giovedì 14 ottobre 2021

Ilaria Vajngerl

Le emozioni di bambini perduti nel tempo rivissute dentro un prisma che le proietta su più dimensioni. Gli habitat famigliari sezionati dal vivo, e senza esclusione di colpi. Le dinamiche dei rapporti affettivi scardinate all’improvviso. Scene da matrimoni, con vari livelli di difficoltà da superare, come se fossero dei videogame. Tutto scandito con una leggerezza, intesa nel senso che gli dava Italo Calvino, che sostiene Le magie di Ilaria Vajngerl e che convive e alimenta una tensione insolita, frutto di una scrittura tersa, densa, sincopata, che pare sostanzialmente istintiva, ma è lavorata di cesello. Forse ha ragione Piero, il protagonista di Grammatica: basta “capire le parole e metterle in gruppo”, ma c’è anche bisogno di capire cosa raccontare, e come raccontarlo, e Le magie si dispiegano con un’elegante rarefazione, con ogni singola frase soppesata, misurata, centellinata. Il registro è agrodolce e Ilaria Vajngerl conduce per mano in territori sfumati, sospesi tra una realtà provinciale dove “il mondo è già tutto pronto”, come scrive ancora in Grammatica, e “il lavoro è il lavoro”, un totem, oltre a una necessità inderogabile. L’ambiente naturale è una cornice, uno scenario ricorrente (“Ogni tanto vorrei chiedere al torrente se non abbia voglia di riavvolgersi, tornando indietro verso la montagna”) e l’unica possibile evasione da quel recinto è costituita da piccoli, furtivi momenti, che bisogna cogliere al volo. Non succede niente di speciale, ma la sorpresa è dietro l’angolo: c’è sempre quello scarto, o qualcosa che non combacia, una frattura che si palesa o un trauma latente che esplode. Non è molto (anche se c’è qualcuno che brucia vivo e arriva anche un’esplosione), ma, nell’accurata condivisione delle vite dei personaggi, gli aspetti conflittuali emergono nelle fenditure delle storie e tra un episodio e l’altro: la povertà, gli abusi, la violenza, il dolore, e un’inquietudine di fondo. Succede in continuazione e Ilaria Vajngerl scava proprio in quegli interstizi, tra un istante e l’altro: un lavoro svolto con cura, e con un profondo garbo per le vittime, e per il lettore. Si capisce allora quel velo di malinconia, perché, come si legge in Il primo uomo, “ci sono segreti che bisogna dimenticare, come le paure”. L’infanzia è il luogo da cui cominciare, e a cui tornare, come diceva García Lorca in Svolta, ed è la componente determinante che Le magie pongono in risalto a partire da Boomerang, sistemato (non a caso, si suppone) all’inizio della raccolta. L’idea delle sofferenze vissute e rivissute dai bambini si estende altrove lungo Le magie: pur nella loro brevità i racconti riescono a prestare un punto di vista oculato e preciso, evidentemente scaturito da una sensibilità per il dettaglio che Ilaria Vajngerl mostra di possedere quando deve descrivere “tutto quello che c’è dentro la parola casa”, la normalità (o presunta tale) in Le bestie, o quella sorta di ossimoro che è “la sconfitta migliore” in Gli invincibili. Ancora meglio è reso il rapporto tra padre e figlio in Andrea, ovvero l’attrito tra le contingenze del primo, in quella che viene chiamata “l’inconciliabilità delle loro vite” e le velleità artistiche del secondo, tra cui “un monologo di quaranta minuti in cui parlava di scelte davanti a un forno a microonde”. La forza che attraversa Le magie è proprio nel tatto con cui Ilaria Vajngerl accompagna i suoi personaggi condividendone le disavventure: un’osservatrice privilegiata, distaccata, ma partecipe nel seguire le storie che si incastrano una nell’altra, toccando toni sognanti e ironici, divertenti e crepuscolari, accorati e disturbanti, un po’ come la vita vera.

