La famiglia resta un mistero e una specie di luogo estraneo a quello che succede nel mondo, che si consuma in una follia lontana ed estrema. Non è comunque un luogo sicuro, e nemmeno così statico, anzi. La perentoria affermazione contenuta nel titolo è dedicata a Gioia che, con un nome sibillino ed enigmatico, è figlia, moglie, madre, nipote e lascia intendere di raccogliere in sé tutte le metamorfosi femminili quando dice: “Mi pareva che fossimo la stessa persona, che non avessimo confini e che non esistesse neanche il tempo”. Quest’ultimo è un fattore decisivo che non guarda in faccia nessuno: nel suo perentorio avanzare, i legami assumono tratti differenti, che coinvolgono il buon vicinato, gli amici, le conoscenze occasionali e, nel caso specifico di Gioia, persino l’apparizione di un volto sconosciuto e misterioso. L’arcano non durerà molto, ma prima, quasi fosse costretta a superare una serie di esercizi e di prove, Gioia dovrà affrontare emergenze e ricordi con Maria, Anna e il gatto (Clementino), perdite e dolori, silenzi e assenze, a partire da quella del figlio, Michele, che si è trasferito in Canada. Le mutevoli e fragili forme dell’amore si traducono in un tatuaggio, una telefonata, una pianta, un taglio di capelli, un paio di forbici: Nel sangue ho solo il tempo è disseminato di minuscole note che vanno collegate una per una con pazienza per avere l’intera sinfonia. La dimensione del racconto è intima, accurata, preziosa. Ilaria Vajngerl ripercorre su e giù, in lungo e in largo l’albero genealogico di Gioia ed entra nella vita dei personaggi in punta di piedi, ma poi non li molla più e li segue secondo per secondo, illustrando tutte le impressioni attraverso il filtro di un’osservazione acuta, ed essenziale. Ogni dettaglio può cambiare il momento e la direzione della storia: un buco nel maglione, una spilla, un paio di occhiali, la differenza tra un fazzoletto di stoffa e uno di carta perché “un fazzoletto di carta credo che consoli meno”, e qui qualche lacrima sgorga con facilità. A maggior ragione, le variazioni climatiche e stagionali del paesaggio subalpino che vengono annotate (“Il sole comincia a tramontare, le nuvole si impregnano di luce, le colline diventano viola. Fra poco posso andarmene, è quasi ora di cena, tanto qui non combino nulla di buono”) come uno scenario parallelo. Il corso degli eventi umani e quello degli sbalzi naturali si intersecano perché all’età di Gioia “ormai non c’è altro, solo i giorni che passano”. Il tempo è sospeso, immaginato in una dimensione instabile e lei dice che “è un tempo lontanissimo, e lo posso guardare da così vicino che ho paura di disturbare”. L’intimità, tutta domestica delle riflessioni, è turbata solo da un viaggio sull’Atlantico come se attraversare un intervallo oceanico, potesse servire a colmare lo scarto tra figli e genitori, implicando il ritorno a essere madre e la necessità di affrontare un varco temporale. È un momento che funziona un po’ da cerniera nello svolgersi di Nel sangue ho solo il tempo che, nella complessità delle emozioni raccolte ed elaborate, colpisce per la discrezione e l’attenzione con cui Ilaria Vajngerl affronta le svolte, le partenze e gli arrivi, le tradizioni e le consuetudini, i segreti e le rivelazioni che determinano e condizionano la vita famigliare. La brevità, già sperimentata con Le magie, pare essere la misura stilistica adatta e qui si espande a un romanzo conciso ed elegante, sviluppato anche con una certa leggerezza, come la intendeva Italo Calvino, dove ogni gesto, ogni dettaglio, comprese le sfumature autobiografiche, è un sortilegio, un piccolo incanto, uno spazio aperto. Comprensivo di una delicata resa alla scrittura che Ilaria Vajngerl, con la voce della sua protagonista, riconosce così: “Avrei voluto che sparissero anche tutte le parole, invece si ingigantivano come nuvole prima della tempesta”. Spesso, e soprattutto in famiglia, basterebbe quello, ma il più delle volte non c’è alternativa, bisogna proprio buttarle giù.
