio buttarle giù.

domenica 4 gennaio 2026

Claudio Magris

Ecco il classico esempio per cui una raccolta di articoli diventa qualcosa di più: una visione d’insieme sulla letteratura, sulla sua efficacia, sui legami che offre, sulle possibilità e sui limiti naturali. Dura un attimo il giorno ne offre un quadro articolato e complessivo che Claudio Magris riesce a trasmettere con le proprietà di una lingua diretta, elegante, priva di inutili complicazioni. Nel titolo, mutuato da un verso di Biagio Marin, c’è già l’idea che “ogni attimo è un tessuto impalpabile di molti futuri, di cui qualcuno potrà realizzarsi e altri resteranno potenziali, ma non meno reali delle loro imprevedibili possibilità latenti”. C’è questo afflato costante, coerente e appassionato, dall’insegnamento alla traduzione (“Tradurre significa ricreare una storia o un destino, facendoli restare sé stessi e insieme diventare altri”), dalla poesia alla prosa, in particolare per la narrativa e le storie laddove “raccontare, non solo sulla pagina romanzesca, anche a voce, parlando, dà vita a ciò di cui si narra, è la sua generazione e il suo atto di nascita”. Protagonista assoluta è “la magia della scrittura, la sua trascinante e inquietante capacità di dire le cose, di trasformare dei segni silenziosi di una storia, in avventura, amore, guerra”. Magris parte dalle coordinate di riferimento mitteleuropee, segue uno per uno i “capolavori falliti” del ventesimo secolo secondo Raffaele La Capria e le ombre che non se ne vanno, pezzi di memoria che si compongono come rotte su mappe variabili. La Germania divisa e poi riunita, il Faust nelle diverse espressioni, la riflessione, molto interessante su umano e non-umano, Trieste e il mare sono soltanto le tappe di un’ampia panoramica, un modo di intendere la vita che implica uno specifico rapporto con la scrittura e la lettura. L’incedere e la misura sono sicuri: consapevole della fragilità della letteratura, ma anche della sua indispensabilità, Magris si pone proprio all’interno di un intimo legame per e con il lettore ovvero “quel rapporto e quel dialogo che costituiscono l’autentica lettura, in cui chi legge diventa quasi un coautore di tutto ciò che il resto desta e trasforma in lui”. C’è molto di Magris anche nelle recensione altrui dove trova spesso l’occasione per commiati e necrologi, giusto a sottolineare anche una rete di rapporti e di appartenenze, di complicità e amicizie. Un approccio sistematico e raffinato tenendo presente che “i nomi salvano le cose, le persone, la vita” e Dura un attimo il giorno ne colleziona un bel po’. Le passioni inossidabili di Claudio Magris, da Salgari e Kipling in poi, si estendono a Michael Krüger, Stelio Mattioni, Primo Levi, Gregor von Rezzori, Giorgio Negrelli, Javier Marías, Gianni Stuparich, Martin Pollack, Zigmunt Bauman, Ligio Zanini, Carlo Michelstaedter, Norman Manea, Johannes Urzidil, Gabriele Tergit, Ivo Andrić, Thomas Mann, Joseph Roth, Ismail Kadare, Robert Musil, Francesco Pietro Cristino, Stefan Zweig, João Guimarães Rosa, Maurizio Serra, Daniele Del Giudice, Hilde Spiel e l’amico Mario Vargas Losa e poi Svevo, Pasolini, Kafka, Hölderlin, Borges fino al Moby Dick di Melville. Letture, rivisitazioni e ritratti sono puntuali e ricchi di intersezioni che Magris indaga ed esplora senza sosta, e con trasporto ribadendo che “la scrittura è forse un filo di Arianna che aiuta non a uscire dal labirinto ma a penetrarvi da tutte le parti, ad avvolgerlo, in modo da depistare il cammino che vuole condurci verso l’uscita”. C’è anche un aspetto selettivo, ormai una rarità, perché non è proprio obbligatorio conoscere ogni presunto best seller o leggere Il codice da Vinci perché lo fanno tutti. Magris ricorda che “occorre un motivo per fare una cosa, non per non farla” e questa sì è una distinzione più che mai necessaria.