lunedì 4 ottobre 2021

Manlio Sgalambro

La musica è diventata una nota piè di pagina. Non c’è incontro, aperitivo, sagra, festa, appuntamento, convegno che non abbia la sua brava colonna sonora, distribuita un po’ a caso, come uno dei tanti fenomeni di distrazione di massa, senza gusto e senza speranza. Una condizione che è frutto di una lunga e complessa involuzione: già nel 1994, al tempo della prima edizione di questo pungente pamphlet, Manlio Sgalambro aveva capito che “la musica ha raggiunto il suo stato attuale da quando poté contare sull’ascoltatore come strumento inconsapevole”. A distanza di quasi trent’anni, quell’intuizione e gran parte delle argomentazioni che ne discendono sono ancora più valide e sensate, oggi, che la musica impazza ovunque, a dispetto della sua utilità o della sua inutilità, dato che “le implicazioni metafisiche” a cui  necessariamente dovrebbe essere legata “sembrano sparite davanti a quelle sociali”. Sgalambro è perentorio fin dal preambolo, che è indispensabile comprendere a fondo i suoi legittimi strali: “Contro la musica: il significato dunque dev’essere inteso. Non è una volgare polemica che qui s’innesca ma una delicata questione metafisica”. Su questa precisazione, i dotti discernimenti che seguono portano a spostare la musica in ambiti non usuali, dove viene vista in prospettiva dentro e contro il mondo e se stessa. In estrema sintesi, il filosofo separa musica, suono e ascolto, in cerca di un senso che ci è sfuggito: “Tutti i suoni sono stati uditi, tutte le sonorità ascoltate. Noi soggiaciamo a questa monumentale idiozia, la musica. Solo un nuovo ascolto ci può salvare. Si deve dunque rinnovare l’ascolto, fargli carico della sua essenza riflessa e poi tornare ad ascoltare. Nell’ascolto rinnovato si deve scorgere come deve essere ascoltata la musica. Il nuovo tipo d’ascoltatore, ascolta l’ascolto”. Questo succede perché secondo Sgalambro, “la musica dovrebbe farci rimpiangere che ci sia un mondo”, compito che per essere assolto prevede che “ogni opera deve assumersi il proprio naufragio, come sorte”. Le divagazioni, necessarie e frequenti, raccolgono Strawinsky, Wagner, Mahler, Bach, Cage, Bloch, Adorno, Kant, Haydn, Schopenauer in cerca degli elementi per aggiornare un’etica e un’estetica dell’ascolto come le uniche ancore a cui si può saldare la musica, perché resti viva. Si capisce che la paradossale natura del titolo non è soltanto messa lì per il piacere della provocazione. È l’inizio di un’espressione ironica che Sgalambro dispensa sornione sapendo che “l’importanza della forma nella filosofia attuale, o che in essa sia entrata di prepotenza la parodia, mostra che la filosofia ha imboccato la strada che porta alla canzonatura, ma per disperazione”. Questa deviazione dipende dal fatto che “la felicità da musica è una felicità ristagnata. Il trionfo odierno della musica purchessia indica il bisogno di felicità a zero costo”, e un po’ di eccentricità serve almeno quanto una boccata d’aria. Per districarsi nelle proiezioni di Manlio Sgalambro serve tornare indietro di qualche secolo, nel 1733, quando Voltaire diceva: “chi non sente nulla, non sopporta nulla”. Riconoscere le banalità di una musica diffusa e generica non è evidentemente sufficiente e serve “la critica dell’ascolto, che deve essere perseguita con altri mezzi, s’affaccia qui in modo improprio nel corso di un regolamento di conti con la musica, con l’assuefazione sociale ad essa”. Sgalambro pur con una prosa volubile ed effervescente, nel caso è molto specifico quando dice che “la nascita della musica dall’ascolto è un cattivo scherzo dopo che ci si promise chissà cosa. Si crea dunque musica per l’ascolto, laddove si dovrebbe creare solo per istituire un ordine dei suoni. Per realizzare una costruzione”. Questo è un passaggio definitivo ed è un po’ l’arcano per capire che “noi dobbiamo ascoltare musica a dispetto, pur sapendo che nessuna redenzione ne seguirà e che il mondo vince pure nei suoni”. È una rassegnazione vitale che trascende l’oggetto del contendere (la musica stessa), il suo destino (il mondo e la sua rappresentazione), le sue applicazioni pratiche, verso quell’elevazione che dovrebbe essere la sua collocazione ideale.

