L’America di Tiziano Cantatore è una prova di grande equilibrio: prima di tutto perché La lunga linea gialla è percorsa in moto, che ha tutta una sua precarietà, e poi per quella “fusione continua tra fantasia e realtà”. Le due dimensioni spesso collidono e su “certe strade” sono fonte di una continua epifania. Le emozioni giocano un ruolo predominante nel seguire La lunga linea gialla: lo stupore di fronte alle sterminate distanze e alla maestosità dei panorami, la gratitudine per l’ospitalità e la cordialità delle small town (e non solo), l’intensa sensazione di ritrovare se stessi in the middle of nowhere, le continue suggestioni del cinema, della letteratura e della musica. I collegamenti sono spontanei e rimandano con insistenza a una connessione più profonda e personale che Tiziano Cantatore non tarda a svelare. L’America si riflette da lontano, dall’infanzia vissuta tra cowboy e indiani e Tex Willer che ha avuto il pregio di riunirli. Nelle trasferte sulle highway americane, i connotati della storia di un legame appassionato si fanno via via più chiari. Pur assecondando la meraviglia degli incontri, delle sorprese culinarie (la scoperta delle vongole fritte su tutto), degli inconvenienti, dei doni e delle scoperte, il passaggio a nord ovest di Tiziano Cantatore persegue una rotta decisa, tenendosi a fianco dei sentieri nativi, spesso dolenti e segnati da ferite ancora aperte. Qui ci viene in soccorso Salman Rushdie quando dice: “Così appare l’America a chi guarda dall’esterno: conosciutissima e, allo stesso tempo, del tutto ignota. È insieme incarnazione del potere ed espressione multiforme della libertà”. In questo modo La lunga linea gialla conduce a ricordare i conflitti e i massacri e le miserevoli condizioni delle riserve, ma anche figure importanti come Elouise Cobell e testimonianze come il classico Seppellite il mio cuore a Wounded Knee di Dee Brown. Di libri e letture sono zeppe le capaci tasche delle moto di Tiziano Cantatore che rende omaggio tanto a Jack Kerouac, sulla lapide di Lowell, Massachusetts, dove Dylan & Ginsberg arrivarono insieme, fino a Ketchum, Idaho, l’ultimo indirizzo conosciuto di Hemingway. La voce è quella semplice, diretta e spontanea del viaggiatore che si trova davanti a una birra al bancone del bar, condizione che Tiziano Cantatore sperimenta spesso e volentieri. Sono le occasioni in cui il confronto con l’essenza americana, favorito dai momenti di giovialità, permette di avvicinarsi a molti luoghi comuni, spesso comprensibili (la dedizione per i cavalli), a volte un po’ meno (la curiosa ossessione per il ghiaccio). Gli scambi sui bordi delle strade, un sigaro, una bottiglia di vino, una manciata di adesivi, sono il collante di conoscenze e amicizie che distinguono le giornate in sella alla moto e celebrano la “ricerca di umanità in quel vortice chiamato America”. La musica è tutto un altro discorso, dato che Tiziano Cantatore coltiva da tempo una carriera parallela a quelle di motociclista e di giornalista. La lunga linea gialla è punteggiata di canzoni che, come ogni altro riferimento, trovano espressione in uno spazio preciso. Hanno la funzione di introdurre nei confini di una città, come Streets of Philadelphia di Springsteen, o definiscono un capolinea come In My Hour of Darkness di Gram Parsons a Joshua Tree. Nelle radio, nei bar e più di tutto nell’immaginazione risuonano le canzoni del miglior songwriting americano, con John Prine in testa che, per una serie di coincidenze, Tiziano Cantatore non riesce a vedere suonare dal vivo. L’aneddoto è uno degli innumerevoli episodi che arricchiscono La lunga linea gialla e, da una costa all’altra, ne fanno una guida per un’America che esiste ancora negli occhi di chi sa come trovarla.

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