Partenza e ritorno a Gorizia, terra di frontiera, dove l’incedere dei tempi non lascia tregua. Prima le guerre mondiali, poi Tito e Stalin, le fratture e i confini che sfuggono e “quel vuoto pneumatico creato dai cicloni e anticicloni della storia”, che divide gli amici, legati dalle letture, l’Edipo Re e il Martin Fierro e molto altro, e dalla ricerca dell’assoluto. Attorno ai punti focali occupati da Enrico Mreule e Carlo Michelstaedter, l’ellisse di Un altro mare racconta in punta di dita che “l’unica realtà conoscibile è la conoscenza di chi conosce” e riconosce comunque che “le parole possono solo echeggiare altre parole, non la vita”. Riconosciuta questa crepa, attratto dall’incognito e dall’avventura, Enrico Mreule si imbarca per la Patagonia con la dichiarata intenzione di intraprendere un percorso molto più elaborato della lunga navigazione oceanica: “Voleva scrivere del suo viaggio, del bene e del male di partire, di quel pericoloso e indegno amore di sé che c’è nella nostalgia e nel desiderio di ritorno e che rende schiavi, come ogni amore di se stessi. Questo viaggio non sarà una fuga, partire un po’ morire, ma vivere, essere, stare fermi. Saranno le paure, le ambizioni, le mete a fuggire e a svanire”. La decisione di Enrico è coraggiosa: vuole trovare nella steppa, nella solitudine e nell’ombra quel “mutare ricco di colpi di scena, che piace tanto ai poeti, ai cantori del mito e della metamorfosi” e che, a volte, coincide con la vita. Il confronto con quello che Schopenauer chiamava “l’infinito spirito della natura” viene troncato dalla fatica, dal dolore e dalla malattia ed Enrico è costretto a rientrare, lasciandosi alle spalle un congruo epistolario e un alone di incompiutezza. Ristabilito nel territorio goriziano, dove affida il lavoro nei campi a una volonterosa famiglia, Enrico si avvede che “i giorni si sovrappongono, si confondono e si cancellano” e Un altro mare si concentra “a quante cose vive e vicine restano indecifrabili e inascoltate”, compresi i volti degli amici che sono sfumati negli anni. La figura tragica di Carlo Michelstaedter, altrove definito da Magris “uno dei più grandi poeti-filosofi contemporanei nutriti di pensiero greco”, trova una nobile collocazione dato che “ha celebrato la persuasione ossia il possesso presente della propria vita che invece troppo spesso gli uomini, incalzati dalla retorica, sacrificano e bruciano nell’attesa di qualcosa che deve sempre venire e che non è mai. Persuasi, capaci di vivere il presente, sono i bambini; quando corrono, non corrono per raggiungere qualche meta ossia per averla già raggiunta, per essere già arrivati, per aver smesso di correre, ma semplicemente e soltanto perché amano correre”. Oltre a Michelstaedter, in Un altro mare appare un’altra personalità rilevante per Magris, Biagio Marin, che forse “ha scritto molto, troppo, ma a queste critiche rispondeva che la sua poesia era come il mare e il vento, che conoscono l’onda tempestosa e la bonaccia e trascendono la voce del poeta che le trasforma in canti”. Sono le loro voci a definire un coro appassionato e dolente nel ricordarci che “la civiltà è la storia degli uomini incapaci di vivere persuasi, che costruiscono l’enorme muraglia della rettorica, l’organizzazione sociale del sapere e dell’agire, per nascondere a se stessi la vista e la coscienza del loro vuoto”. È quello che si desume dall’ondeggiare di Un altro mare, poi è giusto e doveroso ricordare anche che “la verità è un’incepparsi delle cose”, ed è lì l’orizzonte dove il desiderio e i suoi limiti coincidono.
