giovedì 6 maggio 2021

Blue Bottazzi

Per un brevissimo periodo di tempo, sembrò che anche la critica musicale, in particolare quella che si dedicava al rock’n’roll e al suo selvatico lifestyle, potesse ambire a un ruolo importante nell’empireo letterario. Una corrente, elettrica, coraggiosa ed estemporanea, collegava Lester Bangs a Hunter S. Thompson, ma è durata giusto il tempo di una scintilla. È giusto così perché il rock’n’roll deve stare all’opposizione rispetto all’accademia e non ha bisogno di certificazioni per la sua sopravvivenza. Ecco, Blue Bottazzi è rimasto ancorato a quel fugace momento, senza alcuna velleità, né in un senso né nell’altro ma con un garbo che gli è proprio nel raccontare il rock’n’roll. Nel contesto, è questo il tratto più originale con cui viene osservata e descritta una storia già scandagliata più e più volte, ma con cui Blue Bottazzi si diverte a rileggere in una chiave singolarmente effervescente. Piuttosto che perdersi in voli pindarici, ha sempre cercato di spiegare perché preferiva un artista piuttosto che un altro, una canzone, un concerto. Non dovendo assoggettarsi alle regole redazionali e comportamentali legate alle collaborazioni giornalistiche, Blue Bottazzi si è preso tutte le libertà e in questo si è concesso un gusto innato per l’iperbole (“Leonard Cohen non morì, ascese al cielo”) e per l’eccesso (a proposito, nell’appendice c’è l’elenco delle 10 canzoni di Leonard Cohen e poi Blue Bottazzi ne mette in fila ben 32). I ritratti sono implacabili e tranchant, e forse è giusto così perché “l’artista non è una persona perbene”. E su questo Blue Bottazzi scrive anche che “per sua natura, l’arte non è mai di regime. L’arte non è allineata. Non è politicamente corretta. Non è conformista. Non è politica: il politico non è mai artista, anzi è l’antitesi dell’artista. Ogni regime, che fosse più o meno democratico o dittatoriale, ha sempre cercato di produrre arte di propaganda. E ha sempre fallito”. Ed era ora che qualcuno lo ricordasse. Memorabili le descrizioni degli incontri con Willy DeVille e consorti o l’intervista sfuggente con Iggy Pop, per non dire del riassunto dedicato a Warren Zevon che “beveva, si ubriacava, sul palco litigava con i musicisti, e correva in auto ubriaco per le strade di Los Angeles sventolando dal finestrino la Smith & Wesson della copertina del suo album. Era superstizioso, maniaco depressivo e ossessivo compulsivo. Quando al supermercato acquistava una bottiglia di vodka, sceglieva fra tutte quella fortunata”. Tra aneddoti, playlist, idee e opinioni sparse, la sua “storia brevissima del rock’n’roll” alla fine si prende cinquecento pagine e si può leggere un po’ alla volta, random, e comunque funziona lo stesso. Da un punto di vista strettamente discografico è legata al ventesimo secolo, con un immaginario che trova il suo cardine nell’epopea springsteeniana da Born To Run a The River, però Blue Bottazzi si concede volentieri tutte le divagazioni possibili e immaginabili, dal cinema al motociclismo, dalle modalità di ascolto alle geografie e ai calendari, dagli stati di alterazione ai ricordi dell’infanzia, rispecchiando la sana confusione promessa dal titolo, ma d’altra parte stiamo parlando di rock’n’roll, ed è credibile, se non altro per assonanza e per appartenenza. Non ha il tono degli iniziati o la presunta esclusività dei veterani (anche se in effetti sarebbe in cima alle graduatorie in entrambe le categorie): è piuttosto l’eterno adolescente che non ha mai imparato i tre accordi fondamentali della chitarra (e comunque avrebbe preferito la batteria, come si scopre nel capitolo specifico), ma si è inventato un modo tutto suo di vivere il rock’n’roll. Comprensivo, in fondo, anche di un concreto realismo (“Le cose che piacciono a me non se le caga più nessuno”) che però nulla toglie a questo Mucchio selvaggio, che è una perfetta emanazione di Blue Bottazzi e insieme il suo riassunto più completo: indipendente, autogestito, con convinzione, entusiasmo compreso.