mercoledì 29 ottobre 2025

Paolo Scardanelli

Un magma di simboli e segnali emerge nelle circostanze di un omicidio avvenuto in una remota località sull’Etna. Belletti, trasferito a Catania dopo il caso del Lupo, si ritrova una vittima di nazionalità tedesca, e poco altro. Deve viaggiare fino ad Amburgo, andata e ritorno e più di una volta: è una guida, un osservatore, molto abile e astuto, il caso ha una sua evidenza logica, il colpevole è già scritto, ma si trova fuori dalla sua giurisdizione. L’ostacolo delle lingue è relativo, questa è gente che ha “letto troppo Seneca” e trova un modo di confrontarsi. Le digressioni filosofiche architettate da Scardanelli qui sfociano in un terreno molto fertile perché se “tutto è segno”, il nuovo caso del commissario Belletti è un trionfo di contrasti e contrapposizioni: la giustizia e la vendetta, la ragione e il sentimento, la Sicilia e la Germania, il nord e il sud, la cucina a base di maiale e quella con il pesce, la montagna e il mare, il professore e gli allievi, la realtà e la sua invenzione. Tra tutti anche l’incontro tra Romeo, il cane dell’assassinato, e Belletti che lo adotta e viene adottato a sua volta. Romeo sembra capire tutto e se non partecipa al discorso generale è soltanto perché non ha la facoltà della parola. D’altra parte i dialoghi svelano molto della natura dell’uomo e il confronto non spaventa Belletti, anzi, lo stimola a cercare un disegno superiore. Dietro l’omicidio sulle falde dell’Etna resta solo un indizio, la dedica nelle pagine di La morte di Empedocle di Hölderlin. La tensione arriva dal passato, fantasmi di una furia omicida che il tempo e le sconfitte non hanno placato. Il dramma si rivolge contro Bruno Richter, un insegnante, responsabile degli ideali che fibrillano come forze magnetiche sotterranee perché “aneliamo l’oltre, non senza ragione, e spesso ne rimaniamo bruciati”. È il 1986, il mondo sta cambiando, o è già cambiato, ma i tormenti delle cronache e del tempo riportano alla lotta armata e ai fantasmi imbottiti di ideologia dato che “il mondo, nel frattempo, andava avanti seguendo le sue orbite, era sprofondato all’inferno ed era riemerso e noi ancora qui, quarant’anni dopo”. Belletti sembra immune dalla complessità sottintesa dal movente dell’omicidio: il suo scopo non è riscrivere la storia o adeguarla all’evenienza. L’istinto lo porta a semplificare la caccia, la dialettica, più forbita che mai nell’occasione, a trovare una cornice complessiva, forse un motivo, un senso generale, ammesso che possa esistere. Ci sono distanze che non appartengono alla geografia e i viaggi di Belletti ci ricordano soltanto che “tendiamo a rimuovere ogni cosa, le nostre paure come i nostri sogni”. La soluzione deve essere tutta lì e va cercata nei confronti con i corrispettivi tedeschi, con il questore e con il procuratore che si aspettano quei risultati che non tarderanno ad arrivare Belletti si trova più a suo agio con Romeo che comprende tutto a un livello particolare e che è la dimostrazione concreta che “siamo piccoli mortali, bestie comprese, soggetti al principio e alla fine; la natura naturata no: essa è rocce, che hanno milioni d’anni, e oceani che incessantemente le lambiscono, venti e fenomeni atmosferici compresi”. Il vulcano resta lì, un’ombra che non si sposta, con tutto il suo peso e il suo enigma, mentre la strofa iniziale, e quella finale, di Hurt, si presume nella versione di Johnny Cash come già nelle precedenti puntate, resta come una specie di addio, ma è più probabile che sia soltanto un arrivederci. 