venerdì 5 giugno 2026
lunedì 18 maggio 2026
Gianfranco Di Fiore
L’Irlanda non è una cartolina e la vita da emigrante è qualcosa di indefinibile tra la fuga, l’esilio e il confino. C’è tutta un’intensa complessità nello sguardo che si riflette dall’autore nel protagonista, a sua volta narratore trascinato dall’inarrestabile flusso di coscienza che è la vera arma segreta di Bauhaus. La trasferta a Enniskerry in cerca di un angolo di riposo per “il nuovo romanzo da scrivere e i libri da leggere” si rivela ben presto un incubo opprimente. Ospite della famiglia del cugino Mauro e della moglie Olivia, deve occuparsi insieme ad altre due babysitter, Sara e Gema, dei figli Vincenzo, Isabella, Blonad e Sirsha condizionati da un regime alimentare ed educativo quanto meno distorto. Il clima nella villa da cui si vede “il mare d’Irlanda” è asfissiante al punto che gli capita di confessare: “È questo silenzio riempito di vento, questo contemplare spaesato la potenza della natura che mi blocca i pensieri, e mi fa piangere con gli occhi asciutti; ritrovarsi lontano da casa, senza una casa amica”. Il conflitto e la frattura sono soltanto all’inizio: l’attrito tra la sofferenza di essere fuori posto (come figlio, fratello, amico) e le urgenze quotidiane di una famiglia caotica (per usare un eufemismo, e speriamo per loro sia solo fiction), è lancinante. Non è da meno il sentirsi straniero, relegato in una stanza dove un topo può diventare amico e compagno di malinconia insieme alle voci, quanto mai adatte, di Tim Buckley, Chet Baker, Elliott Smith e Nick Cave. Così nel ripetersi delle condizioni umilianti per la prole e per tutti, si procede tra drammi casalinghi (compreso un principio di incendio) e diversivi alcolici ed erotici in lungo e in largo per l’isola, dalle scogliere di Moher a Belfast. L’idea della scrittura, in particolare della gestazione di un libro tutto da inventare, è rimandata a un altro spazio e un altro tempo perché “puoi immaginare e leggere, darti da fare con i romanzi di chi ti ha preceduto, studiare i versi dei poeti più importanti e cazzo qui in Irlanda ce ne sono di autori che hanno scritto pagine meravigliose e nobili, eppure, dinanzi alla vita, tutto il sapere e la storia dei documenti, ogni narrazione perde di senso, diventa quasi una macchinazione puerile”. Lo scontro è inevitabile e allo scrittore non resta che il desiderio urlato dentro se stesso: “Vorrei fuggire via da questa enorme casa ai limiti del bosco e volare alto, aggrappato a dei palloncini gonfi di musica, e bussare alle porte di chi mi ha voluto bene o cercato anche solo dentro a un ricordo; sarebbe bello correre sulla schiena delle nuvole grigie e piovose, disperderne le forme in minuscole particelle di ghiaccio e cancellare questa triste giornata, passando di città in città, e così planare dall’alto sopra i tetti delle case dove mi hanno dato da mangiare; farei qualsiasi cosa per liberarmi da quest’isola avvolta nella nebbia e dalle mie sconfitte, dalle occasioni per amare che ho lasciato intorpidire nell’orgoglio, e ritornare a occuparmi della mia vita e di tutto ciò che la letteratura ha ancora da insegnarmi”. Mentre l’insofferenza cresce, insieme alla nostalgia di un altro mare e di un’altra casa, un coro di personaggi accompagna il suo tentennante work in progress: il pensiero di Lodovica e la realtà di Tamara, l’amicizia di Sandro (da lontano) e quella di Mario (in arrivo dall’Italia) che prelude al ritorno. Sì, perché è vero che “uno scrittore non può esistere al di fuori delle proprie assuefazioni” ma alla fine, sotto una pioggia persistente, diventa chiaro che “bisogna partire, tornare a casa, ridiscutere impegni e progetti, trovare storie da scrivere, amare, scusarsi con le persone che abbiamo lasciato, scandagliare le fabbriche e i mercati e gli uffici per provare ad avere un lavoro serio”. Nel suo svolgersi Bauhaus è senza dubbio la testimonianza che “la letteratura ha il potere di annullare il mondo e il tempo presente, è una piena viscosa in cui ogni elemento si tiene insieme, mentre straripa, travolgendo tutto ciò che incontra lungo la via”. L’elenco delle letture, tra cui Erskine Caldwell, Jack Kerouac, Virginia Woolf e Sándor Márai, pare confermarlo, oltre ad aggiungere al diario irlandese un tocco di classe in più.