lunedì 20 settembre 2021

Antonio Coletta

La madre alla deriva nello spazio, il padre (che è “lo sconosciuto che regalava caramelle piene di droga ai bambini all’uscita delle scuole) perso tra il calcio, la televisione e la birra come è logico che sia per la stragrande maggioranza silenziosa che vive sul pianeta e due fratelli che pensano a fuggire, ed è chiaro che sarà giusto così. Mia madre astronauta comincia con questi presupposti ed è altrettanto evidente che, dopo il primo racconto, bisogna aspettarsi di tutto: la scrittura di Antonio Coletta è elettrica, contagiosa ed è un campo minato. Gioca con i luoghi comuni, il nonsense, la boutade, il calembour, le reiterazioni come se il mondo frammentario in cui viviamo si fosse riflesso in uno specchio rotto. La lingua italiana diventa un curioso argot frutto di un frullatore che gira alla velocità del suono, macinando simboli e icone, da Elvis a Cappuccetto Rosso (uno dei suoi bersagli preferiti), da Beethoven a Hegel alla ricomparsa (sfortunata) di Ettore Majorana. Il tono passa dal cinico al naïf senza soluzione di continuità in una specie di zapping letterario scoppiettante e irriverente, dove una comicità al vetriolo spiazza e coinvolge, con una punta di amaro e lasciando sempre qualcosa in sospeso per il lettore. Succede un po’ in tutte le storie di Mia madre astronauta e, per esempio, in Io amo lei, che parte a razzo già dall’incipit: “Io non ero mai stato felice, poi un giorno mi sono iscritto ai terroristi. Mia madre non era d’accordo, diceva che quella del terrorismo era solo un’altra stupida moda e che se volevo davvero cambiare il mondo dovevo iscrivermi all’azione cattolica”. Tutto rigorosamente minuscolo perché il rapporto di Antonio Coletta con le maiuscole è piuttosto imprevedibile, un po’ come tutto il resto. E così il protagonista ammette: “Io ero sempre stato infelice, poi i capi del terrorismo mi hanno affidato una strage ma ho fatto irruzione nell’appartamento sbagliato. Toc toc”. Da lì in poi il racconto prende un’altra piega, ma dato che i colpi di scena sono all’ordine del giorno, è meglio scoprirseli da soli. Anche perché i racconti di Antonio Coletta hanno il gusto della divagazione e tendono a essere elusivi, come sogni che evaporano al mattino, ma hanno un filo tagliente che non concede un lieto fine, se non in rari casi. L’equivoco è dietro l’angolo, come succede in Prove tecniche d’integrazione tra il popolo italiano e quello bengalese e il più delle volte si nasconde in snodi linguistici fonti di incomprensioni e misunderstanding, giusto per ricordare che La mancata conoscenza della lingua inglese limita la libertà di movimento nello spazio e nel tempo, come recita il titolo di un’altra avventura a Vivacchio nell’Emilia (e se volete cercarlo sulle mappe, auguri). Nei racconti di Mia madre astronauta tutto finisce in un’equazione misteriosa, dove i personaggi scompaiono all’improvviso o riappaiono e spesso sono imprigionati in viaggi temporali che, insieme a quelli spaziali, sono un’ossessione per Antonio Coletta e si capisce anche la strana geografia tra Vivacchio nell’Emilia e alcuni punti cardinali che gravitano attorno o dentro Roma, ma restano inequivocabilmente periferici, così come quella specie di bestiario dove gli esseri umani si accomodano con animali parlanti e pensanti. In effetti, ne succedono di tutti i colori, il finale delle storie è imprevedibile, l’estro di Roberto Bolaño vigila dall’alto, ma sotto l’epidermide dell’ironia e del sarcasmo, affiora il denominatore comune dei nostri tempi che naturalmente Antonio Coletta non declina mai in modo esplicito, ma lascia filtrare in una storia surreale (ma neanche tanto) ambientata addirittura al confine tra le due Coree, dall’altra parte del pianeta. In Saluti da Pyongyang, dove finire in una fossa comune è considerato “estremo antidoto contro la solitudine” ed è un capolavoro compresso in una pagina. Incredibile, ma vero.