mercoledì 22 ottobre 2025

Pierluigi Lucadei

Partendo dal rapporto personale con le canzoni, con i dischi e con le atmosfere che evocano, Pierluigi Lucadei ricorda che “i primi mesi del nuovo millennio brillavano di una libera associazione di idee e propositi, sogni e utopie che ci sembravano realizzabili con i nuovi strumenti in nostro possesso”. Grandi aspettative, belle speranze, tutte naufragate nel corso di una singola estate e da allora “il mondo non ha più galleggiato dentro una bolla di ingenuità e meraviglia come quei mesi”. Verissimo. L’11 settembre 2001 e, qualche settimana prima, il G8 di Genova, sono stati gli snodi dell’inaugurazione di un secolo che era già finito lì. La musica in qualche modo l’aveva intuito e la caratteristica dominante dei dischi collezionati in Forever Ago ruota attorno a un’introspezione più o meno forzata che vede in Neil Young, un nome che ricorre spesso, come un padre putativo. Per riprendere il titolo più recente, quello dedicato a Iechyd Da di Bill Ryder-Jones, siamo nel “crepuscolarismo post-traumatico”, definizione complessa, ma che rende alla perfezione: un quarto di secolo che se ne è andato, non benissimo, e venticinque album vengono scelti e illustrati uno per uno per ogni anno. La moltiplicazione ha i suoi effetti perché, come viene detto in occasione della dissertazione su Piccoli fragilissimi film di Paolo Benvegnù, alla cui memoria è dedicato Forever Ago, “c’è il medesimo rispetto per la canzone e per la sua complessità, ma anche un modo altro, un po’ lunare, di osservare le cose”. Lucadei sembra applicarsi nello stesso modo nel vivisezionare, tra gli altri, High Violet dei National, Push The Sky Away di Nick Cave, North Star Deserter di Vic Chesnutt, e poi opere di Tame Impala, Marianne Faithfull, Bon Iver (che presta anche un pezzo di titolo), Feist, Beck, Rufus Wainwright, Big Thief, Idles, Kings of Convenience e Niccolò Fabi. Concentrarsi sull’album è una scelta perentoria, con un significato specifico, in “un’epoca in cui è stato possibile concedere ancora del tempo all’ascolto di un disco, lasciando che si espandesse giro dopo giro dentro il lettore”. Visto che nell’arco di tempo sottinteso da Forever Ago  l’ascolto è mutato in direzioni imprevedibili, spesso relative, è giusta anche un’osservazione più estesa e ancora più attuale: “L’album è oggi un vero atto di resistenza, uno dei pochi modi rimasti per negare il consenso a una scansione frenetica del tempo e a una gestione schizoide della propria attenzione”. Dovendo sceglierne uno vale la pena di partire da Yankee Hotel Foxtrot dei Wilco, un passaggio emblematico per tutta una serie di motivi, anche extra musicali, che infine Lucadei descrive come “un disco di canzoni spettrali. In alcuni momenti non si ha neppure l’impressione di ascoltare canzoni vere e proprie, ma la loro radiografia. Come in un’alternanza di opacità e trasparenze, di bianchi e neri, la musica si avventura in un’operazione di scheletrizzazione che sfuma la realtà e le fa assumere contorni ambigui”. Quello scritto per l’album dei Wilco, vale quasi per tutti, data la comune caratteristica malinconica e riflessiva, sottolineata anche dalle storie dolorose che hanno alle spalle questi dischi e queste canzoni. Lucadei le segue nel dettaglio fino a chiedersi: “Quant’è sottile la linea che ci separa dal collasso se ciò che costruiamo si basa su fondamenta così fragili?”, e il tentativo di rispondere alla domanda si trasforma nei racconti di una Disperata necessità di cambiamento per Anohni and the Johnsons, dei Frammenti di un delirio di Aldous Harding, di una Jam session in cucina per Fiona Apple, delle esplorazioni Tra il regno dei vivi e il regno dei morti di Sufjan Stevens o di Una grande festa psichedelica degli Animal Collective o dei Fottutissimi ricordi dei Band of Horses. Lo sguardo e l’ascolto sono originali e acuti, tanto che la musica pare davvero L’ultimo avamposto di umanità come recita il titolo del primo capitolo, dedicato a The Sopthware Slump dei Grandaddy. Siamo ancora nel 2000, ma sembra trascorsa un’intera era geologica.

