giovedì 27 dicembre 2018

Moicana

Moltissimi anni fa in uno dei tanti convegni istituzionali, chiamato Bande giovanili, un gruppo di ragazzi fece irruzione e con un’azione molto punk si lacerò la pelle con le lamette e sparse il proprio sangue sul regolamentare tavolo della presidenza. Il senso era esplicito: volete analizzarci? Ecco, cominciate da qui. Ne è passata di acqua nei Navigli, Milano si è trasformata (non più del tanto) e quei personaggi bizzarri oltre a imparare, come direbbe Woody Allen, che il sangue è meglio che stia al suo posto, sono cresciuti, si sono moltiplicati e, pur non avendo perso di un filo il coraggio dell’epoca, hanno coltivato altri modi di comunicare, oltre alla (necessaria) provocazione. Università della strada è il primo risultato di Moicana, un nome collettivo dedicato “nuove forme di aggregazione spontanea spontanea in contrapposizione al dominante, qualunque esso sia; proprio come lo furono i nativi americani”, ma che non può non ricordare le creste dei punk. Più dell’università, conta la strada perché come scrive Ferruccio Cappelli “il volume, nell’insieme, aiuta a ricostruire un quadro di come si è evoluto il clima culturale della città negli ultimi cinquant’anni: le grandi fratture sociali e politiche di questo mezzo secolo sono state accompagnate da altrettante scansioni culturali. L’underground, ci suggerisce il libro, ha probabilmente anticipato questi bruschi sommovimenti: lo ha fatto negli anni della speranza, ma anche quando gli orizzonti hanno cominciato a rinchiudersi”. Milano è una città ambivalente, capace di lasciare spazi enormi, ma anche di ripararsi in un ottuso provincialismo, fatto più che altro di apparenza e ipocrisia. È su quel territorio che i fermenti controculturali hanno avuto una visione molto più ampia, verrebbe da dire metropolitana, di sicuro più fantasiosa ed eccentrica. Come scrive l’antropologo Andrea Staid in Controculture, resistenza e capacità abitative informali, “questi movimenti di lotta modificando la città vetrina con dei processi di mutazione culturale, portano a una revisione molto interessante dell’abitare urbano: quasi una forma di eterotopia, non un’utopia inarrivabile, ma realtà diverse create e custodite ogni giorno. È importante non smettere di pensare all’avvenire ma è altrettanto importante darsi da fare nel qui ed ora, creare degli esempi e sperimentare come vivere in un modo diverso, dove l’abitare smetta di essere qualcosa che ha a che fare con la merce, la solitudine, la chiusura e la proprietà privata”. Si va da Addio a Barbonia City (siamo nel 1967) dedicata all’esperienza beat in via Ripamonti, “una breve estate di tentativi di amore e di rivolta” come li chiama Gianni De Martino in un’area dove l’ingenua tendopoli dei nostrani beatnik venne poi sepolta dalla speculazione edilizia. È anche il periodo in cui prendono forma L’inquieta repubblica popolare di Brera nella vivida descrizione di Matteo Guarnaccia e le prime avvisaglie del Femminismo raccontate puntualmente da Lea Melandri. Il decennio successivo sarà ancora più movimentato, con i suoi festival, riportati da Eugenio Finardi e Filippo Del Corno e Gianfranco Manfredi e le coraggiose innovazioni, dalla psichiatria al teatro, all’arte in generale. L’avvento del punk genera un’onda lunghissima che spinge mezzo secolo di controculture fino a oggi: si parla di fanzine, di occupazioni, di cultura digitale, di rap e di rave, di poesia e di boxe. Tutto autoprodotto, indipendente e brillante di luce propria nel narrare i Repentini cambi di stagione, come li chiama Massimo Pirotta, intrisi fino al midollo di grande musica, in un arco ideale che va dal 1964 di The Times Are a Changin’ di Bob Dylan al 1991 di Smell Like Teen Spirit dei Nirvana.

