lunedì 1 aprile 2019

Roberto Manfredi

Il rapporto tra gli artisti e il potere è sempre stato conflittuale, e così deve essere. È inevitabile che “vite estreme e fugaci percorse sul filo di lana. Passione e disincanto, conoscenza ed esplorazione, amore per la vita al punto di sfidarla oltre ogni limite” si scontrino con l’ordine delle istituzioni e tutte le forze preposte a mantenerlo. C’è una sezione pubblica nel website dell’FBI (grazie al Freedom of Information Act, uno strumento di garanzia introdotto negli Stati Uniti nel 1966 e adottato in Italia, con moltissime riserve e sulle sollecitazioni dell’Unione Europea, solo nel 2016) dove si può scorrere uno sterminato archivio di materiali derivanti da indagini. Bertolt Brecht, Charlie Chaplin, Elvis Presley, Frank Sinatra, Henry Miller, Allen Ginsberg, Jefferson Airplane, John Steinbeck, Janis Joplin, Jerry Garcia, John Updike, Marilyn Monroe, Marvin Gaye, Doors, Beatles, Grateful Dead (solo per citare alcuni) sono allineati con il loro bravi dossier con i peggiori criminali, narcotrafficanti, serial killer, spie, politici, corrotti e corruttori. Si capisce perché leggendo Artisti in galera che, come si premura Roberto Manfredi nell’introduzione non è formato dal biografie di artisti “maledetti”. Da Billie Holiday a GG Allin, “sono solo persone che hanno scelto di percorrere strade diverse, percorsi estremi e pieni di insidie per sentirsi disperatamente più vivi e dare un senso alle loro esistenze, molto spesso bruciate in un lampo”. Le sintesi (ogni piccolo capitolo è composto da una mezza dozzina di pagine, comprese le interpretazioni con il bel tratto di Tom Porta dei “mugshot”, ovvero le foto segnaletiche dei reprobi) non tolgono nulla alle  cupe atmosfere degli stati di alterazione di Chet Baker o dell’arresto di Chuck Berry, della persecuzione contro Lenny Bruce (un genio, anche lui inseguito a lungo dall’FBI), delle traversie di James Brown “living in America” e di quelle di Fela Kuti a San Vittore e in Nigeria. Non tutti sono soltanto un “disturbo pubblico” come Johnny Cash, Pete Townshend, Frank Zappa (uno che dava davvero fastidio quando diceva che “oggigiorno la disonestà è la una regola e l’onestà l’eccezione”) o Timothy Leary. C’è qualcuno che in galera è finito per omicidio (Bertrand Cantat, Phil Spector, Kristian Vikernes), qualcun altro, (Tupac Shakur e Notorious B.I.G.) che viveva in un mondo dove armi e droghe rientravano nelle prassi quotidiane, ma in un modo o nell’altro gli Artisti in carcere ci finiscono dalla Norvegia all’Iran, dall’America all’Italia rappresentata, nell’occasione da Vasco Rossi, Mia Martini e Sophia Loren. Lo spaccato è a tinte torbide, ma molto realistico e alla carrellata principale vanno aggiunte le due appendici riassuntive (dedicate rispettivamente a cinema e musica) che aggiungono, in breve, un’altra trentina di casi umani, da Charlie Parker a Zsa Zsa Gábor, compreso Keith Richards. Figurarsi se poteva mancare all’appello: la sua filosofia (“Non ho problema con la droga. Ho un problema con la polizia”) condensa tutta l’epopea degli Artisti in carcere.