lunedì 19 maggio 2025

Roberto Florindi

La generosità è il vero talento che emerge dall’esordio autobiografico di Roberto Florindi condiviso con un alter ego in funzione di narratore e una personalità che si sviluppa per gradi, per tentativi e a tappe forzate. È il Misternessuno che si sente “buffo”, ma che in realtà sarebbe più appropriato dire goffo. Le titubanze di un adolescente dell’hinterland milanese, le scoperte di un ragazzo spedito a collaudare impianti farmaceutici ai quattro angoli del mondo, le emozioni adulte di fronte alle sconfitte e ai fallimenti, ma anche alle gioie e alle rivincite, vengono descritte con un tono informale, accattivante e senza particolari complessità. È chiara l’intenzione di condividere un’esperienza toccante: Misternessuno si eleva di fronte alle difficoltà come uno spirito indomito a cui serve spazio e tempo per mostrarsi. Avviene nel momento più drastico, un licenziamento improvviso e imprevisto, che chiude una porta, ma spalanca altri orizzonti che partono da un’antica passione, il nuoto, arrivano ad affrontare la disabilità e per finire alle magie radiofoniche. Gli inizi sono complicati: Misternessuno è ancora nell’ombra, anche se davanti alle limitate possibilità e a un destino già segnato, ha le idee molto chiare ed è molto giovane quando dice: “Io non volevo andare in fabbrica. Ecco cosa sicuramente non volevo fare”. Prova il calcio, la piscina, gli alpini e gli aneddoti si susseguono uno dopo l’altro, anche un dubbio lo circonda e lo ammette senza paura: “Non combinavo mai nulla, ma tutti mi davano delle responsabilità”. È una metamorfosi difficile, piena di incognite e di svolte repentine. I primi passaggi importanti avvengono nei viaggi di lavoro che per Misternessuno costituiscono l’opportunità per uno sguardo sul mondo: prima a Londra, poi in Etiopia, Cile, India e in lungo e in largo per l’Europa, le trasferte sono opportunità per spalancare gli occhi e per misurare i propri limiti. I contrasti diventano scintille di energia quando si trova a confrontarsi con tradizioni, usanze, costumi e regole diventano relativi rispetto alle emergenze emotive di Misternessuno che è sensibile ed è ancora nel pieno corso di “un fiume in piena, un’insoddisfazione continua, una ricerca della felicità che sembrava sfumare di giorno in giorno”. Poi, in un giorno qualsiasi, l’azienda per cui aveva preso un aereo dopo l’altro, circumnavigando per anni il globo terrestre, gli indica la porta nel giro di mezz’ora, senza appello. Capolinea. Non sarà né l’ultima né l’unica occasione che metterà Misternessuno alla prova, ma proprio in quel brutale momento, questa figura parallela coltivata con assiduità svela tutte le sue potenzialità. Come scrive Carlo Oriani nella prefazione “il vero talento, forse, non è quello che ci rende eccezionali agli occhi degli altri, ma quello che ci fa sentire a casa dentro noi stessi”, e per Misternessuno è ora di ricominciare daccapo e di ritornare all’inizio. L’acqua è una scelta naturale e la piscina diventa il nuovo, antico habitat da cui decollano dozzine di propositi, iniziative e incontri. È quello il momento in cui, finalmente,  Misternessuno si aggrappa alla felicità, che è sempre una creatura delicata e sfuggente, per cui lasciatevi raccontare come è successo: potrebbe essere contagioso. 

giovedì 20 marzo 2025

Claudio Magris

Strane creature, le polene, esseri dallo sguardo indefinito e dalle forme fluttuanti, oggetto di desideri e censure nella stessa misura. Legno intagliato e incastrato nella prua delle navi proiettate sul mare, sono figure enigmatiche che nascondono e rivelano ondate di storie. Attorno ai profili di sculture che hanno un’utilità relativa, più che altro ornamentale, Claudio Magris costruisce una rete di connessioni e relazioni, partendo proprio dall’espressione di quei volti appesi alla chiglia: “All’inizio c’è dunque un occhio sgranato e malevolo al pari delle perfide onde, simile a un pesce, con ciglia e sopracciglia irte come pinne sul dorso. L’occhio è l’uovo da cui usciranno le figure femminili protese a prua, i seni regali, le mani che cercano di velarli portando una rosa al petto, i volti composti, le labbra socchiuse”. È vero, salvo qualche rara e buffa eccezione, puntualmente riportata, la polena ha le sembianze di una donna a cui viene affidato un compito gravoso, scrutare verso l’orizzonte, come spiega Claudio Magris: “L’oltre lo vedono le polene femminili, con i loro occhi spalancati su imminenti e inderogabili catastrofi, i loro volti generici e i loro sorrisi elusivi, i seni magnanimi e inappellabili. È la donna che fissa il tremendo”. La navigazione è una sfida irta di incognite e pericoli, riti e superstizioni, “naufragi e tempeste”, vento e bonaccia, collezioni di miti e conchiglie, scoperte e catastrofi, e se “la polena è messa lì, in prua, a scrutare ciò che agli altri è interdetto e fatale, a violare l’interdizione e a prenderne su di sé la colpa e le conseguenze”, il mare, è il vero protagonista, in tutte le sue accezioni, ed è così che lo descrive Claudio Magris:  “Il mare è il sublime per eccellenza; è grande e semplice, solitario, insondabile nella tranquillità e indomabile nella tempesta, ricco di tragedie e catastrofi, di seduzione e di obliosa perdizione. Lo sguardo che scivola come un vento sulla sua distesa senza fine scorge l’anonima uniformità di un futuro indeterminato che fa rabbrividire”. È tutto in quella vista: gli occhi del mare, immobili, attoniti e dilatati nell’essenza della loro inutilità, “sono un compendio di tutte le sventure”, contengono visioni e magie nonché la certezza che “il tempo si arresta nella felicità e nella morte”. Tutto questo perché, si capirà, la polena “nella nostalgia marinara, è l’anima della nave, la sua fisiognomica, il suo volto nel quale trapela l’intima natura della nave stessa, il suo ventoso ardimento, la sua panciuta avidità, la sua goffaggine o il suo slancio. La polena viene bandita per non vedere le catastrofi in arrivo e impedire dunque loro di arrivare, perché ciò che la veggente non vede non c’è”: così diventa un totem che Claudio Magris sa interpretare evidenziandone leggende e connessioni, che, nave dopo nave, diventano una trama. È vero che “le polene hanno l’umiltà e la sacralità dell’arte bassa, di ciò che muore presto, della pittura col sapone sui vetri e delle statue di neve, delle figure sulla sabbia”, ma sono state salvate e recuperate un’infinità di volte da una fitta rete di intersezioni letterarie. All’appello rispondono, tra gli altri, Conrad, Pablo Neruda, Günter Grass, Nathaniel Hawthorne e Karen Blixen che definisce la polena, “figura delle indecifrabili corrispondenze del destino”, tutti naturalmente ricordati da Claudio Magris che nel finale si concede un’autocitazione, che, per l’occasione è anche permessa, se non proprio dovuta.

