mercoledì 30 settembre 2026

Tiziano Cantatore

L’America di Tiziano Cantatore è una prova di grande equilibrio: prima di tutto perché La lunga linea gialla è percorsa in moto, che ha tutta una sua precarietà, e poi per quella “fusione continua tra fantasia e realtà”. Le due dimensioni spesso collidono e su “certe strade” sono fonte di una continua epifania. Le emozioni giocano un ruolo predominante nel seguire La lunga linea gialla: lo stupore di fronte alle sterminate distanze e alla maestosità dei panorami, la gratitudine per l’ospitalità e la cordialità delle small town (e non solo), l’intensa sensazione di ritrovare se stessi in the middle of nowhere, le continue suggestioni del cinema, della letteratura e della musica. I collegamenti sono spontanei e rimandano con insistenza a una connessione più profonda e personale che Tiziano Cantatore non tarda a svelare. L’America si riflette da lontano, dall’infanzia vissuta tra cowboy e indiani e Tex Willer che ha avuto il pregio di riunirli. Nelle trasferte sulle highway americane, i connotati della storia di un legame appassionato si fanno via via più chiari. Pur assecondando la meraviglia degli incontri, delle sorprese culinarie (la scoperta delle vongole fritte su tutto), degli inconvenienti, dei doni e delle scoperte, il passaggio a nord ovest di Tiziano Cantatore persegue una rotta decisa, tenendosi a fianco dei sentieri nativi, spesso dolenti e segnati da ferite ancora aperte. Qui ci viene in soccorso Salman Rushdie quando dice: “Così appare l’America a chi guarda dall’esterno: conosciutissima e, allo stesso tempo, del tutto ignota. È insieme incarnazione del potere ed espressione multiforme della libertà”. In questo modo La lunga linea gialla conduce a ricordare i conflitti e i massacri e le miserevoli condizioni delle riserve, ma anche figure importanti come Elouise Cobell e testimonianze come il classico Seppellite il mio cuore a Wounded Knee di Dee Brown. Di libri e letture sono zeppe le capaci tasche delle moto di Tiziano Cantatore che rende omaggio tanto a Jack Kerouac, sulla lapide di Lowell, Massachusetts, dove Dylan & Ginsberg arrivarono insieme, fino a Ketchum, Idaho, l’ultimo indirizzo conosciuto di Hemingway. La voce è quella semplice, diretta e spontanea del viaggiatore che si trova davanti a una birra al bancone del bar, condizione che Tiziano Cantatore sperimenta spesso e volentieri. Sono le occasioni in cui il confronto con l’essenza americana, favorito dai momenti di giovialità, permette di avvicinarsi a molti luoghi comuni, spesso comprensibili (la dedizione per i cavalli), a volte un po’ meno (la curiosa ossessione per il ghiaccio). Gli scambi sui bordi delle strade, un sigaro, una bottiglia di vino, una manciata di adesivi, sono il collante di conoscenze e amicizie che distinguono le giornate in sella alla moto e celebrano la “ricerca di umanità in quel vortice chiamato America”. La musica è tutto un altro discorso, dato che Tiziano Cantatore coltiva da tempo una carriera parallela a quelle di motociclista e di giornalista. La lunga linea gialla è punteggiata di canzoni che, come ogni altro riferimento, trovano espressione in uno spazio preciso. Hanno la funzione di introdurre nei confini di una città, come Streets of Philadelphia di Springsteen, o definiscono un capolinea come In My Hour of Darkness di Gram Parsons a Joshua Tree. Nelle radio, nei bar e più di tutto nell’immaginazione risuonano le canzoni del miglior songwriting americano, con John Prine in testa che, per una serie di coincidenze, Tiziano Cantatore non riesce a vedere suonare dal vivo. L’aneddoto è uno degli innumerevoli episodi che arricchiscono La lunga linea gialla e, da una costa all’altra, ne fanno una guida per un’America che esiste ancora negli occhi di chi sa come trovarla.