venerdì 10 aprile 2026
domenica 4 gennaio 2026
Claudio Magris
Ecco il classico esempio per cui una raccolta di articoli diventa qualcosa di più: una visione d’insieme sulla letteratura, sulla sua efficacia, sui legami che offre, sulle possibilità e sui limiti naturali. Dura un attimo il giorno ne offre un quadro articolato e complessivo che Claudio Magris riesce a trasmettere con le proprietà di una lingua diretta, elegante, priva di inutili complicazioni. Nel titolo, mutuato da un verso di Biagio Marin, c’è già l’idea che “ogni attimo è un tessuto impalpabile di molti futuri, di cui qualcuno potrà realizzarsi e altri resteranno potenziali, ma non meno reali delle loro imprevedibili possibilità latenti”. C’è questo afflato costante, coerente e appassionato, dall’insegnamento alla traduzione (“Tradurre significa ricreare una storia o un destino, facendoli restare sé stessi e insieme diventare altri”), dalla poesia alla prosa, in particolare per la narrativa e le storie laddove “raccontare, non solo sulla pagina romanzesca, anche a voce, parlando, dà vita a ciò di cui si narra, è la sua generazione e il suo atto di nascita”. Protagonista assoluta è “la magia della scrittura, la sua trascinante e inquietante capacità di dire le cose, di trasformare dei segni silenziosi di una storia, in avventura, amore, guerra”. Magris parte dalle coordinate di riferimento mitteleuropee, segue uno per uno i “capolavori falliti” del ventesimo secolo secondo Raffaele La Capria e le ombre che non se ne vanno, pezzi di memoria che si compongono come rotte su mappe variabili. La Germania divisa e poi riunita, il Faust nelle diverse espressioni, la riflessione, molto interessante su umano e non-umano, Trieste e il mare sono soltanto le tappe di un’ampia panoramica, un modo di intendere la vita che implica uno specifico rapporto con la scrittura e la lettura. L’incedere e la misura sono sicuri: consapevole della fragilità della letteratura, ma anche della sua indispensabilità, Magris si pone proprio all’interno di un intimo legame per e con il lettore ovvero “quel rapporto e quel dialogo che costituiscono l’autentica lettura, in cui chi legge diventa quasi un coautore di tutto ciò che il resto desta e trasforma in lui”. C’è molto di Magris anche nelle recensione altrui dove trova spesso l’occasione per commiati e necrologi, giusto a sottolineare anche una rete di rapporti e di appartenenze, di complicità e amicizie. Un approccio sistematico e raffinato tenendo presente che “i nomi salvano le cose, le persone, la vita” e Dura un attimo il giorno ne colleziona un bel po’. Le passioni inossidabili di Claudio Magris, da Salgari e Kipling in poi, si estendono a Michael Krüger, Stelio Mattioni, Primo Levi, Gregor von Rezzori, Giorgio Negrelli, Javier Marías, Gianni Stuparich, Martin Pollack, Zigmunt Bauman, Ligio Zanini, Carlo Michelstaedter, Norman Manea, Johannes Urzidil, Gabriele Tergit, Ivo Andrić, Thomas Mann, Joseph Roth, Ismail Kadare, Robert Musil, Francesco Pietro Cristino, Stefan Zweig, João Guimarães Rosa, Maurizio Serra, Daniele Del Giudice, Hilde Spiel e l’amico Mario Vargas Losa e poi Svevo, Pasolini, Kafka, Hölderlin, Borges fino al Moby Dick di Melville. Letture, rivisitazioni e ritratti sono puntuali e ricchi di intersezioni che Magris indaga ed esplora senza sosta, e con trasporto ribadendo che “la scrittura è forse un filo di Arianna che aiuta non a uscire dal labirinto ma a penetrarvi da tutte le parti, ad avvolgerlo, in modo da depistare il cammino che vuole condurci verso l’uscita”. C’è anche un aspetto selettivo, ormai una rarità, perché non è proprio obbligatorio conoscere ogni presunto best seller o leggere Il codice da Vinci perché lo fanno tutti. Magris ricorda che “occorre un motivo per fare una cosa, non per non farla” e questa sì è una distinzione più che mai necessaria.