martedì 4 marzo 2025

Valerio Valentini

Da un punto di osservazione privilegiato, il divano di un appartamento in prestito, un outsider incapace di credere nel minimo compromesso, prova a comprendere quella sensazione, che si respira spesso in Ci sono molti modi, di essere giunti a un capolinea: “Mi sorprendo a pensare come in questo posto, all’apparenza inanimato, tutto si accompagni perfettamente ai recinti di cemento; il progresso che convive con la natura è così assurdo che riflette la fatica degli esseri umani di vivere negli stessi casermoni, nei luoghi che loro stessi si sono costruiti. Tutto ciò mi fa pensare che nulla è per natura; l’uomo nasce per morire solo, nonostante tutti gli sforzi fatti in vita per coesistere con qualcun altro”. Prima di tutto, c’è una definizione urbana, architettonica ed estetica a cui Valerio Valentini concede i passaggi più lirici del suo esordio: “Posti come questo sono cambiati molto durante gli anni; è come se si fossero pian piano disgregati sotto i nostri occhi, senza che ce ne accorgessimo. Ci siamo girati dalla parte opposta per non guardare quello che moriva, abituandoci all’idea che l’orrendo sostituisse quello che c’era prima”. Il quadro ambientale, dal labirinto dei quartieri di Roma, che “è ed è sempre stata così, terra di tutti e di nessuno, terra di conquistatori, di santi e di coatti” fino al litorale laziale è un’esperienza disturbante. L’unica eccezione è una visita a Castel Sant’Angelo, dove i tempi della fede dettano altre misure, ma è solo una parentesi dentro un habitat con poche speranze: “In lontananza Ladispoli si erge come una cupola di cemento armato che ricopre tutto: sembra uno di quei film apocalittici dove gli alieni, pronti a invadere la terra, si avvicinano oscurando il sole con le loro grandi navicelle spaziali. Tutta la città si è arresa all’abusivismo edilizio che ha prosperato nella noncuranza dei cittadini, il mare è uno dei pochi boccaporti sicuri in cui le persone si riversano per cercare il conforto della natura, soffocati da una modernità che sa di cemento e catrame”. È questo il fondale su cui si stagliano le movenze di Riccardo alias Cesare, dai pruriti sulla spiaggia, quando “adolescente padrone del mondo” scopre le peripezie dell’amore, all’invenzione di una professione singolare, quella del suicidio assistito (“Io so solo farle morire le persone, so consigliare il modo adatto a lasciare questo mondo terreno, il nodo giusto da fare alla corda, il taglio esatto da eseguire sui polsi, la giusta angolazione dove puntare la pistola”). Mentre i rari clienti si avviano a un destino peggiore della morte, Riccardo si perde nella solitudine: Valeria, la prima fidanzata delle estati al mare, si sposa e lui ha una squallida avventura con due escort in un motel perfettamente inserito nella mappa della desolazione. Le scene scorrono in parallelo, e così ricorre anche il trash televisivo che deforma i rapporti e i legami per spettacoli dove le lacrime sono il carburante principale, se non proprio l’unico. Un’ossessione che spinge Riccardo alias Valerio Valentini a chiedersi: “Mi chiedo spesso cosa spinga le persone a denudarsi pubblicamente: la disperazione, il narcisismo o forse quei quindici minuti di notorietà di cui parlava Andy Warhol”. Una domanda più che legittima nel contesto di Ci sono molti modi che è frutto di una scarna antropologia della decadenza, dove l’ambiente è soltanto un riflesso di un’esistenza arenata: “Ho cercato di conformarmi al resto del mondo, mi sono sforzato, ho trovato una donna e provato a gustarmi una vita normale, ma una volta aperto, una volta che l’altra persona ha scoperto il vero me, altro non ho potuto che tornare a essere un solitario che cerca ancora in sé una via che non troverà mai”. L’ammissione contiene i germi di sviluppi futuri perché se “è il confronto con il resto del mondo che ci sfinisce”, Ci sono molti modi è un romanzo non edulcorato, grezzo e anarcoide, con il coraggio e la volontà di raccontare le periferie dell’anima.

