venerdì 5 giugno 2026

Claudio Magris

Partenza e ritorno a Gorizia, terra di frontiera, dove l’incedere dei tempi non lascia tregua. Prima le guerre mondiali, poi Tito e Stalin, le fratture e i confini che sfuggono e “quel vuoto pneumatico creato dai cicloni e anticicloni della storia”, che divide gli amici, legati dalle letture, l’Edipo Re e il Martin Fierro e molto altro, e dalla ricerca dell’assoluto. Attorno ai punti focali occupati da Enrico Mreule e Carlo Michelstaedter, l’ellisse di Un altro mare racconta in punta di dita che “l’unica realtà conoscibile è la conoscenza di chi conosce” e riconosce comunque che “le parole possono solo echeggiare altre parole, non la vita”. Riconosciuta questa crepa, attratto dall’incognito e dall’avventura, Enrico Mreule si imbarca per la Patagonia con la dichiarata intenzione di intraprendere un percorso  molto più elaborato della lunga navigazione oceanica: “Voleva scrivere del suo viaggio, del bene e del male di partire, di quel pericoloso e indegno amore di sé che c’è nella nostalgia e nel desiderio di ritorno e che rende schiavi, come ogni amore di se stessi. Questo viaggio non sarà una fuga, partire un po’ morire, ma vivere, essere, stare fermi. Saranno le paure, le ambizioni, le mete a fuggire e a svanire”. La decisione di Enrico è coraggiosa: vuole trovare nella steppa, nella solitudine e nell’ombra quel “mutare ricco di colpi di scena, che piace tanto ai poeti, ai cantori del mito e della metamorfosi” e che, a volte, coincide con la vita. Il confronto con quello che Schopenauer chiamava “l’infinito spirito della natura” viene troncato dalla fatica, dal dolore e dalla malattia ed Enrico è costretto a rientrare, lasciandosi alle spalle un congruo epistolario e un alone di incompiutezza. Ristabilito nel territorio goriziano, dove affida il lavoro nei campi a una volonterosa famiglia, Enrico si avvede che “i giorni si sovrappongono, si confondono e si cancellano” e Un altro mare si concentra “a quante cose vive e vicine restano indecifrabili e inascoltate”, compresi i volti degli amici che sono sfumati negli anni. La figura tragica di Carlo Michelstaedter, altrove definito da Magris “uno dei più grandi poeti-filosofi contemporanei nutriti di pensiero greco”, trova una nobile collocazione dato che “ha celebrato la persuasione ossia il possesso presente della propria vita che invece troppo spesso gli uomini, incalzati dalla retorica, sacrificano e bruciano nell’attesa di qualcosa che deve sempre venire e che non è mai. Persuasi, capaci di vivere il presente, sono i bambini; quando corrono, non corrono per raggiungere qualche meta ossia per averla già raggiunta, per essere già arrivati, per aver smesso di correre, ma semplicemente e soltanto perché amano correre”. Oltre a Michelstaedter, in Un altro mare appare un’altra personalità rilevante per Magris, Biagio Marin, che forse “ha scritto molto, troppo, ma a queste critiche rispondeva che la sua poesia era come il mare e il vento, che conoscono l’onda tempestosa e la bonaccia e trascendono la voce del poeta che le trasforma in canti”. Sono le loro voci a definire un coro appassionato e dolente nel ricordarci che “la civiltà è la storia degli uomini incapaci di vivere persuasi, che costruiscono l’enorme muraglia della rettorica, l’organizzazione sociale del sapere e dell’agire, per nascondere a se stessi la vista e la coscienza del loro vuoto”. È quello che si desume dall’ondeggiare di Un altro mare, poi è giusto e doveroso ricordare anche che “la verità è un’incepparsi delle cose”, ed è lì l’orizzonte dove il desiderio e i suoi limiti coincidono.