Andrea Berrini

Editore per caso (ma con cognizione di causa: “Pubblico i libri che mi piacciono: i libri che vorrei essere capace di scrivere”), scrittore per vocazione, viaggiatore per altre ragioni professionali (si occupa di microcredito), Andrea Berrini rimane affascinato dal repentino sviluppo delle metropoli asiatiche e dal proliferare di nuovi narratori orientali. Dall’idea di una collana editoriale apposita, nasce il marchio Metropoli d’Asia, che Andrea Berrini dirige seguendo il modello di un’antica scuola: incontra e segue gli Scrittori dalle metropoli, vive con loro, si confronta e si scontra. Un’avventura singolare e cosmopolita che deve fare i conti con la censura nella Pechino di Ou Ning e Zhu Wen, con le estreme contraddizioni dell’India di Annie Zaidi e Ambarish Satwick e con i labirinti dell’allucinante Singapore di Fong Hoe Fang. Per quanto informale e scorrevole, il racconto di Scrittori dalle metropoli è curioso e ricco di suggestioni, e non solo letterarie: è tra le ombre di quelle metropoli che s’intravede il futuro perché “le città non sono ambiente proprio ai ai suoi abitanti, non c’è niente di immobile, non c’è un posto all’aperto dove sia possibile fermarsi. Sempre in via di ristrutturazione ogni  strada, ogni palazzo ha il suo punto di sventramento, e per mantenere l’orientamento dentro un paesaggio indistinguibile non si può far altro che lasciarsi andare, dirigendo i propri sensi verso le persone: sentire attorno a sé la folla in movimento che diventa il mare in cui si galleggia, la protezione di una città-natura eccessivamente ostile. Corpi che in quei momenti accolgono”. Nei meandri di Pechino, Singapore, New Dehli o Mumbai Andrea Berrini conosce, intervista, discute e si muove come “un uomo senza patria” e, per dirla con Kurt Vonnegut, citato in epigrafe, sa benissimo che “siamo qui sulla terra per andare in giro a cazzeggiare. Non date retta a chi dice altrimenti”. È vero, così come è altrettanto sensato pensare che le avventure con gli Scrittori dalle metropoli rappresentino per Andrea Berrini qualcosa di più, e di diverso, come ammette nell’introduzione: “Per decenni mi son sentito appiccicata addosso una passione (una coazione a capire) per le società, i ceti, la politica, le relazioni tra gruppi umani. Ora davanti a me si apriva un mondo nuovo, in pieno movimento, sul quale provavo un inderogabile bisogno di far luce: ricominciare a ragionare, uscire dalla palude di un’Italia che, immota sulla via, ripeteva il suo verso”. Là fuori c’è un universo che fluttua, a tratti inarrivabile per la distanza, le sottili asprezze linguistiche, gli usi e costumi ancestrali che si mescolano con l’impetuoso avanzare della tecnologia, svelando paesaggi e immaginari ballardiani. Gli appunti dei viaggi, gli aneddoti, i dialoghi raccolti da Andrea Berrini sono il tentativo di assolvere al compito dell’invenzione della realtà, svolto con assidua partecipazione e persino con garbo nel chiedere “chi sono gli scrittori capaci di raccontare questa città che muta? E di esplorare al di là del proprio orizzonte sociale, abbassando lo sguardo da uno status di privilegio?”. La domanda non resta inevasa: per gli Scrittori dalle metropoli superare i confini, è qualcosa in più di una parola d’ordine.

