martedì 15 giugno 2021

Daniele Follero, Luca Masperone

Secondo Lester Bangs, l’heavy metal “è un treno espresso con destinazione il nulla”, ed è proprio lì che bisogna andare, se si vuole comprendere a fondo la natura di quel “figlio bastardo del rock’n’roll”, come lo definiva Lemmy dei Motörhead, un’autorità nel campo. L’heavy metal è stato maltrattato a lungo e forse è giusto così perché non è roba per educande e qualche danno bisogna metterlo in conto, ma è altrettanto doveroso e sacrosanto sottolineare, e qui lo si capisce molto bene, il suo carattere popolare, irruente e irriverente, che ha dato dignità a una moltitudine di outsider. Lo esprime senza mezzi termini Robb Flynn dei Machine Head che, per esempio, dice: “Eravamo degli emarginati. Ma nell’heavy metal abbiamo trovato una vera e propria comunità”. La sua è una delle innumerevoli voci che compongono quella che, di fatto, è una storia orale raccontata dai protagonisti, a partire proprio dall’opinione confermata nell’introduzione di Michael Weikath, quando scrive che all’inizio era “la musica preferita dei disadattati”. La formula organizzata da Daniele Follero e Luca Masperone è congeniale: non si tratta di un’enciclopedia, anche se la quantità di informazioni e la mole in sé del volume lo lascerebbe supporre, perché La storia di hard rock & heavy metal è svolta in modo fluido, senza l’ansia da prestazione della completezza o del dettaglio all’ultimo sangue, che poi lascia il tempo che trova. Per essere esaustivo, il quadro presuppone un’applicazione specialistica che gli autori pur possedendola, anche su un piano squisitamente tecnico, dissimulano nel racconto, tessendo una fitta trama di collegamenti in un lavoro di ampia portata, ma agile e scorrevole. Di sicuro un punto di partenza nell’associare (tra gli altri) Iron Maiden, Def Leppard, Krokus, Suicidal Tendencies o Dream Theatre: difficile collegarli perché, da un punto di vista stilistico, i gruppi che hanno fatto La storia di hard rock & heavy metal, spesso sono contrastanti, se non agli opposti. Un filo conduttore è evidente proprio in quel definirsi a parte, forse ancora più del punk, facendo dell’emarginazione la propria forza, infine. L’apparato iconografico contribuisce (e non poco) a rendere quest’idea, snocciolando tutto il colorito immaginario dell’heavy metal che, dai loghi dei gruppi alle copertine degli album ai costumi alle chitarre via via più elaborate e complicate, vanta un background di tutto rispetto, che merita di essere esplorato nel dettaglio. Tra l’altro non si fa mistero anche di abitudini malsane con risvolti tragici o delle disturbanti vicende dell’heavy metal norvegese, ma senza accenti scandalistici o sensazionali, piuttosto tenendo conto nell’insieme di tutte le deviazioni ai limiti del possibile. Ma è sempre la musica la protagonista e l’heavy metal si rivela molto più elastico e malleabile delle sue apparenze, tale da agganciarsi a forme sonore molto distanti e diverse. Se il motto “louder, faster, harder” (più rumoroso, più veloce, più duro) è una logica monolitica e destinata a durare in eterno (così come conferma Trent Reznor: “Credo che il rumore contenga qualcosa di musicale”) e se l’identità viene difesa a ogni buona occasione (come dice Kerry King degli Slayer: “Qualcuno dice che la musica degli Slayer non cambia mai e non si evolve. Fanculo, noi la suoniamo così perché ci piace”), la linea di demarcazione che vale per tutti è quella tracciata da Aaron Stainhope: “Ci piace creare musica autentica ed emotiva, piena di passione, rabbia, amore e desiderio collocati in un mondo intrappolato nella malinconia”. Quello, è in definitiva, il punto: l’heavy metal pur tenendo conto di tutte le sue metamorfosi resta una forma dal basso, spontanea, fragorosa, non edulcorata. È per tutti, ma non tutti lo capiscono. Diceva ancora David Lee Roth: “Il motivo per cui così tanti giornalisti non amano i Van Halen e apprezzano tanto Elvis Costello è che somigliano tutti a Elvis Costello”. C’è un fondo di verità in quello che dice il cantante dei Van Halen: per gli irremovibili snob e per gli intellettuali post-qualcosa non c’è posto sul treno. Bisogna guadagnarselo e meritarselo come ha fatto Pino Scotto che firmando la sua bella e sincera prefazione dice che con La storia di hard rock & heavy metal si possono attraversare “decenni di grande musica ad altissimo volume, cogliendone la potenza e la nobiltà”. E non bisogna essere necessariamente degli headbanger per capirlo.