mercoledì 29 ottobre 2025
Paolo Scardanelli
Un magma di simboli e segnali emerge nelle circostanze di un omicidio avvenuto in una remota località sull’Etna. Belletti, trasferito a Catania dopo il caso del Lupo, si ritrova una vittima di nazionalità tedesca, e poco altro. Deve viaggiare fino ad Amburgo, andata e ritorno e più di una volta: è una guida, un osservatore, molto abile e astuto, il caso ha una sua evidenza logica, il colpevole è già scritto, ma si trova fuori dalla sua giurisdizione. L’ostacolo delle lingue è relativo, questa è gente che ha “letto troppo Seneca” e trova un modo di confrontarsi. Le digressioni filosofiche architettate da Scardanelli qui sfociano in un terreno molto fertile perché se “tutto è segno”, il nuovo caso del commissario Belletti è un trionfo di contrasti e contrapposizioni: la giustizia e la vendetta, la ragione e il sentimento, la Sicilia e la Germania, il nord e il sud, la cucina a base di maiale e quella con il pesce, la montagna e il mare, il professore e gli allievi, la realtà e la sua invenzione. Tra tutti anche l’incontro tra Romeo, il cane dell’assassinato, e Belletti che lo adotta e viene adottato a sua volta. Romeo sembra capire tutto e se non partecipa al discorso generale è soltanto perché non ha la facoltà della parola. D’altra parte i dialoghi svelano molto della natura dell’uomo e il confronto non spaventa Belletti, anzi, lo stimola a cercare un disegno superiore. Dietro l’omicidio sulle falde dell’Etna resta solo un indizio, la dedica nelle pagine di La morte di Empedocle di Hölderlin. La tensione arriva dal passato, fantasmi di una furia omicida che il tempo e le sconfitte non hanno placato. Il dramma si rivolge contro Bruno Richter, un insegnante, responsabile degli ideali che fibrillano come forze magnetiche sotterranee perché “aneliamo l’oltre, non senza ragione, e spesso ne rimaniamo bruciati”. È il 1986, il mondo sta cambiando, o è già cambiato, ma i tormenti delle cronache e del tempo riportano alla lotta armata e ai fantasmi imbottiti di ideologia dato che “il mondo, nel frattempo, andava avanti seguendo le sue orbite, era sprofondato all’inferno ed era riemerso e noi ancora qui, quarant’anni dopo”. Belletti sembra immune dalla complessità sottintesa dal movente dell’omicidio: il suo scopo non è riscrivere la storia o adeguarla all’evenienza. L’istinto lo porta a semplificare la caccia, la dialettica, più forbita che mai nell’occasione, a trovare una cornice complessiva, forse un motivo, un senso generale, ammesso che possa esistere. Ci sono distanze che non appartengono alla geografia e i viaggi di Belletti ci ricordano soltanto che “tendiamo a rimuovere ogni cosa, le nostre paure come i nostri sogni”. La soluzione deve essere tutta lì e va cercata nei confronti con i corrispettivi tedeschi, con il questore e con il procuratore che si aspettano quei risultati che non tarderanno ad arrivare Belletti si trova più a suo agio con Romeo che comprende tutto a un livello particolare e che è la dimostrazione concreta che “siamo piccoli mortali, bestie comprese, soggetti al principio e alla fine; la natura naturata no: essa è rocce, che hanno milioni d’anni, e oceani che incessantemente le lambiscono, venti e fenomeni atmosferici compresi”. Il vulcano resta lì, un’ombra che non si sposta, con tutto il suo peso e il suo enigma, mentre la strofa iniziale, e quella finale, di Hurt, si presume nella versione di Johnny Cash come già nelle precedenti puntate, resta come una specie di addio, ma è più probabile che sia soltanto un arrivederci.