mercoledì 14 aprile 2021

Corrado Piazza

È, di fatto, una storia orale di dieci anni di writing sotterraneo a Milano. Mentre la superficie veniva sconvolta nelle sue vestigia ufficiali perché, come scriveva Jonathan Raban, “la natura appariscente e teatrale della città tende in modo costante al melodramma”, una miriade di ragazzi, poco più che adolescenti, si inoltrano nelle gallerie della metropolitana per lasciare un segno “tra le linee”. La spinta nasce dall’adozione della cultura hip hop di cui i graffiti sono parte fondante e integrante e che nell’assemblaggio di voci curato da Corrado Piazza nel Buio dentro, diventa anche una concreta testimonianza linguistica. I writer si inventano un argot che combina inglese, italiano, slang e una litania di nomi di battaglia che letti in successione suonano come proprio un rap: Bang, Bread, Cano, Chentone, Cone, Craze, Cyrus, Dose, Draf, Drop, Face, Flash, Flycat, Gomma, Guen, Kayone, Kid, Lemon, Mace, Mec, Mind, Nail, Noce, Phato, Pongo, Rae, Raptus, Risk, Shad, Shot, Sky 4, Sten, Stone, Strike, Styng, Sysoner, Tawa, Type e Yndy. Si sono ribattezzati per infiltrarsi nelle viscere della città e come racconta Craze: “La strategia era questa: entravi dalle grate, controllavi che non ci fosse il treno giallo o altro, andavi in stazione e aprivi le porte per l’uscita nell’eventualità che succedesse qualcosa, così sapevi già dove fugare. Poi scendevi e facevi il cazzo che volevi”. È quel senso di libertà, ad attirarli più che i riflessi artistici ed estetici, che restano relativi. Laggiù, come dice Styng, “era perfetto perché eri quello che facevi” e la sintesi non potrebbe essere più perfetta. Una volta dentro, si muovono con circospezione, sanno che sono in pericolo, per l’alta tensione, per la sorveglianza, per i salti e gli sbalzi e soprattutto perché, come diceva il poeta Andrea Zanzotto “si è nel labirinto, per tentare di sapere da che parte si entra e si esce o si vola fuori”. Li sostiene l’adrenalina nell’esplorazione di una faccia nascosta della città, che paradossalmente si rivela nell’oscurità come spiega bene Phato: “La metropolitana quando è chiusa ti da una sensazione che anche se te la raccontano non ci credi. È una cosa che devi provare. La metropolitana è un luogo ben preciso e ognuno ce lo ha bene in mente quando la usa come mezzo pubblico. Noi però ci andavamo in un momento che è un’altra cosa: è molto più buio, senti dei suoni che di giorno sono coperti da tutti i rumori. È una sensazione alienante”. Nel Buio dentro i racconti si susseguono incessanti, sincopati, senza alcun filtro. Appaiono personaggi singolari come i signori Rovati e Sormani, si evolvono i tracciati dell’underground, cambiano le generazioni e mutano i writer, finché, come spiega Corrado Piazza, “la percezione dell’inevitabile fine di un periodo storico diventa tangibile”. La lunga coda delle “voci dal sottosuolo” è emozionante, e a tratti persino commoventi, nel sovrapporsi delle emozioni che s’insinuano nel rituale passaggio d’età e l’apologia di Flycat, uno dei principali protagonisti del Buio dentro, vale un po’ per tutti: “Vivevo i miei sogni per combattere quelli che erano i miei incubi. Non si è mai dipinto neanche una sola volta con l’intenzione di arrecare danno, sfregio, insulto, né a nessuna costruzione, treno, muro, istituzione, io (noi) volevo esprimere il mio desiderio di fare qualcosa di bello e di buono per combattere tutto il male con cui ho dovuto condividere la mia giovane esistenza”. I graffiti che non sono stati cancellati, si sono sbiaditi con il tempo, qualcosa ha resistito, qualcosa è finito nelle fotografie in bianco e nero, ma è vero come dice Rae che la città “era più una cornice che una tela”. E là, sotto, era molto di più.