mercoledì 15 aprile 2026
Cesare Pavese
Le analisi di William Faulkner, Edgar Lee Masters, Sinclair Lewis, John Dos Passos, Richard Wright, Theodore Dreiser, Gertrude Stein, Sherwood Anderson su cui si sono formate generazioni di lettori valgono ancora oggi, e così La letteratura americana e gli altri saggi di Cesare Pavese acquistano la dimensione di un vero e proprio caposaldo, a cui è utile tornare, ogni tanto. Secondo Italo Calvino, l’approccio di Pavese vuol dire molto per “ragioni poetiche e umane”, e non solo nel trovare una giusta ubicazione alla letteratura americana e all’America tout court, che secondo lui “non era un altro paese, un nuovo inizio della storia, ma soltanto il gigantesco teatro dove con maggiore franchezza che altrove veniva recitato il dramma di tutti”. Nello scandagliare lo sviluppo di una letteratura moderna, l’attenzione di Pavese, pur affascinato e coinvolto da Moby Dick o da Foglie d’erba non si lascia fuorviare perché “la verità, per la nuova America come per la vecchia Europa, è che dal nulla non nasce nulla; e che, specialmente nella sfera della poesia, nulla di notevole nasce se non ispirandosi a una cultura autoctona o, se tale non può essere il caso, a una cultura almeno seriamente e definitivamente assimilata dalla razza e dalla nazione”. D’altra parte uno degli apprezzamenti principali, ovvero il concetto di ultimate grip of reality, fondamentale per una rinnovata aderenza della letteratura alla realtà, costituisce un perno attorno a cui ruota la percezione complessiva della letteratura di Pavese. Gli altri saggi, associati alle disquisizioni letterarie acquistano più spessore con il passare del tempo. Le riflessioni sono limpide, articolate, puntuali e si snodano a formare una visione intellettuale, una capacità di leggere il mondo, e la vita, in parallelo o insieme alla letteratura con la convinzione che “il narratore, il poeta, l’operaio della fantasia intelligente, deve anzitutto accettare il destino, esser d’accordo con se stesso”. Le indagini sul mito, (“Il mito è insomma una norma, lo schema di un fatto avvenuto una volta per tutte, e trae il suo valore da questa unicità assoluta che lo solleva fuori del tempo e lo consacra rivelazione. Per questo esso avviene sempre alle origini, come nell’infanzia: è fuori del tempo”), sulla poesia (“La poesia è l’immagine chiara di ciò che nell’esperienza ci è parso oscuro, misterioso, problematico. In qualunque esperienza. E in qualunque momento storico ci tocchi di vivere”), sulle contingenze di ogni giorno (“La vita si popola si arricchisce di eventi insostituibili che, appunto perché accaduti una volta per tutte e sovrastanti alle leggi del mondo sublunare, valgono come moduli supremi della realtà, come suo contenuto, significato e midollo, e tutte le vicende quotidiane acquistano senso e valore in quanto ne sono la ripetizione o il riflesso”) e sulle simbologie (“I simboli che ciascuno di noi porta in sé, e ritrova improvvisamente nel mondo e li riconosce e il suo cuore ha un sussulto, sono i suoi autentici ricordi. Sono anche vere e proprie scoperte. Bisogna sapere che noi non vediamo mai le cose una prima volta, ma sempre la seconda. Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo”) sono di una ricchezza inestimabile e conferiscono a La letteratura americana e altri saggi la dimensione del classico. Pavese è rigoroso e insieme coraggioso e molto pratico nell’identificare strumenti e obiettivi, modelli e traiettorie. La sua posizione rispetto all’umanesimo e alle culture non occidentali, e alla loro collocazione, è trasparente, ed è utile ricordarlo: “Ci sono culture che vegetano a un gradino inferiore della storia, per essere il problema di maturare di assurgere a quel virile tragico istante che è l’equilibrio dell’individuale e del collettivo, è lo stesso che per l’anarchico ribelle in calzoni corti il problema di crescere tragico eroe, consapevole della storia”. L’urgenza di queste distinzioni sono soltanto una parte di una responsabilità che Pavese richiama spesso: “Ma ci sembra che il tempo sia giunto: o adesso o mai più. In un’epoca come la nostra in cui chi sa scrivere pare non abbia più niente da dire e chi comincia ad aver qualcosa da dire non sa ancora scrivere, l’unica posizione degna di chi pure si sente vivo e uomo tra gli uomini ci sembra questa: impartire alle masse future, che ne avranno bisogno, una lezione di come la caotica e quotidiana realtà nostra e loro può essere trasformata in pensiero e fantasia”. Infine, Pavese apprezza e riconosce spesso gli sforzi e d’altra parte ha l’umiltà di riconoscere il limite quando ammette che “il difficile è distinguere, a volta a volta, fin dove siamo parole anche noi”. Dovendo ricominciare da qualche parte basta riaprire un breve articolo polemico del 1950, Cultura democratica e cultura americana: il titolo dice già tutto e le due pagine valgono come se fossero state scritte ieri. Obbligatorio.