martedì 21 gennaio 2025

Cobol Pongide, Emiglino Cicala

Cobol Pongide ed Emiglino Cicala non potrebbero essere più diversi. Musicista bizarre e saggista spaziale il primo, automa, cantante e storyteller a modo suo l’altro, tutti e due outsider in un mondo troppo lucido e composto, non potevano che incontrarsi in un angolo di Roma dove il tempo prende una piega distorta, come se già non bastasse una città ingolfata di secoli e secoli di antichità. I due poli, umano e meccanico, si trovano a confrontarsi con un’oggettistica fluttuante ovvero l’Anticaja Canaglia che comprende un’arma giocattolo (il relativo capitolo, La pistola laser avanzo del futuro, è un piccolo gioiello), un cane parlante, ammennicoli di varie forme e misure, telefoni, tastiere elettroniche, parti di computer e altri rottami analogici. Il sex appeal dell’inorganico è spinto alla massima espansione, le declinazioni da residui a residuati (come è evidente in La garitta a molte dimensioni) compongono congrue parti della memoria e del “difforme quotidiano”. Attorno a questi mercati e a tutto il relativo mercanteggiare si distribuisce una tassonomia di personaggi convinti che “gli oggetti meritano almeno una seconda opportunità (a volte una terza) e così dovrebbe valere per gli esseri terrestri, per i robot e anche gli alieni. Nel rileggere gli avanzi di rivoluzioni ed evoluzioni, spesso impreviste, si apre un varco inaspettato e una volta deformata la curva spazio-temporale, tutto può essere: il “tempo ristretto”, che in realtà è un tempo dilatato, pare espandersi fino all’ebollizione. D’altra parte trovare un senso  verso il futuro di strumenti originati dal passato è un gesto che solleticherebbe anche Sant’Agostino ed è proprio così che Cobol Pongide ed Emiglino Cicala eludono le cronologie, i calendari e gli annali. A quel punto l’Anticaja Canaglia esplode ed è alimentata da quella che i benemeriti fratelli Strugackij chiamerebbero “entropia del linguaggio”, elevata in modo esponenziale nel dialogo a distanza tra Cobol Pongide e Emiglino Cicala che pur essendo un robot, “è uno che ha il suo modo di vedere il mondo e le cose”. La loro strana economia circolare genera una densissima prosa “d’artefatti fuori contesto” e scarti, scorie e trabiccoli, raccontano continuum temporali alterati, dove la raccolta dei rifiuti solidi urbani viene prima militarizzata e poi proiettata dentro una saga in cui gli zingari combattono con gli alieni per i resti di una civiltà decadente, la nostra. Vista in prospettiva, qui Roma somiglia da vicino a District 9 (compresa la disputa per una particolare tipologia di astronave), ma l’Anticaja Canaglia propone anche una deviazione consistente (e tutta da scoprire) verso la cosmonautica sovietica. Intrusioni e collegamenti sono garantiti da Philip Dick, William Gibson, Karel Capek, H. G. Wells, Blade Runner e persino dall’esimio Hal 9000. Scomodato per l’introduzione, dice molto saggiamente che siamo di fronte a una “fantascienza del quotidiano” capace persino di mettere in discussione le leggi di Asimov. Tra le righe, succedono ancora molte cose curiose: Emiglino Cicala modifica un suo corrispettivo in una macchina del caffè per distribuire appelli e Cobol Pongide promuove un “dispositivo erogatore di mezzi termini” che peraltro sarebbe molto utile in questi anni draconiani. La sua opinione conclusiva è un po’ l’apologia stessa dell’Anticaja Canaglia: “Resto scettico sul futuro giacché, ancora convinto della necessità di recuperare e riciclare, oggi è sempre più raro rinvenire un oggetto con più di qualche minuto di vita. Per non parlare di mercati zingari in cui coltivare parole e amicizie multipolari, dedicandomi a esotiche esplorazioni”. È quella la fonte della ricchezza linguistica, che va dai calcoli algebrici ai dialetti romaneschi, con un costante e ironico sorriso dietro l’angolo: se resta la sensazione che Anticaja Canaglia nasconda “la trama del sogno profondo di un algoritmo”, è tutto dire, perché ogni voce qui dentro è di sicuro più umana degli umani.

