giovedì 9 luglio 2026

Michele Casiraghi

Lo stile del falco è nitido, preciso, in rilievo. È un rapace, un predatore, segue l’istinto e la fame. Il falconiere è pieno di dubbi, incertezze, tentennamenti. È umano. Tra i due si sviluppa un’assiduità, una forma di dipendenza che li lega e nella reciprocità si manifesta come “un donare libero verso qualcosa di inafferrabile”. Le esigenze del falco sono semplici, spontanee, naturali. Aria, luce, acqua e sangue. Quelle del falconiere sono più complesse, a tratti nebulose: solo nel volatile, nella bellezza e nell’elegante essenzialità dei comportamenti, trova un riscontro tangibile. Il falco è sincero e conferma: “Lasciai presto il nido, nutrivo il bisogno di scoprire il mondo. Non era solo una curiosità ma una vera necessità”. Dalla madre, che lo accudiva e lo sfamava, al falconiere che lo lega, lo incappuccia, lo addestra. I bisogni primordiali sono appagati, forse la libertà ha un prezzo, e il falco si lascia sfuggire, con una saggezza tutta sua, che “basta sorvolare e tutto scorreva meglio”, e non è difficile cogliere la sottile ironia del caso. Eppure la simbiosi tra i due, per quanto riuscita, rimane provvisoria. L’Analisi di un rapace in picchiata osserva aspettative, limiti, opzioni, contraddizioni di un legame, mettendo in risalto il ruolo dell’altro, che, nel migliore dei casi, è imprevedibile ed è sempre così, non soltanto tra uomo e animale. L’equilibrio si incrina con un colpo di scena del tutto accidentale, ma efficace, che apre scenari inesplorati. Da quel momento, il falconiere, una volta conclusa la caccia ed espletati i rituali verso il falco è preda di affanni molto umani, troppo umani: “Non riesco a separarmi dalla sensazione che la vita sia avvolta dalla menzogna, da una farsa che si estende al modello culturale, politico e sociale di cui tutti si lamentano. Quell’angoscia nascosta nasconde un disegno più grande della maschera quotidiana, che non riesce a cadere”. Le parole di Shakespeare, Schopenauer, Bulgakov, Spinoza, Goethe, Freud, Plotino, Dante, per quanto richiamate nel corso di Lasciati assalire, concedono soltanto ipotesi e risposte parziali: il falconiere, ammiratore più di tutti di Oscar Wilde, riconosce che “un confronto con l’altro è lo specchio che riflette le cose al di qua della barricata”. Nella somma di vincoli tra falco e falconiere, la trasformazione che sottintende Lasciati assalire è imponderabile come l’agguato a una pernice ai margini di un bosco ed è lì che Michele Casiraghi trova una voce essenziale e raffinata, capace di attraversare più livelli di interpretazione e di attribuire alle personalità del falco e del falconiere i giusti connotati, anche quando si confondono all’interno di un rapporto ispido e di un dialogo improbabile, rendendo credibili i rispettivi tormenti. Lasciati assalire è un esordio originale e coraggioso quando prova a spiegare che “la natura è feroce e anche se proviamo a contrastare qualche raggio efferato, prima o poi girato l’angolo ci trafigge. Accettare la sensibilità e la debolezza, tenere il cuore scoperto e annegare arroganza e aggressività, è una difficile impresa. È in questi stati di apertura che le cose succedono e il mondo ti accoglie”. Il volo superbo del falco nel cielo sgombro di nuvole e i passi notturni del falconiere sugli antichi e levigati ciottoli della città stanno agli antipodi, ma hanno in comune la bellezza della vulnerabilità e dato che “il potenziale dell’imperfezione è troppo sottovalutato”, Lasciati assalire brilla nei contrasti di rifrazioni e ombre e nel conflitto di esseri (umani e non) che provano a trovare un accordo con se stessi.