mercoledì 22 luglio 2026

Giacomo Sartori

Quando tratta di terra Giacomo Sartori non gli attribuisce un’aura filosofica o metafisica. Parla proprio del suolo, di Buche e Letame, dell’Aria e dell’Erosione. Essendo un agronomo abituato a calarsi nel fango e ad annusare e a scrutare ogni sedimento e a toccare con mano quello che poi racconta con garbo e passione sa che “la terra è groviglio e connessioni e bilanciamenti, continuo divenire. E sintesi”. Le osservazioni elencate da Giacomo Sartori sono più che ragionevoli: alla voce Pellicola, subito all’inizio, si percepisce già la natura tanto importante quanto fragile della terra: “Le radici e le reazioni della vita si ammassano in quella pellicola estremamente ridotta. Molti magnifici vini, i deliziosi porcini, e il pane e le patate, nascono lì”. Per essere sicuro di coglierne la dimensione, Giacomo Sartori è ancora più prosaico: “La nostra attuale alimentazione, ma anche quella del futuro, dipendono entrambe da questa esigua pellicina, che ricopre le aree emerse dove il clima è più clemente, come una glassa di gran qualità”. Questo strato ridotto di superficie si inserisce in un contesto molto più ampio e complesso e basta seguire le progressioni dei Lombrichi nell’omonimo capitolo per rendersi conto che “la natura è tutta una rete di legami, e tutto si intramezza, tutto si fonde, tutto si metamorfosa, con incessanti scambi di energia e perfino di geni”. Negli svolgimenti successivi, da Sostanza organica a Vita dalle Terre di montagna all’Acqua conducono a una conoscenza specifica: Giacomo Sartori è chiarissimo nell’esposizione che è ricca ed efficace nello stesso tempo, spesso frutto di esperienze dirette. La concentrazione che il Sillabario della terra dedica a uno specifico tratto dell’ambiente è sinonimo di un’attenzione di certo non sporadica, che racconta e spiega molto bene l’insostituibilità della terra e il rischio di ferite irreparabili, che cominciano dallo sfruttamento senza alcun limite, come se non ci fosse un domani, e come se fosse infinita. Il peso dell’agricoltura industriale, con tutti i suoi apparati meccanici e chimici, l’incidenza della Guerra non sono soltanto i limiti di uno sviluppo a senso unico, ma anche le deformazioni della percezione stessa della terra. Su questo Giacomo Sartori non esita a sottolineare le responsabilità che portano alle Terre avvelenate e ai Deserti ed è lapidario a ricordarci che “gli umani fanno i danni, e quando questi sono troppo gravi per essere riparati se ne vanno. Dalle loro devastazioni esala qualcosa di enigmatico, che sfugge alla logica e al buon senso”. Detto questo, il Sillabario della terra è una guida pratica a districarsi in quella che nell’introduzione di Paolo Pileri viene chiamata “una società sempre più innaturale” e lascia intravedere un equilibrio o se non altro una riflessione che non è più rimandabile perché come già diceva Wendell Berry in Il corpo e la terra: “Il collegamento con la terra è salute. E ciò che la nostra società fa del suo meglio per nasconderci è come la salute sia semplice e raggiungibile da tutti. Ci rimettiamo la salute, e creiamo malattie e dipendenze che sono fonte di profitti, perché non riusciamo a vedere i diretti collegamenti che esistono fra vivere e mangiare, fra mangiare e lavorare, fra lavorare e amare”. Utile, concreto, esplicito, il Sillabario della terra è un manifesto in cui leggere il futuro, prima che sia troppo tardi.