lunedì 6 gennaio 2025

Stefano Solventi

L’esilarante scena di 48 ore di Walter Hill in cui Eddie Murphy canta Roxanne nella cella di una prigione vale quanto la sequenza da Il tempo delle mele che è la pietra angolare su cui si basa Lo sguardo di Vic. Questo è dovuto al fatto che il walkman ha ridefinito l’habitat musicale e lo scenario è cambiato perché “l’ascoltatore dotato di walkman costituiva un cambiamento in termini culturali e sociali perché rinegoziava la propria presenza nel tessuto sociale”. Persino in galera e per spiegare come è successo Stefano Solventi comincia citando Shuhei Hosokawa: “Il walkman è in grado di costruire e/o decostruire la rete del significato urbano, perché può organizzare un teatro aperto e mobile attraverso le sue manovre clandestine, che trasformano la costellazione spaziale dell’urbano. Questo accade perché l’ascoltatore diventa un possibile sconosciuto che parla una lingua pedonale incomprensibile”. Il legame con un nuovo paesaggio, insito nel nome stesso del walkman,  è precisato così anche da Iain Chambers: “L’immagine di un essere umano solo che cammina per la sua strada, dritto verso la sua meta, che ascolta solo se stesso trasmutato nelle sue canzoni preferite. Un essere umano, soprattutto, libero di scegliere chi essere e come apparire attraverso la scelta della musica che si porta con sé”. Con il walkman, si “stava scoprendo una modalità inedita di ascoltare”, senza ombra di dubbio, ma nel suo affermarsi (e non era scontato) si è via via visto che “un dispositivo progettato per integrarsi all’individuo, per lasciarlo com’era, a un livello profondo lo cambiava”. Questo è un po’ lo snodo centrale a cui si dedica Lo sguardo di Vic: un cambiamento che “avviene proprio su questa linea d’ombra, nel momento cioè in cui individualismo e collettività si compenetrano, riformulandosi a vicenda”. Dice ancora Shuhei Hosokawa, a cui ritorna spesso Stefano Solventi, che il walkman è “non esclusivo ma inclusivo, non concentrato ma distratto, non convergente ma divergente, non centripeto ma centrifugo”. Oltre a Hosokawa, Lo sguardo di Vic attinge a una vasta teoria di letture, compresi tra gli altri William Gibson, Slavoj Žižek, Félix Guattari, Luciano Floridi, Luigi Zoja, Pierre Lévy, Greil Marcus, Richard Middleton e Marco D’Eramo (“L’unica idea di libertà che ci permettono è la libertà-menu”), con le quali cerca di illustrare come “in un certo senso, il walkman non ci ha più abbandonati: ha indicato la direzione. Bene o male, lo ha fatto”. È vero, e l’analisi e il racconto procedono attraverso i film, prima tra tutti, Il tempo delle mele, poi Pretty Woman e Strange Days, non a caso tre film imperniati sulla musica (gli ultimi due a partire dal titolo), ma anche le progressioni di Alien, Matrix, Terminator e Jurassic Park. Seguendo le alterne fortune del walkman, Lo sguardo di Vic è soprattutto l’occasione per rileggere come si è modificata da allora a oggi la fruizione della musica con tutti i relativi interventi tecnologici. Dal giradischi allo smartphone, dalle cassette allo streaming, è vero che “il progresso spesso procede sui propri rottami”, ma c’è qualcosa nello sviluppo che “il segreto” dell’ascolto ha introdotto. Parafrasando Solventi, il walkman non è un dispositivo, è “un sentimento” e ogni volta che indossiamo le cuffie “stiamo compiendo una specie di sortilegio: vale a dire, rievochiamo il walkman fantasma annidato nel nostro dispositivo”.  Dal riavvolgere il nastro con la Bic a scaricare intere discografie con un clic fino ad avere a disposizione sterminate galassie musicali, sembra incredibile che sia cominciato tutto con il walkman, ma Stefano Solventi nota giustamente come “i simboli siano quasi sempre inconsapevoli e, soprattutto, postumi”. Chiarissimo, e molto utile.