domenica 16 dicembre 2018

Guido Oldani

A seconda di come lo si usa, il lardo può essere la parte più pregiata della carne del maiale, così come surplus, grasso, abbondanza in eccesso. Vale anche per la poesia di Guido Oldani: è sottile, eppure densa e saporita proprio come il lardo, e intensamente radicata alla terra di Lombardia, alla nebbia e a piatti e “manicaretti” assurdi (memorabili, in questo senso, i versi dedicati alle rane fritte), ma è anche una poesia “civile” nel senso che non gli sfugge niente e nessuna delle brutture del mondo e le rinchiude in cornici fatte di una lingua preziosa e ricercata. Delle speculazione edilizie, una devastazione che ha violentato il paesaggio della pianura nell’indifferenza generale scrive: “Il suolo a vista, pare una minestra, e l’aria vi galleggia come il grasso, sul brodo disadattato per la dieta, questo è un paesaggio alla fin fine, con anche capannoni e residenze, sembrano seni e pubi, giustapposti, e l’assessore è il mostro di Firenze”. Versi che sarebbero piaciuti molto a Italo Calvino: nella loro “leggerezza”, gli haiku di Guido Oldani non lasciano nulla al caso. La sua poesia ha un rigore particolareggiato e a tratti bizzarro perché sotto il suo cielo (di lardo, di nebbia, di terra e di pane) “i poliziotti arrestano i buoni”, e ai cattivi, se proprio vogliono pentirsi “basta soltanto, defecare il cuore” tanto, e del resto, nonostante “un fango nero che dilaga”, non c’è da preoccuparsi: “in copertina il titolo è fatale, almeno fin che è sorto il giorno dopo, o addirittura il suo contrario vale”. Il poeta perdonerà il traffico caotico di “borborigmi”, usati a scansioni irregolari per rendere l’idea di una poesia non facile se letta, magari in cerca di un significato che non ha, ma irresistibile se “ascoltata” nel suo ritmo. E’ un borbottio di sillabe che ha tutta una sua musicalità un po’ ciondolante, mai invadente e sempre fragrante, proprio come una fettina di lardo su una crosta di pane calda o come un cielo nell’inverno della pianura, un luogo dove ormai le parole vanno colte caso per caso, quasi cercando un rammendo a zig zag, in modo furtivo perché tutto quello che viene concesso è  “il silenzio come fa la carpa” (che, guarda caso, è un pesce da fondale, sporco e grasso). Invece il poeta resta in piedi e, davanti alle sue parole, che si stagliano, come se fossero moniti, segnali, presagi e, per certi versi, persino rivendicazioni, quando Guido Oldani avverte: “Sto in mezzo al popolino dei neroni che è saltellante cui carboni accesi e siamo mezzo illesi se va bene. E mentre cresce il bosco in scandinavia qui lo arde chi è palazzinaro, e noi che siamo anche gente savia usiamo la nazione per fornello che bolle il mare d’acqua già salata: per cuocerci l’eterna spaghettata”. Lo stile si riconosce a distanza, la verve polemica va di pari passo con la ricercatezza linguistica che spiazza, disorienta, confonde, ma celato nel suo eccentrico glossario c’è una voce singolare e autorevole che rende Il cielo di lardo un piccolo gioiello di vera libertà (non solo poetica, non soltanto culturale).

giovedì 6 dicembre 2018

Angelo Del Boca

In tempi in cui l’Italia, o almeno le parti essenziali del dibattito pubblico, è ridotta al vociare di un’osteria (con tutto il rispetto per le osterie) questo lavoro collettivo guidato da Angelo Del Boca traccia una sorta di punto di non ritorno. Negli ultimi anni il revisionismo storico ha trovato nel nostro paese, e su tutti i fronti, un’inaspettata fortuna editoriale e commerciale e parecchie sponde politiche, non del tutto disinteressate (anzi). Per cui è diventato gioco facile ribaltare verità storiche consolidate e documentate opponendo il ritorno all’infallibile certezza dei luoghi comuni, alle polemiche gratuite e alla rissa continua dei talk show. Utile a generare ampie zone grigie in cui la storia viene negata ad uso e consumo di questa e/o quella posizione politica (se non proprio governativa) e delle utilità di mercato. Il punto di partenza del libro non è che il revisionismo sia negativo in modo assoluto. Anzi, le riletture e gli approfondimenti storici sono indispensabili al confronto e alla maturazione di un’opinione pubblico. È l’uso “politico” della storia a generare aberrazioni pericolose e a condurre il revisionismo su un binario parallelo al trasformismo, dove si può dire quel che si vuole, senza eccezioni di sorta. Come dice con chiarezza Angelo Del Boca nell’introduzione “l’uso politico della storia, che nulla ha a che fare con la ricerca storiografica, non ha risparmiato nessuna delle grandi questioni della nostra storia nazionale”. Partendo da questo appunto, Giovanni De Luna propone un’analisi ancora più stringente sulle caratteristiche del revisionismo nostrano: “Esiste infatti un’intrinseca affinità concettuale tra il revisionismo e l’universo mediatico, la fame di notizie, di novità, di rivelazioni clamorose, ad esempio, costringe i giornali a inseguire con accanimento quasi maniacale le revisioni, le demolizioni delle vulgate tradizionali, le scorrerie scandalistiche nel nostro passato. Il revisionismo è esattamente questo, un fenomeno essenzialmente mediatico, che ha avuto un fortissimo impatto sul mondo della politica, ma una ricaduta pressocché nulla sul piano della ricerca e degli studi storici, un fenomeno che in questo senso ha consentito ai suoi esponenti di maggior spicco di conseguire risultati sul piano della propria visibilità pubblica, senza incidere molto, invece, sui processi di comunicazione e di elaborazione che nutrono oggi la comunità degli storici”. La “storia negata” affronta un secolo di vita italiana in densi capitoli che cercano di mettere ordine tra i luoghi comuni e le idiosincrasie del revisionismo (e in parecchi casi del negazionismo) leggendo e rileggendo il processo di unificazione nazionale, l’espansione coloniale (dove viene fatto a pezzi l’assunto degli italiani “brava gente”), la seconda guerra mondiale e la Shoah, la Resistenza e la costituzione. A parte i temi specifici, qui trattati in sintesi ma con un minimo di rigore storiografico, il nucleo essenziale sta proprio nell’evidenziare il carattere aleatorio di un certo revisionismo, come sottolinea con puntualità Lucia Ceci: “C’è poi una questione ulteriore, forse meno evidente, ma centrale per la storia come disciplina scientifica e per la costruzione di un corretto senso comune: estremizzando in modo radicale una lettura manichea del passato si risolve il sapere storico in interpretazione soggettiva, in cui non c’è una verità legata al rapporto con il documento che può verificarla o falsificarla, ma tutto è ricondotto a opinione, lettura particolare. Oltre a diffondere informazioni e letture infondate sul piano documentario una tale produzione editoriale, con il decisivo veicolo dei media, rischia insomma di trasformare, agli occhi del grande pubblico, la storia in un insieme indistinto di interpretazioni del passato, tutte con uguale diritto di cittadinanza”. Ha quindi ragioni da vendere Angelo Del Boca quando di fronte alle tante capriole di vecchi e nuovi revisionisti dice: “Conservo qualche dubbio”. Anche noi.