giovedì 6 maggio 2021

Blue Bottazzi

Per un brevissimo periodo di tempo, sembrò che anche la critica musicale, in particolare quella che si dedicava al rock’n’roll e al suo selvatico lifestyle, potesse ambire a un ruolo importante nell’empireo letterario. Una corrente, elettrica, coraggiosa ed estemporanea, collegava Lester Bangs a Hunter S. Thompson, ma è durata giusto il tempo di una scintilla. È giusto così perché il rock’n’roll deve stare all’opposizione rispetto all’accademia e non ha bisogno di certificazioni per la sua sopravvivenza. Ecco, Blue Bottazzi è rimasto ancorato a quel fugace momento, senza alcuna velleità, né in un senso né nell’altro ma con un garbo che gli è proprio nel raccontare il rock’n’roll. Nel contesto, è questo il tratto più originale con cui viene osservata e descritta una storia già scandagliata più e più volte, ma con cui Blue Bottazzi si diverte a rileggere in una chiave singolarmente effervescente. Piuttosto che perdersi in voli pindarici, ha sempre cercato di spiegare perché preferiva un artista piuttosto che un altro, una canzone, un concerto. Non dovendo assoggettarsi alle regole redazionali e comportamentali legate alle collaborazioni giornalistiche, Blue Bottazzi si è preso tutte le libertà e in questo si è concesso un gusto innato per l’iperbole (“Leonard Cohen non morì, ascese al cielo”) e per l’eccesso (a proposito, nell’appendice c’è l’elenco delle 10 canzoni di Leonard Cohen e poi Blue Bottazzi ne mette in fila ben 32). I ritratti sono implacabili e tranchant, e forse è giusto così perché “l’artista non è una persona perbene”. E su questo Blue Bottazzi scrive anche che “per sua natura, l’arte non è mai di regime. L’arte non è allineata. Non è politicamente corretta. Non è conformista. Non è politica: il politico non è mai artista, anzi è l’antitesi dell’artista. Ogni regime, che fosse più o meno democratico o dittatoriale, ha sempre cercato di produrre arte di propaganda. E ha sempre fallito”. Ed era ora che qualcuno lo ricordasse. Memorabili le descrizioni degli incontri con Willy DeVille e consorti o l’intervista sfuggente con Iggy Pop, per non dire del riassunto dedicato a Warren Zevon che “beveva, si ubriacava, sul palco litigava con i musicisti, e correva in auto ubriaco per le strade di Los Angeles sventolando dal finestrino la Smith & Wesson della copertina del suo album. Era superstizioso, maniaco depressivo e ossessivo compulsivo. Quando al supermercato acquistava una bottiglia di vodka, sceglieva fra tutte quella fortunata”. Tra aneddoti, playlist, idee e opinioni sparse, la sua “storia brevissima del rock’n’roll” alla fine si prende cinquecento pagine e si può leggere un po’ alla volta, random, e comunque funziona lo stesso. Da un punto di vista strettamente discografico è legata al ventesimo secolo, con un immaginario che trova il suo cardine nell’epopea springsteeniana da Born To Run a The River, però Blue Bottazzi si concede volentieri tutte le divagazioni possibili e immaginabili, dal cinema al motociclismo, dalle modalità di ascolto alle geografie e ai calendari, dagli stati di alterazione ai ricordi dell’infanzia, rispecchiando la sana confusione promessa dal titolo, ma d’altra parte stiamo parlando di rock’n’roll, ed è credibile, se non altro per assonanza e per appartenenza. Non ha il tono degli iniziati o la presunta esclusività dei veterani (anche se in effetti sarebbe in cima alle graduatorie in entrambe le categorie): è piuttosto l’eterno adolescente che non ha mai imparato i tre accordi fondamentali della chitarra (e comunque avrebbe preferito la batteria, come si scopre nel capitolo specifico), ma si è inventato un modo tutto suo di vivere il rock’n’roll. Comprensivo, in fondo, anche di un concreto realismo (“Le cose che piacciono a me non se le caga più nessuno”) che però nulla toglie a questo Mucchio selvaggio, che è una perfetta emanazione di Blue Bottazzi e insieme il suo riassunto più completo: indipendente, autogestito, con convinzione, entusiasmo compreso.