giovedì 9 luglio 2026

Michele Casiraghi

Lo stile del falco è nitido, preciso, in rilievo. È un rapace, un predatore, segue l’istinto e la fame. Il falconiere è pieno di dubbi, incertezze, tentennamenti. È umano. Tra i due si sviluppa un’assiduità, una forma di dipendenza che li lega e nella reciprocità si manifesta come “un donare libero verso qualcosa di inafferrabile”. Le esigenze del falco sono semplici, spontanee, naturali. Aria, luce, acqua e sangue. Quelle del falconiere sono più complesse, a tratti nebulose: solo nel volatile, nella bellezza e nell’elegante essenzialità dei comportamenti, trova un riscontro tangibile. Il falco è sincero e conferma: “Lasciai presto il nido, nutrivo il bisogno di scoprire il mondo. Non era solo una curiosità ma una vera necessità”. Dalla madre, che lo accudiva e lo sfamava, al falconiere che lo lega, lo incappuccia, lo addestra. I bisogni primordiali sono appagati, forse la libertà ha un prezzo, e il falco si lascia sfuggire, con una saggezza tutta sua, che “basta sorvolare e tutto scorreva meglio”, e non è difficile cogliere la sottile ironia del caso. Eppure la simbiosi tra i due, per quanto riuscita, rimane provvisoria. L’Analisi di un rapace in picchiata osserva aspettative, limiti, opzioni, contraddizioni di un legame, mettendo in risalto il ruolo dell’altro, che, nel migliore dei casi, è imprevedibile ed è sempre così, non soltanto tra uomo e animale. L’equilibrio si incrina con un colpo di scena del tutto accidentale, ma efficace, che apre scenari inesplorati. Da quel momento, il falconiere, una volta conclusa la caccia ed espletati i rituali verso il falco è preda di affanni molto umani, troppo umani: “Non riesco a separarmi dalla sensazione che la vita sia avvolta dalla menzogna, da una farsa che si estende al modello culturale, politico e sociale di cui tutti si lamentano. Quell’angoscia nascosta nasconde un disegno più grande della maschera quotidiana, che non riesce a cadere”. Le parole di Shakespeare, Schopenauer, Bulgakov, Spinoza, Goethe, Freud, Plotino, Dante, per quanto richiamate nel corso di Lasciati assalire, concedono soltanto ipotesi e risposte parziali: il falconiere, ammiratore più di tutti di Oscar Wilde, riconosce che “un confronto con l’altro è lo specchio che riflette le cose al di qua della barricata”. Nella somma di vincoli tra falco e falconiere, la trasformazione che sottintende Lasciati assalire è imponderabile come l’agguato a una pernice ai margini di un bosco ed è lì che Michele Casiraghi trova una voce essenziale e raffinata, capace di attraversare più livelli di interpretazione e di attribuire alle personalità del falco e del falconiere i giusti connotati, anche quando si confondono all’interno di un rapporto ispido e di un dialogo improbabile, rendendo credibili i rispettivi tormenti. Lasciati assalire è un esordio originale e coraggioso quando prova a spiegare che “la natura è feroce e anche se proviamo a contrastare qualche raggio efferato, prima o poi girato l’angolo ci trafigge. Accettare la sensibilità e la debolezza, tenere il cuore scoperto e annegare arroganza e aggressività, è una difficile impresa. È in questi stati di apertura che le cose succedono e il mondo ti accoglie”. Il volo superbo del falco nel cielo sgombro di nuvole e i passi notturni del falconiere sugli antichi e levigati ciottoli della città stanno agli antipodi, ma hanno in comune la bellezza della vulnerabilità e dato che “il potenziale dell’imperfezione è troppo sottovalutato”, Lasciati assalire brilla nei contrasti di rifrazioni e ombre e nel conflitto di esseri (umani e non) che provano a trovare un accordo con se stessi.