lunedì 3 dicembre 2018

Cesare Pavese

Il mestiere di vivere è qualcosa di insolito e di diverso: forse è proprio “un ricco racconto di rapporti che equivalga abilmente a un giudizio di valore”, eppure nello stesso tempo è anche l’espressione di un Pavese intimo, spregiudicato e risoluto nella convinzione che “la vita non è ricerca di esperienza, ma di se stessi”. È frutto di un dialogo continuo, serrato, un flusso ininterrotto e inarrestabile di riflessioni, “contemplazioni”, meditazioni, “esami di coscienza”, analisi di fine anno, aforismi, pensieri in libertà, con l’assillo ricorrente del suicidio, riportato con l’intero conteggio dei tentativi. È l’espressione della “filosofia delle proprie attitudini”, che si traduce inpagine che si scrivono da sole. Pavese le osserva quasi divertito mentre prendono forma: “Ho davanti un complesso ritmico, pieno di colori, di passaggi, di scatti e di distensioni, dove i vari momenti di scoperta, di passo avanti, i nuclei, insomma, si scambiano, s’illuminano, perennemente attivati dal sangue ritmico che scorre dappertutto. Ci fumo sopra e tento di pensare ad altro, ma sorrido stimolato dal segreto”. Anche nella sua ricca genesi, non è (solo) una raccolta, un assemblaggio, un work in progress: Pavese concepisce Il mestiere di vivere nel dettaglio scegliendo proprio quello che definisce doveroso, ovvero  “un nuovo punto di partenza. Essendosi la mente abituata a un certo meccanismo di creazione, è necessario uno sforzo altrettanto meccanico per uscirne e sostituire ai monotoni frutti spirituali, che si riproducono, un nuovo frutto che sappia di ignoto, di innesto inaudito”. Un lavoro che comincia mentre è al confino ricordando che “eravamo nobilmente disinteressati, cordialmente alteri, gentili e sorridenti, simpaticamente duri”, come scrive tra i Pensieri cassati del giugno 1938 e via via prosegue, annotando nel marzo 1945, come “alla lunga un dolore si svincola dall’ansia, dal ricordo, dal sospetto che lo provocò, e vige solo nell’anima”. Con tutta l’energia e la forza della sua continua introspezione, Il mestiere di vivere diventa il compendio dei tentativi di Pavese di individuare uno schema nell’esistenza: “Ciò che s’impara nella vita, ciò che si può insegnare, è la tecnica del passaggio alla consapevolezza, che diventa così la semplice forma della nostra natura”. È naturalmente una logica del tutto personale, un diario che però diventa, per quanto indefinito, un romanzo scritto con il cuore, spesso un cuore di tenebra, comunque sincero fino all’autolesionismo. Il mestiere di vivere è una rappresentazione insieme fedele e dettagliata dell’esperienza vitale di Cesare Pavese, fatta di ritmo, ritmo quotidiano e ritmo letterario, una ricostruzione della cognizione del tempo, dei fatti, dei gesti, che si evolve nella certezza che “noi abbiamo orrore di tutto ciò che è incomposto, eteroclito, accidentale, e cerchiamo, anche materialmente, di limitarci, di darci una cornice, d’insistere su una conclusa presenza. Siamo convinti che una grande rivelazione può uscire soltanto dalla testarda insistenza su una stessa difficoltà. Non abbiamo nulla in comune coi viaggiatori, gli sperimentatori, gli avventurieri. Sappiamo che il più sicuro, e più rapido, modo di stupirci, è di fissare imperterriti sempre lo stesso oggetto. Un bel momento quest’oggetto ci sembrerà, miracoloso, di non averlo mai visto”. Lo sguardo di Pavese è l’espressione continua di un’immensa solitudine, altrimenti considerata “l’arte di essere solo”, che non viene né nascosta né mitigata in alcun modo. Sa che “niente va perduto. Il disagio, il disgusto, l’angoscia acquistano ricchezza nel ricordo. La vita è più grande e piena di quanto sappiamo”, ma come se fosse stato interrogato dal suo riflesso risponde senza esitazioni: “Sei felice? Sì, sei felice. Hai la forza, hai il genio, hai da fare. Sei solo”. Quello che Il mestiere di scrivere salva è la certezza che “la letteratura è una difesa contro le offese della vita”, un pensiero che trova la sua logica estensione quando Pavese dice che “leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra, che già viviamo, e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi”. Si ritorna sempre lì, dunque, e le ultime considerazioni di Pavese suonano come avvertimenti perché Il mestiere di vivere resta complicato e “per esprimere la vita, non solo bisogna rinunciare a molte cose, ma avere il coraggio di tacere questa rinuncia”. È il preludio alla resa di Cesare Pavese, quando si accorge di essere arrivato al punto in cui “avendo rinunciato a tutto, giganteggiano le piccole cose che ancora ci restano”. L’uso della prima persona plurale è un diversivo, l’ultimo riscontro è che “aspettare è ancora un’occupazione. È non aspettar niente che è terribile”, riepilogo lapidario del mestiere di vivere, e di scrivere.