mercoledì 10 marzo 2021

Claudio Magris

Sapere non basta dice uno dei titoli di Itaca e oltre ed è un primo vincolo per avvicinarsi alla dimensione di questi saggi di Claudio Magris che, pur non avendo una connotazione rigorosa e assecondando lo spirito omerico espresso dal titolo, si dipanano con una coerenza che va colta di passo in passo. Il segmento ideale da cui cominciare è un passaggio critico e lucidissimo dove Claudio Magris, che si sente “un passeggero clandestino nella storia” pare indicare una direzione, anche in modo piuttosto perentorio: “La vera arte moderna è negativa, mostra ciò che l’uomo non è e non può né deve essere, se non vuole venire integrato nel meccanismo del consumo culturale. L’arte deve ricordare che la promessa di felicità è stata tradita e che l’individuo non può conciliarsi con l’inumana condizione della sua esistenza. L’arte rappresenta l’impossibilità di vita vera nella vita falsa dominante, le mutilazioni che sconciano il volto della vita, la fungibilità e l’indifferenza cui è stato ridotto l’individuo”. Tra poesia (“La poesia moderna è spesso nostalgia della vita: non di una sua forma particolare e determinata di cui si lamenti la mancanza, o di qualche bene la cui privazione la renda dolorosa e infelice, ma nella vita in sé, come se essa stessa fosse assente”) e prosa, autobiografia e testimonianza, tra Il romanzo totale e Le celebrazioni impossibili, cogliendo Negli interstizi del tempo, o scegliendo tra Le grammatiche e la vita La tragedia e l’incubo, l’amore e la solitudine, un’intera percezione del mondo è filtrata attraverso la griglia della letteratura. Per quanto nella sua essenza sia, tutto sommato, una raccolta di articoli, Itaca e oltre mette in luce l’applicazione pratica di Claudio Magris che si spinge a ricordare come “il singolo deve solo appropriarsi delle cose, servirsene senza permettere che nulla lo assoggetti: il suo pensiero è valido non in quanto pensiero, ossia conformazione a un modello di ragione universale, bensì in quanto suo, in quanto è qualcosa in cui egli si appropria e che egli, senza alcun dovere di fedeltà nemmeno alle sue stesse idee, può mutare o gettare via come gli pare. Ogni meta ideale, ogni fine, ogni causa superiore, ogni facoltà generale (lo spirito, la coscienza) ogni dover essere è un fantasma menzognero, perché ogni vita è perfetta così com’è”. Kafka e Flaubert, Thomas Mann e Robert Musil, Praga e Trieste, Borges e Melville, Ibsen e Jacobsen, Hegel e Marx, il tragico e il ridicolo, Vienna e Varsavia, Canetti, Cervantes, Salgari, Lukács, Jünger si susseguono senza un particolare ordine se non nella consapevolezza che “l’arte non giustifica la vita che le è stata sacrificata” e “la vita è costretta a cedere tutto allo scrivere, a cedergli soprattutto quell’indefinibile e indicibile lasciarsi vivere che costituisce l’anonimo e indifferente segreto della nostra esistenza: passeggiare per le strade e guardare l’arco di un androne, perdersi nel colore di una sera, addormentarsi”. La conclusione, inevitabilmente davanti al mare, che all’orizzonte sembra “il fondo trasparente della vita stessa, la promessa di tutto ciò che ci manca”, è, sì, a Itaca, ma soprattutto in quell’oltre. Il senso indefinito di quella destinazione, che è “nessun luogo” diventa la chiave di volta nella lettura di Claudio Magris quando spiega che “chi si trova ai margini della vita scrive qualcosa per alludere a qualche cosa d’altro, alla vita che gli balena fuggitiva e irreperibile, aggira e circuisce con parole ironiche e struggenti quell’assenza che è il suo destino e affida quelle parole a una bottiglia, perché non sa bene quale sia il pubblico per cui si scrive, quale sia il centro della sua periferia”. Da tenere a portata di mano.