lunedì 29 giugno 2026

Domenico Paris

La band non si discute ed è tutto: è il sogno ed è la realtà, è l’attesa per la grande occasione e la roulette russa quotidiana con le contingenze della vita, che prima o poi presentano il conto. Il dogma vale in ogni caso, dai Mötley Crüe agli Hanoi Rocks, ma assume un valore stringente quando riguarda un gruppo di ragazzi della provincia abruzzese, dall’ipotetica Campi di Vezio, che, giunti alla soglia dei fatidici trent’anni senza aver concluso un granché sono sull’orlo di chiudere una volta per tutte le chitarre dentro le relative custodie. La storia dei Beautiful Losers (sempre sia lodato Leonard Cohen) stava per finire così, quando con un messaggio di posta elettronica arriva, inaspettata e sorprendente, la proposta di un contratto discografico con una minuscola etichetta discografia romana. Siamo già alla fine del primo decennio del ventunesimo secolo, l’industria discografica è morta e sepolta, ma come direbbero i diretti interessati “dunque, confidiamo nel destino, immaginiamoci l’inimmaginabile, consideriamo tutto quello che ti pare, ma andiamo avanti così”. La svolta prevede un piccolo, sensibile aggiustamento nel nome che diventa Beautiful Loserz, e un tuffo carpiato e senza rete nell’ennesima rock’n’roll fantasy, ma anche nella convinzione di farcela, una volta nella vita. L’ingenuità, per fortuna, fa il resto: Paolo, Luca, Gago, Tony, Walter, Gualtiero si lasciano travolgere dagli eventi ben sapendo che “non esiste nessun collante che può tenere uniti i membri di una band come un certo tipo di incoscienza condivisa”. Se l’incisione dell’agognato disco d’esordio riesce senza particolari patemi, nel tour i Beatiful Loserz interpretano lo stile selvaggio del rock’n’roll nel migliore dei modi con un’aderenza ai cliché (i cliché sono tali proprio perché funzionano così) che non lascia spazio a fraintendimenti ed equivoci. La vita sulla strada, da un concerto all’altro, è una maratona estenuante: la difficoltà di far convivere diversi livelli emotivi con il grado sguaiato di camaraderie, il caos prima e dopo lo show, tutta una meccanica di abbracci, brindisi e pasticci (senza sosta), scherzi e chiacchiere, è un continuo ribaltarsi di fronte, mentre serpeggiano inevitabili i conflitti. È evidente anche nel costante sovrapporsi della prima personale singolare con la corrispettiva plurale perché l’esistenza di gruppo impone di pensare a tutti, e ognuno ha il suo modo di interpretare vizi, abitudini, tentazioni e deviazioni. Qui non si scappa, ed è una questione di attitudine: da Venezia a Taranto, il concetto elementare di sesso, droga e rock’n’roll viene reiterato dai Beautiful Lozerz con partecipazione assoluta e Domenico Paris, che sa benissimo come funziona, riporta ogni sfumatura con un linguaggio colorito, privo di limiti o censure, zero politically correct, che frulla l’onomatopea, il gergo, il dialetto, le inevitabili inflessioni anglosassoni in un flusso inarrestabile, agrodolce, divertente e caotico, ma alla fin fine persino commovente. I singolari psicodrammi (a partire dalle tensioni familiari di Paolo, chitarrista e frontman nonché narratore, per l’occasione), le disavventure, gli eccessi e i sacri mal di testa del giorno dopo diventano via via relativi quando, prepotenti e luminosi, emergono tutta la sofferenza e il trasporto che servono per arrivare a quell’unica epifania, sul palco, che non è mai garantita. Lo spiega bene Paolo, e vale anche per capire cos’ha di speciale La spalla sinistra di Malcolm Young: “Ci sono delle serate nella vita di un musicista, di un qualsiasi musicista, intendo, immediatamente prima delle quali sai già che tutto andrà alla grande: questione di adrenalina ben canalizzata, di paura positiva, di contesto stimolante, di pubblico giusto. Ognuna di queste cose, ben mescolata con le altre, contribuisce a creare quella divina magia che ogni tanto ti tocca per portarti nell’Olimpo spirituale dei suoni”. L’epilogo (sì, arrivano pure gli AC/DC, per forza) è un ultimo, ripetuto ed estremo tributo al rock’n’roll e grazie a Domenico Paris per averlo celebrato per quello che è: una folle esplosione di energia e una preghiera per Elvis, e non serve altro.