lunedì 18 maggio 2026

Gianfranco Di Fiore

L’Irlanda non è una cartolina e la vita da emigrante è qualcosa di indefinibile tra la fuga, l’esilio e il confino. C’è tutta un’intensa complessità nello sguardo che si riflette dall’autore nel protagonista, a sua volta narratore trascinato dall’inarrestabile flusso di coscienza che è la vera arma segreta di Bauhaus. La trasferta a Enniskerry in cerca di un angolo di riposo per “il nuovo romanzo da scrivere e i libri da leggere” si rivela ben presto un incubo opprimente. Ospite della famiglia del cugino Mauro e della moglie Olivia, deve occuparsi insieme ad altre due babysitter, Sara e Gema, dei figli Vincenzo, Isabella, Blonad e Sirsha condizionati da un regime alimentare ed educativo quanto meno distorto. Il clima nella villa da cui si vede “il mare d’Irlanda” è asfissiante al punto che gli capita di confessare: “È questo silenzio riempito di vento, questo contemplare spaesato la potenza della natura che mi blocca i pensieri, e mi fa piangere con gli occhi asciutti; ritrovarsi lontano da casa, senza una casa amica”. Il conflitto e la frattura sono soltanto all’inizio: l’attrito tra la sofferenza di essere fuori posto (come figlio, fratello, amico) e le urgenze quotidiane di una famiglia caotica (per usare un eufemismo, e speriamo per loro sia solo fiction), è lancinante. Non è da meno il sentirsi straniero, relegato in una stanza dove un topo può diventare amico e compagno di malinconia insieme alle voci, quanto mai adatte, di Tim Buckley, Chet Baker, Elliott Smith e Nick Cave. Così nel ripetersi delle condizioni umilianti per la prole e per tutti, si procede tra drammi casalinghi (compreso un principio di incendio) e diversivi alcolici ed erotici in lungo e in largo per l’isola, dalle scogliere di Moher a Belfast. L’idea della scrittura, in particolare della gestazione di un libro tutto da inventare, è rimandata a un altro spazio e un altro tempo perché “puoi immaginare e leggere, darti da fare con i romanzi di chi ti ha preceduto, studiare i versi dei poeti più importanti e cazzo qui in Irlanda ce ne sono di autori che hanno scritto pagine meravigliose e nobili, eppure, dinanzi alla vita, tutto il sapere e la storia dei documenti, ogni narrazione perde di senso, diventa quasi una macchinazione puerile”. Lo scontro è inevitabile e allo scrittore non resta che il desiderio urlato dentro se stesso: “Vorrei fuggire via da questa enorme casa ai limiti del bosco e volare alto, aggrappato a dei palloncini gonfi di musica, e bussare alle porte di chi mi ha voluto bene o cercato anche solo dentro a un ricordo; sarebbe bello correre sulla schiena delle nuvole grigie e piovose,  disperderne le forme in minuscole particelle di ghiaccio e cancellare questa triste giornata, passando di città in città, e così planare dall’alto sopra i tetti delle case dove mi hanno dato da mangiare; farei qualsiasi cosa per liberarmi da quest’isola avvolta nella nebbia e dalle mie sconfitte, dalle occasioni per amare che ho lasciato intorpidire nell’orgoglio, e ritornare a occuparmi della mia vita e di tutto ciò che la letteratura ha ancora da insegnarmi”. Mentre l’insofferenza cresce, insieme alla nostalgia di un altro mare e di un’altra casa, un coro di personaggi accompagna il suo tentennante work in progress: il pensiero di Lodovica e la realtà di Tamara, l’amicizia di Sandro (da lontano) e quella di Mario (in arrivo dall’Italia) che prelude al ritorno. Sì, perché è vero che “uno scrittore non può esistere al di fuori delle proprie assuefazioni” ma alla fine, sotto una pioggia persistente, diventa chiaro che “bisogna partire, tornare a casa, ridiscutere impegni e progetti, trovare storie da scrivere, amare, scusarsi con le persone che abbiamo lasciato, scandagliare le fabbriche e i mercati e gli uffici per provare ad avere un lavoro serio”. Nel suo svolgersi Bauhaus è senza dubbio la testimonianza che “la letteratura ha il potere di annullare il mondo e il tempo presente, è una piena viscosa in cui ogni elemento si tiene insieme, mentre straripa, travolgendo tutto ciò che incontra lungo la via”. L’elenco delle letture, tra cui Erskine Caldwell, Jack Kerouac, Virginia Woolf e Sándor Márai, pare confermarlo, oltre ad aggiungere al diario irlandese un tocco di classe in più.