La band non si discute ed è tutto: è il sogno ed è la realtà, è l’attesa per la grande occasione e la roulette russa quotidiana con le contingenze della vita, che prima o poi presentano il conto. Il dogma vale in ogni caso, dai Mötley Crüe agli Hanoi Rocks, ma assume un valore stringente quando riguarda un gruppo di ragazzi della provincia abruzzese, dall’ipotetica Campi di Vezio, che, giunti alla soglia dei fatidici trent’anni senza aver concluso un granché sono sull’orlo di chiudere una volta per tutte le chitarre dentro le relative custodie. La storia dei Beautiful Losers (sempre sia lodato Leonard Cohen) stava per finire così, quando con un messaggio di posta elettronica arriva, inaspettata e sorprendente, la proposta di un contratto discografico con una minuscola etichetta discografia romana. Siamo già alla fine del primo decennio del ventunesimo secolo, l’industria discografica è morta e sepolta, ma come direbbero i diretti interessati “dunque, confidiamo nel destino, immaginiamoci l’inimmaginabile, consideriamo tutto quello che ti pare, ma andiamo avanti così”. La svolta prevede un piccolo, sensibile aggiustamento nel nome che diventa Beautiful Loserz, e un tuffo carpiato e senza rete nell’ennesima rock’n’roll fantasy, ma anche nella convinzione di farcela, una volta nella vita. L’ingenuità, per fortuna, fa il resto: Luca, Gago, Tony, Walter, Gualtiero si lasciano travolgere dagli eventi ben sapendo che “non esiste nessun collante che può tenere uniti i membri di una band come un certo tipo di incoscienza condivisa”. Se l’incisione dell’agognato disco d’esordio riesce senza particolari patemi, nel tour i Beatiful Loserz interpretano lo stile selvaggio del rock’n’roll nel migliore dei modi con un’aderenza ai cliché (i cliché sono tali proprio perché funzionano così) che non lascia spazio a fraintendimenti ed equivoci. La vita sulla strada, da un concerto all’altro, è una maratona estenuante: la difficoltà di far convivere diversi livelli emotivi con il grado sguaiato di camaraderie, il caos prima e dopo lo show, tutta una meccanica di abbracci, brindisi e pasticci (senza sosta), scherzi e chiacchiere, è un continuo ribaltarsi di fronte, mentre serpeggiano inevitabili i conflitti. È evidente anche nel costante sovrapporsi della prima personale singolare con la corrispettiva plurale perché l’esistenza di gruppo impone di pensare a tutti, e ognuno ha il suo modo di interpretare vizi, abitudini, tentazioni e deviazioni. Qui non si scappa, ed è una questione di attitudine: da Venezia a Taranto, il concetto elementare di sesso, droga e rock’n’roll viene reiterato dai Beautiful Lozerz con partecipazione assoluta e Domenico Paris, che sa benissimo come funziona, riporta ogni sfumatura con un linguaggio colorito, privo di limiti o censure, zero politically correct, che frulla l’onomatopea, il gergo, il dialetto, le inevitabili inflessioni anglosassoni in un flusso inarrestabile, agrodolce, divertente e caotico, ma alla fin fine persino commovente. I singolari psicodrammi (a partire dalle tensioni familiari di Luca, chitarrista e frontman nonché narratore, per l’occasione), le disavventure, gli eccessi e i sacri mal di testa del giorno dopo diventano via via relativi quando, prepotenti e luminosi, emergono tutta la sofferenza e il trasporto che servono per arrivare a quell’unica epifania, sul palco, che non è mai garantita. Lo spiega bene Luca, e vale anche per capire cos’ha di speciale La spalla sinistra di Malcolm Young: “Ci sono delle serate nella vita di un musicista, di un qualsiasi musicista, intendo, immediatamente prima delle quali sai già che tutto andrà alla grande: questione di adrenalina ben canalizzata, di paura positiva, di contesto stimolante, di pubblico giusto. Ognuna di queste cose, ben mescolata con le altre, contribuisce a creare quella divina magia che ogni tanto ti tocca per portarti nell’Olimpo spirituale dei suoni”. L’epilogo (sì, arrivano pure gli AC/DC, per forza) è un ultimo, ripetuto ed estremo tributo al rock’n’roll e grazie a Domenico Paris per averlo celebrato per quello che è: una folle esplosione di energia e una preghiera per Elvis, e non serve altro.

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