giovedì 9 settembre 2021

Marco Codebò, Domenico Gallo

Nella letteratura resistenziale, Fermammo persino il vento è destinato a trovare ben presto un posto speciale perché rappresenta un snodo particolare. Pur senza presentare alcunché di inedito, l’antologia acquista un peso specifico perché i racconti sono valorizzati e focalizzati dalla rinnovata lettura di Marco Codebò e Domenico Gallo, che costruiscono nell’introduzione iniziale (soprattutto) e in quelle tematiche che aprono ogni singolo capitolo, una costituzione di senso, attraverso un’analisi importante, che indica un percorso raziocinante sui valori della Resistenza, per una volta, schivando i rischi della retorica, degli anniversari e delle celebrazioni. La vocazione è dichiarata con estrema precisione nel saggio iniziale, Anteriorità della Resistenza, dove i curatori delineano un’aggiornamento, molto utile e molto necessario, dell’idea di Resistenza, spiegando che “resistere è la capacità della singolarità, di mantenersi al di là del rapporto di potere. Ma per far ciò la resistenza deve precedere il momento in cui una certa singolarità si colloca all’interno di un determinato rapporto di forze: la resistenza è la forza che resta prima e fuori. Il passo iniziale della resistenza è infatti l’autonomia dal rapporto di potere”. Il suggerimento trova applicazione pratica nello svolgimento dell’antologia che offre uno spettro pratico ed esaustivo nello stesso tempo. L’origine eterogenea delle storie trova una collocazione coerente proprio grazie a questa struttura che offre una lettura da angolazioni diverse, perché come notano i curatori, “è accaduto infatti, a causa della tragedia della guerra e del progredire dei fronti, che i letterati siano stati protagonisti e non meri osservatori, e allora romanzi e racconti divengono i tasselli della storia. Non è una storia solo militare, ma uno strano racconto fatto di fughe, resistenza civile, opposizione, solidarietà e non collaborazione con i nemici, così da rappresentare quel quadro complessivo che si era formato nell’Italia occupata e che aveva abbracciato il movimento partigiano”. Il racconto si svela la forma ideale, per la concisione, per l’immediatezza e per la densità dei dettagli ed è collocato in un’ottica adatta a una svolta, dove “per uscire dalla fede e tornare coi piedi per terra possiamo partire dalla Resistenza che racconta, o meglio da quella particolare esperienza della resistenza che è il raccontare”. Ovviamente, le particolari condizioni in cui si è sviluppata questa letteratura sono ben evidenziate, a partire da quello che scriveva Alba De Céspedes nel settembre 1944, ovvero che “ogni energia intellettuale ha dovuto operare in zona d’aria condizionata, a prezzo di rientramenti, deviazioni, mutilazioni”. Ma in Fermammo persino il vento le storie sopravvivono proprio grazie alla qualità della narrazione e valgano, come esempi, il racconto di Angelo Del Boca, vivido e realistico nello stesso tempo o Calce sul muro scritto da Gino De Sanctis con lo pseudonimo di Partizan, che ricostruisce con metodica accuratezza un eccidio dei nazisti in ritirata. Gli eventi bellici sono una costante, ma in Fermammo persino il vento trovano posto anche amicizia e solidarietà e una tensione intellettuale nel cercare di comprendere uno sforzo stoico e generoso. La valutazione di Marco Codebò e Domenico Gallo è essenziale e, in sé, attualissima: “Chi sceglieva di combattere con i partigiani sapeva di certo contro cosa lo faceva, ovvero il fascismo e l’occupazione tedesca. Meno nitida era la cognizione del per cosa si combatteva, quale tipo di Paese uno si aspettasse di costruire attraverso la Resistenza. L’Italia libera era l’obiettivo chiarissimo sul livello ideale, ma meno nella sostanza, perché dopo vent’anni di dittatura nessuno aveva un’idea di cosa fosse davvero la libertà, di quali istituzioni la garantissero e di quali limiti la costringessero”. È un interrogativo che parte proprio da quei giorni, quando, con grande lucidità, Alba De Céspedes scriveva: “Il conto non può farsi oggi e del resto un certo pudore vieterebbe di farlo. Anche perché la partita singola prende corpo e valore solo se associata a quella degli altri. E gli altri, in questo caso, sono molti, e sconosciuti, e distanti. È il totale che conta, e non la cifra particolare. Ma la storia, invece, è fatta di particolari, dell’apporto minimo che ciascuno ha recato, del granello di fede, di speranza, di rischio, di tenacia che ciascuno ha bruciato”. Ecco, allora è validissimo il consiglio dei curatori di Fermammo persino il vento quando dicono che queste storie dovrebbero essere utilizzate “come un grimaldello con cui aprire a viva forza altri racconti della Resistenza per cavarci fuori quello che dovrebbe essere in realtà già visibile, nascosto com’è sotto l’evidenza”. Una lettura necessaria.