lunedì 30 dicembre 2024

Claudio Magris

Croce del Sud è un’odissea letteraria che Claudio Magris intraprende da archivi ed epistolari: con una raffinata opera di tessitura riesce a collegare le esistenze (vite, morti e miracoli) di tre distinte figure dentro un territorio che va da Buenos Aires agli estremi dell’Antartide e lungo secoli e secoli. I tre, visti i presupposti, non si sarebbero mai incontrati, né visti, e nemmeno sfiorati. Si tratta di personalità diverse e divergenti che convergono in un territorio sterminato e in gran parte inesplorato, che ha significato molto nell’evoluzione, non sempre felice, del genere umano. Claudio Magris sfodera tutta la sua eloquenza per incrociarne i destini e pennella le loro biografie scomponendo le fonti e rimodellandole in un’elegante ibrido tra saggio e finzione. Un’operazione non priva di rischi a cui però Magris riesce a dare una coerenza con passione e garbo: ne nasce un racconto avvincente e avventuroso, che sa stare tra il comico e il drammatico, coltivando un florilegio speciale di riferimenti storici, scientifici, geografici e letterari. Si parte con Janez Benigar, antropologo, autodidatta e viaggiatore da Trieste e la sua vicenda “è quella di un uomo che inizia studiando da scienziato, sia pure sostanzialmente dilettante, un mondo, una civiltà lontana, agli antipodi geografici e storici della civiltà in cui egli è nato e che finisce per entrare in quella civiltà, per farla almeno in parte sua, uno specchio del suo volto”. Tra Patagonia e Araucania, Janez Benigar è mosso da una moltitudine di motivazioni in cerca di quel “luogo in cui ci si sente a casa nella vita e i cui colori, paesaggi, venti sono la familiare musica dell’esistenza”. A quel punto, le mappe sono inutili e Magris avverte che “l’identità ama presentarsi compatta e unica ma si sgretola in una moltitudine, in un’anarchia di atomi, come avevano già detto Nietzche, Bourget e Musil prima ancora che Benigar partisse da Trieste con l’Oceania”. Un personaggio ammirevole che con le sue gesta conferma una verità insindacabile, ovvero che “la vera domanda non è quella da dove si viene ma quella dove si va”. Ancora più eccentrica la figura di Orélie-Antoine de Tounens, che per Magris “è un eroe ottocentesco da melodramma, teatrale e caricaturale, incline al pathos e ai grandi gesti, sul confine tra il dramma e l’operetta”. Tra rivolte e guerriglie, rovesci e prigioni, saghe e leggende, il pittoresco avventuriero Orélie-Antoine de Tounens insegue anche il miraggio di Los Césares, un mitico Eldorado della Patagonia, ed è quello il momento più critico di Croce del Sud, ovvero “quando le si fanno tintinnare le parole suonano come oro falso”. L’accorgimento di Claudio Magris è benevolo e il giudizio su Orélie-Antoine de Tounens è una breve apologia dell’eccentricità e della bizzarria: “La sua follia merita l’onore delle armi; è certo ridicola, come ogni follia, Don Chisciotte è anche un capolavoro di umorismo, ma la sua sfida trafigge, come in un duello, l’ottusa e crudele corazza della cosiddetta realtà e incide su quest’ultima”. Tra i protagonisti di Croce del Sud, la più concreta rimane Suor Angela Vallese che si prodiga in mille modi nella difesa degli indigeni e che Magris ritrae notando “nella sua persona e nella sua storia, un’altra chiarità, una continuità di luci monocromatiche che velano più di una spessa tenda quello che c’è dietro quel volto, dietro quel sorriso e quella generosa energia”. Sono queste le distinzioni che rendono così vivide le caratterizzazioni di Croce del Sud, e quella di Suor Angela in particolare, perché come nota Magris, nel suo afflato altruista non c’è “nessuna ingenuità, nessun candore inesperto; ha visto e vede troppo sangue e troppo orrore per farsi illusioni sulla bontà dell’uomo e del creato”. Tra l’altro il suo capitolo nasconde in realtà un sentito omaggio a Daniele Del Giudice e a Orizzonte mobile, perché in fondo Croce del Sud è un affascinante bricolage che sarebbe piaciuto a Borges, ospite citato spesso e a proposito, con un andamento giocoso, anche all’interno di veri e propri movimenti tellurici, visto che “la storia del mondo non è molto più complessa di quella di un cuore, non importa molto se semplice o tormentato”, e questa, nella sua semplicità, è solo gran classe.