mercoledì 14 aprile 2021

Corrado Piazza

È, di fatto, una storia orale di dieci anni di writing sotterraneo a Milano. Mentre la superficie veniva sconvolta nelle sue vestigia ufficiali perché, come scriveva Jonathan Raban, “la natura appariscente e teatrale della città tende in modo costante al melodramma”, una miriade di ragazzi, poco più che adolescenti, si inoltrano nelle gallerie della metropolitana per lasciare un segno “tra le linee”. La spinta nasce dall’adozione della cultura hip hop di cui i graffiti sono parte fondante e integrante e che nell’assemblaggio di voci curato da Corrado Piazza nel Buio dentro, diventa anche una concreta testimonianza linguistica. I writer si inventano un argot che combina inglese, italiano, slang e una litania di nomi di battaglia che letti in successione suonano come proprio un rap: Bang, Bread, Cano, Chentone, Cone, Craze, Cyrus, Dose, Draf, Drop, Face, Flash, Flycat, Gomma, Guen, Kayone, Kid, Lemon, Mace, Mec, Mind, Nail, Noce, Phato, Pongo, Rae, Raptus, Risk, Shad, Shot, Sky 4, Sten, Stone, Strike, Styng, Sysoner, Tawa, Type e Yndy. Si sono ribattezzati per infiltrarsi nelle viscere della città e come racconta Craze: “La strategia era questa: entravi dalle grate, controllavi che non ci fosse il treno giallo o altro, andavi in stazione e aprivi le porte per l’uscita nell’eventualità che succedesse qualcosa, così sapevi già dove fugare. Poi scendevi e facevi il cazzo che volevi”. È quel senso di libertà, ad attirarli più che i riflessi artistici ed estetici, che restano relativi. Laggiù, come dice Styng, “era perfetto perché eri quello che facevi” e la sintesi non potrebbe essere più perfetta. Una volta dentro, si muovono con circospezione, sanno che sono in pericolo, per l’alta tensione, per la sorveglianza, per i salti e gli sbalzi e soprattutto perché, come diceva il poeta Andrea Zanzotto “si è nel labirinto, per tentare di sapere da che parte si entra e si esce o si vola fuori”. Li sostiene l’adrenalina nell’esplorazione di una faccia nascosta della città, che paradossalmente si rivela nell’oscurità come spiega bene Phato: “La metropolitana quando è chiusa ti da una sensazione che anche se te la raccontano non ci credi. È una cosa che devi provare. La metropolitana è un luogo ben preciso e ognuno ce lo ha bene in mente quando la usa come mezzo pubblico. Noi però ci andavamo in un momento che è un’altra cosa: è molto più buio, senti dei suoni che di giorno sono coperti da tutti i rumori. È una sensazione alienante”. Nel Buio dentro i racconti si susseguono incessanti, sincopati, senza alcun filtro. Appaiono personaggi singolari come i signori Rovati e Sormani, si evolvono i tracciati dell’underground, cambiano le generazioni e mutano i writer, finché, come spiega Corrado Piazza, “la percezione dell’inevitabile fine di un periodo storico diventa tangibile”. La lunga coda delle “voci dal sottosuolo” è emozionante, e a tratti persino commoventi, nel sovrapporsi delle emozioni che s’insinuano nel rituale passaggio d’età e l’apologia di Flycat, uno dei principali protagonisti del Buio dentro, vale un po’ per tutti: “Vivevo i miei sogni per combattere quelli che erano i miei incubi. Non si è mai dipinto neanche una sola volta con l’intenzione di arrecare danno, sfregio, insulto, né a nessuna costruzione, treno, muro, istituzione, io (noi) volevo esprimere il mio desiderio di fare qualcosa di bello e di buono per combattere tutto il male con cui ho dovuto condividere la mia giovane esistenza”. I graffiti che non sono stati cancellati, si sono sbiaditi con il tempo, qualcosa ha resistito, qualcosa è finito nelle fotografie in bianco e nero, ma è vero come dice Rae che la città “era più una cornice che una tela”. E là, sotto, era molto di più.