domenica 31 marzo 2019

Riccardo Canesi

Le città da cantare (Atlante semi-ragionato dei luoghi italiani cantati) parte dal presupposto che “ogni essere umano ha dentro di sé un paesaggio, quello della propria terra d’origine, e fuori di sé quello che ha incontrato nei percorsi della sua vita viaggiando o migrando. Non sfuggono a questa regola gli autori di canzoni. Le canzoni, nella loro apparente leggerezza e banalità, ci segnano la vita, ci fanno ricordare oltre alle persone care, momenti significativi della nostra esistenza e anche i luoghi in cui le abbiamo ascoltate o a cui si riferiscono”. Essendo un geografo, Riccardo Canesi scegli di assemblare questo “atlante” musicale partendo proprio dalla forma della città che, come diceva Italo Calvino, “ha un semplice segreto: conosce solo partenze e ritorni”. Una constatazione che coincide, non a caso, con il tema e il soggetto di Una città per cantare, a cui come è evidente Riccardo Canesi ha attinto per il titolo. La canzone di Ron e Lucio Dalla, ricalcata su The Road di Danny O’Keefe e resa celebre nella versione di Jackson Browne in Running On Empty è un po’ la prima tappa di un bel viaggio nelle città italiane. I legami musicali sono sviluppati con un certo brio, senza il peso di analisi particolareggiate, con disinvoltura e comunque con un riguardo scrupoloso nei confronti delle canzoni e degli autori. A garanzia, Riccardo Canesi mette un sigillo importante citando addirittura un’esortazione di Marcel Proust: “Non disprezzate la musica popolare. Siccome essa si suona e si canta molto più appassionatamente di quella colta a poco a poco essa si è riempita del sogno e delle lacrime degli uomini. Per questo vi sia rispettabile. Il suo posto è immenso nella storia sentimentale della società. Il ritornello che un orecchio fine ed educato rifiuterebbe di ascoltare, ha ricevuto il tesoro di migliaia di anime, conserva il segreto di migliaia di vite di cui fu l’ispirazione, la consolazione sempre pronta, la grazia e l’idea”. Una parte considerevole dell’attenzione è rivolta, come pare logico, ai cantautori che hanno avuto un ruolo importantissimo nella storia della musica italiana e spesso sono legatissimi alla propria città, valga su tutti il legame con Bologna, di Francesco Guccini e Claudio Lolli o, neanche a dirlo, di Genova con Fabrizio De André. Ricardo Canesi colloca i protagonisti con presentazioni spicciole e immediate, senza l’ansia o l’ambizione di compilare un elenco completo e definitivo, piuttosto con lo spirito di una mappatura che possa mostrare Milano attraverso gli occhi Dario Fo e Enzo Jannacci (un genio), Roma nelle parole di Francesco De Gregori o Livorno in quelle di Piero Ciampi e poi Napoli, Firenze o Pordenone nel susseguirsi di intense scene musicali. C’è molto da ascoltare e ancora di più da leggere perché poi Riccardo Canesi non dimentica il suo “vero” lavoro e tra un capitolo e l’altro infila materiali che riguardano problemi e questioni che toccano la vita quotidiana delle nostre città. Un bel lavoro di divulgazione, fatto con un spirito leggero e acuto nello stesso tempo: Le città da cantare contiene un’idea che si può moltiplicare all’infinito applicandola ad altri luoghi, non meno attraenti delle realtà urbane. Basta pensare a tutto l’immaginario sul mare o sui fiumi, come suggerisce nelle pagine introduttive lo stesso Riccardo Canesi. Volendo si può partire con il mondo intero, ma la sorpresa è dietro l’angolo perché i Beatles, che hanno cancellato la parola “impossibile” dal vocabolario, si erano già proiettati Across The Universe. Buon viaggio. 