domenica 2 dicembre 2018

Tina Merlin

Il lavoro di Tina Merlin è imponente e supera di gran lunga l’aspetto giornalistico. Diventa un segmento ineluttabile della storia italiana. Guardando crescere la diga del Vajont, Tina Merlin ha visto il futuro conoscendo il passato delle valli, della montagna, dei torrenti e del fiume, ma soprattutto attingendo alle storie delle persone e non perde tempo visto che già nell’introduzione scrive come “il potere politico era al sicuro sostenuto e foraggiato da coloro ai quali si prostituiva”. Il suo non è un vago atto d’accusa ideologico. Sulla pelle viva raccoglie nomi e cognomi, firme sugli atti (o, più spesso, omissioni), corrispondenze e valutazioni tecniche e i dati sono tutti documentati con un lavoro di ricerca assiduo: Tina Merlin vive l’intuizione di assistere a come si costruisce una catastrofe, ma parte da valutazioni più concrete dello stesso cemento armato di cui è costruita la diga. È il destino della gente di Erto e Casso, che viene sfrattata, espropriata, privata della libertà di muoversi sulla propria terra in nome della diga e dentro l’intrigo tra iniziativa privata e stato, il silenzio dei ministeri, le cene e le omissioni, la trascuratezza degli organi di informazione. La solita Italia provinciale e benpensante che si rivela assoggettata al potere, quale che sia la forma assunta e che Tina Merlin scopre quanto sia inadeguata di fronte alle sfide della modernità di cui la diga del Vajont non è soltanto un simbolo architettonico, un monumento eclatante e visibile a distanza. È una componente essenziale dell’elettrificazione nazionale ed è lì che i privati fiutano l’affare sfruttando al massimo, in nome della “pubblica utilità”, le possibilità di profitto. Con il disprezzo dell’ambiente, degli abitanti, dell’idea stessa della “pubblica utilità”. Tina Merlin è incalzante, lo sente Sulla pelle viva, e partecipa in prima persona con i suoi articoli tutta l’angosciosa attesa. C’è una montagna che sta “camminando” e tra le numerose avvisaglie riporta un disperato telegramma del sindaco del 22 luglio 1963 alla prefettura di Udine evidenzia “inspiegabili acque torbide lago, continui boati et tremiti terreno comunale”. Non ottiene alcuna risposta, i lavori continuano indifferenti alle scosse telluriche, alle sollecitazioni e ai segnali che arrivano da tutte le postazioni sul monte Toc. Tina Merlin indica già le responsabilità ricordando come “uno stato onesto verso i suoi cittadini non avrebbe dovuto prendere in consegna un impianto avariato come quello del Vajont che non è ancora giunto, proprio per questo, alla fase di collaudo e quindi alla certezza del suo buon funzionamento. Probabilmente in nessun altro posto del mondo ciò sarebbe accaduto se non, come in Italia, per complicità e corruzione politica”. Sarà per quello che i funzionari (pubblici e privati) si permettono di andare “in ferie” o di farsi trovare “indisposti”, come se avessero voluto prendere le distanze dall’incombente realtà, ma “nella grande anormalità del tutto, che dura ormai da tre anni, le anormalità del presente non sono che la tragica fine dell’errato inizio”. Scaduto il tempo, alle 22.39 del 9 ottobre 1963, ciò che era prevedibile divenne inevitabile. A Tina Merlin, oltre al dolore e al rimpianto di  non essere stata ascoltata, rimaneva una denuncia. Il tribunale l’assolse con formula piena con la seguente motivazione: “l’autrice dell’articolo, legittimamente usando del diritto di cronaca, si è limitata a rendere le notizie e le impressioni da lei raccolte nel corso della sua inchiesta, e a riportare uno stato d’animo di preoccupazione e ansia che era largamente diffuso tra gli abitanti di Erto e che trovava la sua giustificazione nelle circostanze come acclarate in causa”. La traduzione dal linguaggio giudiziario è semplice: aveva ragione a ripetere gli allarmi. Dopo, la diga restò in piedi, ormai un triste monolite, e sulle montagne e nella valle non vi fu più differenza tra vivi e morti.