mercoledì 10 marzo 2021

Claudio Magris

Sapere non basta dice uno dei titoli di Itaca e oltre ed è un primo vincolo per avvicinarsi alla dimensione di questi saggi di Claudio Magris che, pur non avendo una connotazione rigorosa e assecondando lo spirito omerico espresso dal titolo, si dipanano con una coerenza che va colta di passo in passo. Il segmento ideale da cui cominciare è un passaggio critico e lucidissimo dove Claudio Magris, che si sente “un passeggero clandestino nella storia” pare indicare una direzione, anche in modo piuttosto perentorio: “La vera arte moderna è negativa, mostra ciò che l’uomo non è e non può né deve essere, se non vuole venire integrato nel meccanismo del consumo culturale. L’arte deve ricordare che la promessa di felicità è stata tradita e che l’individuo non può conciliarsi con l’inumana condizione della sua esistenza. L’arte rappresenta l’impossibilità di vita vera nella vita falsa dominante, le mutilazioni che sconciano il volto della vita, la fungibilità e l’indifferenza cui è stato ridotto l’individuo”. Tra poesia (“La poesia moderna è spesso nostalgia della vita: non di una sua forma particolare e determinata di cui si lamenti la mancanza, o di qualche bene la cui privazione la renda dolorosa e infelice, ma nella vita in sé, come se essa stessa fosse assente”) e prosa, autobiografia e testimonianza, tra Il romanzo totale e Le celebrazioni impossibili, cogliendo Negli interstizi del tempo, o scegliendo tra Le grammatiche e la vita e La tragedia e l’incubo, l’amore e la solitudine, un’intera percezione del mondo è filtrata attraverso la griglia della letteratura. Per quanto nella sua essenza sia, tutto sommato, una raccolta di articoli, Itaca e oltre mette in luce l’applicazione pratica di Claudio Magris che si spinge a ricordare come “il singolo deve solo appropriarsi delle cose, servirsene senza permettere che nulla lo assoggetti: il suo pensiero è valido non in quanto pensiero, ossia conformazione a un modello di ragione universale, bensì in quanto suo, in quanto è qualcosa in cui egli si appropria e che egli, senza alcun dovere di fedeltà nemmeno alle sue stesse idee, può mutare o gettare via come gli pare. Ogni meta ideale, ogni fine, ogni causa superiore, ogni facoltà generale (lo spirito, la coscienza) ogni dover essere è un fantasma menzognero, perché ogni vita è perfetta così com’è”. Kafka e Flaubert, Thomas Mann e Robert Musil, Praga e Trieste, Borges e Melville, Ibsen e Jacobsen, Hegel e Marx, il tragico e il ridicolo, Vienna e Varsavia, Canetti, Cervantes, Salgari, Lukács, Jünger si susseguono senza un particolare ordine se non nella consapevolezza che “l’arte non giustifica la vita che le è stata sacrificata” e “la vita è costretta a cedere tutto allo scrivere, a cedergli soprattutto quell’indefinibile e indicibile lasciarsi vivere che costituisce l’anonimo e indifferente segreto della nostra esistenza: passeggiare per le strade e guardare l’arco di un androne, perdersi nel colore di una sera, addormentarsi”. La conclusione, inevitabilmente davanti al mare, che all’orizzonte sembra “il fondo trasparente della vita stessa, la promessa di tutto ciò che ci manca”, è, sì, a Itaca, ma soprattutto in quell’oltre. Il senso indefinito di quella destinazione, che è “nessun luogo” diventa la chiave di volta nella lettura di Claudio Magris quando spiega che “chi si trova ai margini della vita scrive qualcosa per alludere a qualche cosa d’altro, alla vita che gli balena fuggitiva e irreperibile, aggira e circuisce con parole ironiche e struggenti quell’assenza che è il suo destino e affida quelle parole a una bottiglia, perché non sa bene quale sia il pubblico per cui si scrive, quale sia il centro della sua periferia”. Da tenere a portata di mano.