mercoledì 27 marzo 2019

Erri De Luca

“Se avete fame guardate lontano” è l’imperativo che spinge interi popoli a sfidare gli elementi in cerca di un habitat di cui sono stati privati. Lontano potrebbe essere anche molto vicino e allora, questa raccolta di righe che vanno troppo spesso a capo, come lo stesso Erri De Luca definisce le sue poesie nel sottotitolo di Sola andata, comincia con una breve, incisiva ed esplicativa Nota di geografia per delineare le coordinate del Mare nostrum: “Le coste del Mediterraneo si dividono in due, di partenza e di arrivo, però senza pareggio: più spiagge e più notti d’imbarco, di quelle di sbarco, toccano Italia meno vite, di quante salirono a bordo. A sparigliare il conto la sventura, e noi, parte di essa. Eppure Italia è una parola aperta, piena d’aria”. Nella prima parte c’è la cronaca, la storia dei viaggi dai deserti dell’Africa alle coste dell’Italia: popoli che vanno a piedi e finiscono sul mare e poi vengono rimessi sugli aerei anche se “potete respingere, non riportare indietro, è cenere dispersa la partenza, noi siamo solo andata”. Erri De Luca leviga le parole, ne segue il ritmo con dolcezza, ma non nasconde nulla dell’esodo degli “innumerevoli” mischiando acqua di mare, sale, sole e sangue nelle stesse righe. Prima di diventare un titolo a suo modo lapidario e indiscutibile, “solo andata” è un refrain che riecheggia tappa dopo tappa dell’esodo che, dalle sabbie del Sahara a quelle delle spiagge italiane, passando per il Mediterraneo, diventa ben presto una brutale tragedia e si lascia alle spalle ogni tentativo di cercare un ultimo approdo. Eppure sull’onda delle anime migranti, nello scoprire l’altro che, in balia delle correnti non meno che di titubanti governi, affronta il mare aperto e pur di non abbandonare la speranza è disposto all’estremo sacrificio di perdere la vita, Erri De Luca riesce a riconoscersi e lascia filtrare una sottile luce di umanità. Debole, sfocata, calante sull’orizzonte, ma vivida, e non ancora affogata nella retorica. Nella parte finale di Solo andata, dato che “un libro di poesie è una città", esplora anche altri quartieri ma non dimentica nemmeno per un attimo gli anni che stiamo vivendo (“In guerra le parole dei poeti proteggono la vita, insieme alle preghiere di una madre”) e quando, infine, arriva a Casa è per una sorta di personalissima confessione: “Dietro la curva la ritrovo, ancora c’è, la casa, non crollata, bruciata. È vecchia più di me, la rinnovai quand’ero anch’io nel tempo del rinnovo. Crollasse non mi morderei le mani e non imprecherei di stare senza. Sono in tempo a viandare, bagaglio scarso ribussare a porte, non possedere chiavi. Devo questo alle storie, di bastarmi, pur’io bastare a loro. Con lapis e quaderno posso scrivere pure quando gela l’inchiostro nella penna. È stata la porzione a me assegnata, eredità che non si può ricevere e lasciare. Di questo sono fatto, di pagine sfogliate e poi risposte”. Con una conclusione che è quasi una profezia perché è questo che chiedono i tempi ed è questo che concedono le poesie di Erri De Luca: “L’umanità sarà poca, meticcia, zingara e andrà a piedi. Avrà per bottino la vita, la più grande ricchezza da trasmettere ai figli”. Poesia poesia civile, illuminante e toccante, e quanto mai attuale.