venerdì 10 aprile 2026
Ilaria Vajngerl
La famiglia resta un mistero e una specie di luogo estraneo a quello che succede nel mondo, che si consuma in una follia lontana ed estrema. Non è comunque un luogo sicuro, e nemmeno così statico, anzi. La perentoria affermazione contenuta nel titolo è dedicata a Gioia che, con un nome sibillino ed enigmatico, è figlia, moglie, madre, nipote e lascia intendere di raccogliere in sé tutte le metamorfosi femminili quando dice: “Mi pareva che fossimo la stessa persona, che non avessimo confini e che non esistesse neanche il tempo”. Quest’ultimo è un fattore decisivo che non guarda in faccia nessuno: nel suo perentorio avanzare, i legami assumono tratti differenti, che coinvolgono il buon vicinato, gli amici, le conoscenze occasionali e, nel caso specifico di Gioia, persino l’apparizione di un volto sconosciuto e misterioso. L’arcano non durerà molto, ma prima, quasi fosse costretta a superare una serie di esercizi e di prove, Gioia dovrà affrontare emergenze e ricordi con Maria, Anna e il gatto (Clementino), perdite e dolori, silenzi e assenze, a partire da quella del figlio, Michele, che si è trasferito in Canada. Le mutevoli e fragili forme dell’amore si traducono in un tatuaggio, una telefonata, una pianta, un taglio di capelli, un paio di forbici: Nel sangue ho solo il tempo è disseminato di minuscole note che vanno collegate una per una con pazienza per avere l’intera sinfonia. La dimensione del racconto è intima, accurata, preziosa. Ilaria Vajngerl ripercorre su e giù, in lungo e in largo l’albero genealogico di Gioia ed entra nella vita dei personaggi in punta di piedi, ma poi non li molla più e li segue secondo per secondo, illustrando tutte le impressioni attraverso il filtro di un’osservazione acuta, ed essenziale. Ogni dettaglio può cambiare il momento e la direzione della storia: un buco nel maglione, una spilla, un paio di occhiali, la differenza tra un fazzoletto di stoffa e uno di carta perché “un fazzoletto di carta credo che consoli meno”, e qui qualche lacrima sgorga con facilità. A maggior ragione, le variazioni climatiche e stagionali del paesaggio subalpino che vengono annotate (“Il sole comincia a tramontare, le nuvole si impregnano di luce, le colline diventano viola. Fra poco posso andarmene, è quasi ora di cena, tanto qui non combino nulla di buono”) come uno scenario parallelo. Il corso degli eventi umani e quello degli sbalzi naturali si intersecano perché all’età di Gioia “ormai non c’è altro, solo i giorni che passano”. Il tempo è sospeso, immaginato in una dimensione instabile e lei dice che “è un tempo lontanissimo, e lo posso guardare da così vicino che ho paura di disturbare”. L’intimità, tutta domestica delle riflessioni, è turbata solo da un viaggio sull’Atlantico come se attraversare un intervallo oceanico, potesse servire a colmare lo scarto tra figli e genitori, implicando il ritorno a essere madre e la necessità di affrontare un varco temporale. È un momento che funziona un po’ da cerniera nello svolgersi di Nel sangue ho solo il tempo che, nella complessità delle emozioni raccolte ed elaborate, colpisce per la discrezione e l’attenzione con cui Ilaria Vajngerl affronta le svolte, le partenze e gli arrivi, le tradizioni e le consuetudini, i segreti e le rivelazioni che determinano e condizionano la vita famigliare. La brevità, già sperimentata con Le magie, pare essere la misura stilistica adatta e qui si espande a un romanzo conciso ed elegante, sviluppato anche con una certa leggerezza, come la intendeva Italo Calvino, dove ogni gesto, ogni dettaglio, comprese le sfumature autobiografiche, è un sortilegio, un piccolo incanto, uno spazio aperto. Comprensivo di una delicata resa alla scrittura che Ilaria Vajngerl, con la voce della sua protagonista, riconosce così: “Avrei voluto che sparissero anche tutte le parole, invece si ingigantivano come nuvole prima della tempesta”. Spesso, e soprattutto in famiglia, basterebbe quello, ma il più delle volte non c’è alternativa, bisogna proprio buttarle giù.
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