giovedì 25 febbraio 2021

Michele Berti, Giulio Menegoni

L’efficace lavoro di ricostruzione e assemblaggio curato da Michele Berti e Giulio Menegoni, oltre a offrire un ritratto a distanza ravvicinata di una personalità convinta della potenzialità degli studi, dell’approfondimento e dell’analisi, uno spaccato di un mondo che non c’è più, dove passione e rigore convivevano nell’attenzione alla vita quotidiana. Come spiega Giulio Menegoni nell’introduzione: “La lezione di Costa, così contesa tra la visione e l’equilibrismo, mostra l’irrequietezza di uno spirito perennemente insoddisfatto, costretto a coniugare la finezza dell’analisi con lo sconcerto dell’azione politica”. È in quel sottile frangente che irrompe il 1968, qui collocato nella giusta prospettiva dalla disquisizione di Gianpasquale Santomassimo: “A distanza di un cinquantennio il ’68 appare sempre di più un tornante, una data periodizzante, che fissa un prima e un dopo. Nella politica, nel costume, nelle mentalità, nel rapporto tra i sessi, nella musica, nel cinema, nell’arte. Non solo nella memoria di chi l’ha vissuto, ma anche di chi si dispone a valutarne l’impatto, qualunque sia il suo atteggiamento, critico o empatico di fronte all’evento”. Partendo dal presupposto che “non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”, Remo Costa segue l’evolversi di quell’anno traumatico con note pressoché giornaliere ribadendo con decisione che “come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione”. I due fuochi attorno a cui ruota l’ellisse delle riflessioni di Remo Costa nel 1968 (e in parte del 1969) sono l’invasione sovietica della Cecoslovacchia e l’insorgere dei movimenti studenteschi e giovanili nel mondo, a cui dedica un’attenzione costante, ma non fuorviata dall’ebbrezza e dalla spettacolarità del momento, avvertendo spesso e con sollecitudine che “c’è ancora disorientamento, troppi esprimono opinioni personali acritiche e spesso infantili. È conseguenza dell’abitudine agli interventi improvvisati senza esame approfondito della realtà, giudicando chi ha ragione e chi ha torto invece di esprimere valutazioni politiche”. È un dato ancora valido e, come spiegano i curatori, “tutto contribuiva a porre quesiti, a stressare la teoria, ad affinare la critica, a formulare ipotesi per riuscire a decifrare la complessità”. Molto originali e interessanti anche le sue valutazioni sull’allunaggio, e sulle diatribe del calcio, e dell’informazione che lo vedono particolarmente critico, quando dice: “Oggi in Italia, in particolare, il problema di fondo è cambiare la struttura socioculturale. La nostra stampa è piena di denunce su fatti concreti. Fa bene, ma è carente nel dare le prospettive avvenire per superare un costume connaturato”. La sua convinzione, non priva di fondamento, è che l’Italia resti “un paese semi-civilizzato”, dove “la vita scorre, l’uomo della strada non vede niente”, una constatazione che si allarga dalla condizione individuale a una visione più articolata della nazione e della società in sé. Sempre attento agli sviluppi internazionali e alle turbolenze finanziarie (lo studio dell’economia era uno dei punti fermi nella sua idea di formazione) Remo Costa ammette, sconsolato: “Solo l’Italia resta a guardare”. E non è che ci sia molto da vedere, come registra con un laconica appunto, appena dopo: “Allegra confusione, desolante misura di scarsa chiarezza. Lunga crisi di governo, le solite manovre”. Non è cambiato niente. Un congruo apparato di appendici, comprensive della bibliografia, di una dettagliata cronologia del 1968, di un indice biografico dei nomi nonché di un sintetico glossario completano, confezionati in un’elegante grafica, un libro che ha il coraggio di parlare di politica con cognizione di causa, e una rara dignità intellettuale.