martedì 26 marzo 2019

Carlo Boccadoro

Queste “storie di dischi irripetibili musica e lampi di vita” alternano la cronaca di esperienze personali, di ricordi d’infanzia e di studi, di orchestrazioni e di viaggi, compresi l’incontro con Philip Glass e la collaborazione con Luciano Berio, con la “recensione” di una dozzina di album. Protagonista in 12 è il girovagare di Carlo Boccadoro tra gli scaffali dei dischi, dal piccolo negozio di dischi del quartiere (dove compra per errore, o forse no, il disco della Plastic Ono Band) alla Tower Records, fatto di trasferte a New York (compreso l’aneddoto “jazzy” al Village Vanguard) o a Los Angeles, ma anche di un gusto per l’ascolto libero, attento e partecipato (come dovrebbe essere). Essendo, sì, un compositore e un direttore di musica classica e contemporanea, ma anche un grande appassionato, capace di distinguere (per fortuna) tra Donald Fagen, i Grateful Dead e gli Eagles, Carlo Boccadoro riesce a dedicare un’intero capitolo a Jamming With Edward, la storica session agli Olympic Studios di Londra tra i Rolling Stones sans Keith Richards (Mick Jagger, Charlie Waits, Bill Wyman, Nicky Hopkins) con Ry Cooder. Per rendere l’idea di come Carlo Boccadoro affronta i dischi vale la pena di dare una sbirciata alla sua disanima di Jamming With Edward, partendo da quelli che di solito vengono trascurati: “Un discorso a parte merita la sezione ritmica formata da Bill Wyman e Charlie Waits, che all’epoca erano in forma come poche altre volte nella loro lunga carriera. Del resto basta ascoltare gli album ufficiali dei Rolling Stones di questo periodo per capire che pochi musicisti avevano il punch ritmico e la sicurezza che Watts e Wyman ostentano in questa session londinese”. Lo stesso, scrupoloso trattamento Carlo Boccadoro lo riserva agli Area, contestualizzandoli negli anni delle proteste giovanili, o a Claudio Lolli, a Karlheinz Stockhausen o a Harold Budd, John Cage o al Black Album di Prince, inseguito come una misterioso oggetto non identificato da piazzare sul piatto alla prima festa utile perché, pare di capire, forse i duri non ballano, ma i direttori d’orchestra, invece sì. Il tono, pur essendo colto, puntuale e preciso, è anche leggero, sempre curioso, il più delle volte condito da una sana spruzzata di ironia. Gli episodi raccontati da Carlo Boccadoro sono tantissimi ed è curioso quello che lo vede impegnato in una conduzione notturna a Radio Popolare mandando musica, al solito (e giustamente), piuttosto ricercata. All’ennesima variazione di John Cage, un ascoltatore ormai “esasperato” lo chiama e gli urla nel telefono: “Ma trovati un lavoro!”. Per esperienza, confronti del genere in radio capitavano spesso (e suppongo capitano ancora) ed è “il bello della diretta”, però introducono a una riflessione giusta e polemica quel tanto che basta. A Los Angeles, Carlo Boccadoro lavora a Bad Blood, un’opera che verte sulla tragica e brutale serie di esperimenti volti nell’arco di quarant’anni, dal 1932 al 1972, su circa quattrocento afroamericani. I dettagli li trovate tutti in 12. Un tema scomodo, spigoloso e come sempre pericoloso quando ci sono di mezzo le subdole trappole del razzismo, ma che Carlo Boccadoro decide di affrontare comunque perché “non mi sembrava giusto stare fermo a guardare senza esprimere perlomeno un’opinione contraria alle tendenze dilaganti”. Concluso il lavoro, ma come sempre immerso nella musica, va ad ascoltare la Los Angeles Philarmonic Orchestra diretta da David Robertson in un programma di composizioni del ventesimo secolo, tra cui Edward Varèse e Frank Zappa. La sala (la Walt Disney Concert Hall) ospita 2.265 spettatori e i biglietti sono esauriti per tutte e tre le repliche. Fate voi i conti. La riflessione di Carlo Boccadoro, alla fine di 12, è inevitabile (e condivisibile): “Mi convinco sempre più che le leggende sulla musica contemporanea incomprensibile che mi vengono ripetute da decenni siano lo patetiche scuse per giustificare la pigrizia mentale e l’ignoranza di troppi operatori musicali del nostro paese”. Come ben sappiamo, questo non vale soltanto per la “musica contemporanea incomprensibile”, ma anche per modelli molto più “accessibili” che purtroppo, e/o per fortuna, non corrispondendo agli standard di banalità e di idiozia, ormai sono trincerati in piccoli rifugi di provincia.