mercoledì 22 ottobre 2025
Pierluigi Lucadei
Partendo dal rapporto personale con le canzoni, con i dischi e con le atmosfere che evocano, Pierluigi Lucadei ricorda che “i primi mesi del nuovo millennio brillavano di una libera associazione di idee e propositi, sogni e utopie che ci sembravano realizzabili con i nuovi strumenti in nostro possesso”. Grandi aspettative, belle speranze, tutte naufragate nel corso di una singola estate e da allora “il mondo non ha più galleggiato dentro una bolla di ingenuità e meraviglia come quei mesi”. Verissimo. L’11 settembre 2001 e, qualche settimana prima, il G8 di Genova, sono stati gli snodi dell’inaugurazione di un secolo che era già finito lì. La musica in qualche modo l’aveva intuito e la caratteristica dominante dei dischi collezionati in Forever Ago ruota attorno a un’introspezione più o meno forzata che vede in Neil Young, un nome che ricorre spesso, come un padre putativo. Per riprendere il titolo più recente, quello dedicato a Iechyd Da di Bill Ryder-Jones, siamo nel “crepuscolarismo post-traumatico”, definizione complessa, ma che rende alla perfezione: un quarto di secolo che se ne è andato, non benissimo, e venticinque album vengono scelti e illustrati uno per uno per ogni anno. La moltiplicazione ha i suoi effetti perché, come viene detto in occasione della dissertazione su Piccoli fragilissimi film di Paolo Benvegnù, alla cui memoria è dedicato Forever Ago, “c’è il medesimo rispetto per la canzone e per la sua complessità, ma anche un modo altro, un po’ lunare, di osservare le cose”. Lucadei sembra applicarsi nello stesso modo nel vivisezionare, tra gli altri, High Violet dei National, Push The Sky Away di Nick Cave, North Star Deserter di Vic Chesnutt, e poi opere di Tame Impala, Marianne Faithfull, Bon Iver (che presta anche un pezzo di titolo), Feist, Beck, Rufus Wainwright, Big Thief, Idles, Kings of Convenience e Niccolò Fabi. Concentrarsi sull’album è una scelta perentoria, con un significato specifico, in “un’epoca in cui è stato possibile concedere ancora del tempo all’ascolto di un disco, lasciando che si espandesse giro dopo giro dentro il lettore”. Visto che nell’arco di tempo sottinteso da Forever Ago l’ascolto è mutato in direzioni imprevedibili, spesso relative, è giusta anche un’osservazione più estesa e ancora più attuale: “L’album è oggi un vero atto di resistenza, uno dei pochi modi rimasti per negare il consenso a una scansione frenetica del tempo e a una gestione schizoide della propria attenzione”. Dovendo sceglierne uno vale la pena di partire da Yankee Hotel Foxtrot dei Wilco, un passaggio emblematico per tutta una serie di motivi, anche extra musicali, che infine Lucadei descrive come “un disco di canzoni spettrali. In alcuni momenti non si ha neppure l’impressione di ascoltare canzoni vere e proprie, ma la loro radiografia. Come in un’alternanza di opacità e trasparenze, di bianchi e neri, la musica si avventura in un’operazione di scheletrizzazione che sfuma la realtà e le fa assumere contorni ambigui”. Quello scritto per l’album dei Wilco, vale quasi per tutti, data la comune caratteristica malinconica e riflessiva, sottolineata anche dalle storie dolorose che hanno alle spalle questi dischi e queste canzoni. Lucadei le segue nel dettaglio fino a chiedersi: “Quant’è sottile la linea che ci separa dal collasso se ciò che costruiamo si basa su fondamenta così fragili?”, e il tentativo di rispondere alla domanda si trasforma nei racconti di una Disperata necessità di cambiamento per Anohni and the Johnsons, dei Frammenti di un delirio di Aldous Harding, di una Jam session in cucina per Fiona Apple, delle esplorazioni Tra il regno dei vivi e il regno dei morti di Sufjan Stevens o di Una grande festa psichedelica degli Animal Collective o dei Fottutissimi ricordi dei Band of Horses. Lo sguardo e l’ascolto sono originali e acuti, tanto che la musica pare davvero L’ultimo avamposto di umanità come recita il titolo del primo capitolo, dedicato a The Sopthware Slump dei Grandaddy. Siamo ancora nel 2000, ma sembra trascorsa un’intera era geologica.
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