lunedì 18 marzo 2019

Nicola Gervasini

In un’America che non è poi così lontana, David Pry trova un disco degli Almanac Singers, comprensivi degli irriducibili Woody Guthrie e Pete Seeger, tra i ricordi del padre, già un fiero patriota americano. La scoperta alimenta molti dubbi nelle riflessioni del figlio, tenendo in considerazioni che, negli anni della guerra del Vietnam, avrà modo di confrontarsi, attraverso la musica e le canzoni, con ben altre contraddizioni. I protagonisti di Rolling Vietnam conducono a rileggere un passato destinato a non passare mai: Nicola Gervasini ha ricostruito un’avvincente storia della guerra del Vietnam attraverso la musica e lo sfondo generazionale, che lega David Pry al padre e alla figlia Melinda (la storia comincia proprio con lei e con un disco di Bruce Springsteen, protagonisti di un breve prologo ambientato nel 2006) serve soltanto a riannodare le storie, i legami, i segreti e le virtù di canzoni che, come scrive Willie Nile nella prefazione “hanno risvegliato la coscienza di una nazione e hanno aiutato a trovare il modo di chiudere quella guerra”. Una scelta coraggiosa perché la materia era (ed è) vasta e complessa visto che “ci sarà sempre una guerra da combattere in questo mondo” e che quella del Vietnam fu ambivalente e ambigua: uno scontro impari sul campo di battaglia e un conflitto aperto tra diverse generazioni a casa, in America. Lo ricorda anche il principale alter ego del protagonista, Hank, quando gli dice: “Le guerre lasciano solo morti sul campo, da questo inferno ne usciremo tutti lacerati”. È andata così, ma dato che, come scriveva Paul Virilio, “non c’è guerra senza rappresentazione”, Rolling Vietnam trae nutrimento delle infinite ricostruzioni, partendo dalla frattura verticale narrata da Philip Roth nell’inevitabile Pastorale americano e dalla ribellione visionaria e psichedelica di Tim O’Brien in Inseguendo Cacciato, per non dire delle dozzine di film che hanno alimentato un intero immaginario. Qui, trattandosi di una “radio-grafia”, come spiega il sottotitolo, Nicola Gervasini si è dedicato piuttosto all’ordito di una colonna sonora che, a sua volta, ha determinato un modo unico e indelebile di percepire la guerra del Vietnam. Come un sarto paziente e certosino, ha provato a cucire e ricucire gli strappi, canzoni dopo canzoni, Phil Ochs dopo Bob Dylan, i Doors dopo i Buffalo Springfield, John Prine dopo Merle Haggard, ballata per ballata, mettendo tutti i nomi e le date e le informazioni nel tessuto di una trama che, proprio attraverso la musica, si evolve in modo spontaneo dalle fondamenta di un saggio per diventare, a tutti gli effetti, un romanzo compiuto. La metamorfosi avviene in corso d’opera, con naturalezza, cavalcando un’onda emotiva irripetibile perché, come diceva Michael Herr in un’intervista con Salman Rushdie, “in quegli anni il rock’n’roll ebbe una circolazione che non ha mai più avuto. In un certo senso la guerra è sopravvissuta al rock’n’roll”. L’opinione alla fonte di Rolling Vietnam è un riflesso perfetto e complementare di quella constatazione: “In fondo il Vietnam aveva salvato il rock’n’roll da morte certa, dandogli l’occasione di raccontare tutto in diretta, cogliendo ogni attimo e ogni sensazione di qualsiasi altra forma di espressione artistica. Era la guerra ad aver preso il ritmo del rock’n’roll, non il contrario”. È già sufficiente così perché leggere queste pagine “vuol dire semplicemente cercare di capire, guardare sempre oltre le parole e i fatti”. Nell’ignoranza, nella vacuità e nelle banalità vigenti, suona persino rivoluzionario.

martedì 12 marzo 2019

Amedeo Anelli

La poesia di Amedeo Anelli in Neve pensata è un’insistente ricerca di silenzi, di contrasti, di orizzonti e di modi per scolpire il tempo. Una vocazione che si manifesta già nei passi conclusivi della densa ouverture del primo Notturno, quando Amedeo Anelli si chiede: “Ma chi sa più scrutare il segreto di quelle stelle? Chi conquistare il senso del fiorire muto del tiglio? La musica densa del tempo? Il silenzio potenziale. S’incardina la vita”. La risposta arriva, con le sembianze di un’eco, nel successivo Notturno che ricorda come “il mondo terribile è quaggiù, poltiglia e gelo, e il sordo rumore di un ramo che si spezza”. È evidente l’urgenza di delimitare gli spazi dove possano prendere forma le Rappresentazioni del tempo che, in fondo, sono la spina dorsale di tutta la Neve pensata. L’elemento geografico (e climatico) non è imperante, ma non è nemmeno trascurabile perché, come scrive Amedeo Anelli in Stele I, “la lingua muove discorso nel vuoto segnato irraggiungibile come il limite dello sguardo”. Per comporre il conflitto tra visibile e invisibile, la pianura lombarda si rivela l’habitat ideale, vista l’esiguità delle prospettive che a tratti si riducono a una sola dimensione (orizzontale). In questo senso, conta più la nebbia, della neve. La nebbia è per Amedeo Anelli, quello che il mare era per Montale: uno specchio e un canovaccio, una maschera e un  giardino segreto. Quando, con una piccola deviazione da quelle che Gianni Celati chiamava le “condizioni di luci sulla via Emilia”, ci si inoltra nella campagna (Invernale, naturalmente) la poesia diventa convivio, a base di menù ruspanti (“nei paioli: cotechino e polenta fumanti”) frutto dell’idea di “fare comunità, fare cibo”. La sosta permette di scoprire angoli di una terra dove il tempo non si è ancora imbruttito, con “lo stupore della luce scolpita nelle tenebre” che si rivela con “il segreto delle fiamme e delle braci, poi cenere”. I particolari domestici si sommano spontaneamente alle inquadrature e ai movimenti, associando così anche gli interni e gli esterni. È un pettirosso, non senza una sorprendente grazia, nella prima delle Progressioni che compongono In memoriam, il corpo centrale di Neve pensata, a condurre Amedeo Anelli in un labirinto di dediche ed elogi,   tracce ed ombre, sguardi e ricordi. Come vuole la tradizione, il pettirosso porta la neve e, eccola qui, la neve è schermo, è cornice, è muta magia che permette di ricevere un toccante messaggio dagli anfratti della prima guerra mondiale (Dal 1915) e che diventa sfondo per la frequente apparizione dei treni, l’unica variazione dinamica e, nel complesso, un’importante segmento simbolico. “Tutto va all’indietro come in treno il paesaggio, se cambi posto fugge tutto in avanti, nel non visibile” scrive Amedeo Anelli nei versi di Linee, nel cuore di Tessuto i corpi, terza e ultima parte di Neve pensante. Sono parole che indicano le svolte suggerite da un’Offerta musicale (“Come il fondo di un cassetto, il pensiero sostiene lo sguardo nel trascorrere della luce, nel centro dell’esplosione”) o dai Luoghi del silenzio, che portano verso la neve macchiata da un “tempo crudele-barbarico” a Beslan, attorno a cui matura la convinzione espressa in Principi e apologhi: “Ma vincono le tenebre. A pochi metri il nero fondale. Un drappo che avvolge e rende invisibile”. La visione è più che credibile, ma civilissima e sentita poesia di Amedeo Anelli non dispera: si accorda alle note dell’emozione e trasmette il calore di un focolare, con la giusta devozione al ricordo (“Mi guardi da una fotografia, ti porto con me in incerta navigazione, in questo bianco assoluto in questo bagliore freddo, nel tepore del mio corpo segnato dalla memoria”) e una scrupolosa vicinanza alle sorprese che ancora può riservare una terra piatta e indecifrabile.

venerdì 1 febbraio 2019

Eugenio Montale

Non deve essere stato semplice identificare Ossi di seppia, essendo l’espressione della convinzione di Eugenio Montale che “lo stile, il famoso stile totale che non ci hanno dato i poeti dell’illustra triade, malati di furori giacobini, superomismo, messianesimo e altre bacature, ci potrà forse venire da disincantati savi e avveduti, coscienti nei limiti e amanti in umiltà dell’arte loro più che del rifar la gente. In tempi che sembrano contrassegnati dall’immediata utilizzazione della cultura, del polemismo e delle diatribe, la salute è forse nel lavoro inutile e inosservato: lo stile ci verrà dal buon costume”. Ossi di seppia osservava quel rigore fin dalla postilla introduttiva, dove Eugenio Montale avvertiva che “se procedi t’imbatti, tu forse nel fantasma che ti salva: si compongono qui le storie, gli atti, scancellati per giuoco del futuro”. È una libertà che apre scenari maestosi e labirintici, non immediati e da indagare con scrupolo come fece Alfredo Gargiulo nell’introduzione alla seconda edizione, nel 1928: “Sembra che il compito dell’esprimere gli diventi, esso, atto di vita; e come tale gli l’affronti, affidandosi all’impulso, a tutto rischio: come uno che senta nella singolare difficoltà della materia da dominare, fors’anche il pericolo che il compito gli resti interdetto fin dall’inizio. Così, è dir poco che manca in lui la letteratura d’ordinario surrogante la poesia: quasi si vorrebbe dire, invece, che egli opera addirittura, dal primo moto e per tutto il corso dell’esecuzione, letterariamente a caso vergine”. È un coraggio che si scova subito tra Vento e bandiere (“Ahimé, non mai due volte configura il tempo in egual modo i grani! E scampo n’è: ché, se accada, insieme alla natura, la nostra fiaba brucerà in un lampo”) e ancora di più nel cuore di Ossi di seppia dove Montale manifesta, senza alcun timore, la sua indipendenza: “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Le parole sono levigate una per una, i versi si stendono con la dolcezza delle onde liguri, ma con la forza di una frustata. Non sorprende che Mario Luzi, in Vicissitudine e forma, sostenesse che “Montale, in altre parole, tende a una poesia esplicita con mezzi del tutto interni; esprime una crisi della conoscenza, divenuta provvidenzialmente crisi dell’esistenza, ne trae conclusioni che vanno al di là del contegno intellettuale: ma si affida all’imponderabile dei suoi soprassalti di vitalità, alle incursioni della memoria e dei desideri frustrati; e insomma obbedisce alla sua vicissitudine umana che, repressa, non ha perduto ma forse acquistato potenza”. Rimangono i panorami in tutti i dettagli, da Portovenere (“Là non è chi si guardi o stia di sé in ascolto. Quivi sei alle origini e decidere è stolto: ripartirai più tardi, per assumere un volto”) all’abbraccio di tutto il Mediterraneo, un orizzonte in cui Montale vede come “nel destino che si prepara, c’è forse per me sosta, niun’altra mai minaccia”. È la cornice ideale di Ossi di seppia così come la evidenziava Sergio Solmi: “Fasi del tempo, aspetti del mare e delle terre di Liguria, e le labili esperienze d’una vita rassegnata e abbandonata al fluire dei suoi minuti spersi, che nelle cose ritrova a volte rispecchiati i segni della propria sconsolata fatalità, questi sono in genere i temi delle liriche qui raccolti. Questi Ossi di seppia scintillanti e duri ci giungono ancora intrisi d’azzurro marino e diffondono al perduta malinconia dei rottami che il mare rigetta sulle sponde del suo abisso ignaro del trapasso dei giorni. Questo mare, se non è certamente il tranquillo specchio decorativo delle cartoline illustrate, non è neppure un concetto o un supporto metafisico. È un mare vivo e cangiante nei suoi multiformi aspetti, che corrode la terra col salso delle sue maree e impregna del suo fiato gli olivi e i limoni delle ripe ardue”. È quello l’aroma definitivo degli Ossi di seppia, a cui va aggiunto soltanto l’ultimo consiglio ricevuto nell’occasione da Umberto Saba: “Sorvegliati molto, e non abbandonarti all’affluire delle belle immagini”. Un bel suggerimento.