mercoledì 28 novembre 2018

Fabio Cerbone

L’ascesa e la caduta di una delle figure più emblematiche del ventesimo secolo riletta attraverso l’ottica dell’iconografia pop: Ronald Reagan, un personaggio nato e cresciuto attraverso il cinema e la televisione, diventa il presidente degli Stati Uniti d’America e impone un nuovo modello di comunicazione e di politica, ormai diventati degli standard non privi di contraddizioni e con parecchi lati oscuri ancora irrisolti. Ormai consegnato alla storia da un funerale che ha riunito l’America con tutta la prosopopea e la retorica possibili, Ronald Reagan è stato senza ombra di dubbio uno dei personaggi che più hanno inciso nelle vicende del ventesimo secolo. La sua metamorfosi, da uomo di spettacolo a navigato politico, ha ancora oggi dell’incredibile se non si conosce una delle fonti primarie su cui si basa la cultura e la vita americana: “L’America non respinge il passato, o ciò che il passato ha prodotto nelle sue varie forme, o tra altre politiche, l’idea di casta o le vecchie religioni, accetta la lezione con calma, non è impaziente perché i ritardatari restano fedeli a certe opinioni e mode letterarie, mentre la vita che serviva di base a esse si è trasformata nella nuova vita delle forme nuove” scriveva Walt Whitman e Ronald Reagan ha incarnato alla perfezione quello spirito capace di coniugare la tradizione con l’inevitabile necessità di un futuro, l’orgoglio di un’intera nazione con la disintegrazione di uno stato, il bisogno collettivo di riconoscersi in un patria con l’urgenza spicciola del common man, di essere riconosciuto come individuo, con i suoi diritti e con le sue libertà e soprattutto con la propria solitudine. Memorabile la citazione, tra le tante raccolte da Fabio Cerbone, dell’ineffabile arte oratoria di Ronald Reagan: “Sedersi sperando che un giorno, in qualche modo, qualcuno aggiusti le cose, è come sfamare un coccodrillo pregando che ti mangi per ultimo, ma alla fine ti mangerà”. C’è tutta la storia dell’America nei suoi “glory days” in questa frase e il ritratto organizzato da Fabio Cerbone è molto equilibrato nel raccontare il contesto in cui le forme politiche ed economiche promosse da Ronald Reagan hanno preso forma (e ricordando sempre che La recessione è quando un vicino perde un lavoro. La depressione quando perdi il tuo”), citando senza esitazioni produzioni discografiche (molto interessante e preciso il parallelo con Madonna) e cinematografiche che hanno contribuito a costruire l’immaginario vincente e volitivo dell’America di quegli anni. Il racconto è scorrevole e puntuale, mai troppo schierato e polemico, anche in casi piuttosto eclatanti come gli affari sporchi disseminati in mezzo mondo dagli accoliti reaganiani o l’imperversare delle soluzioni belliche a ogni occasione. Forse è giusto così, nell’idea di rendere chiara una figura tanto complessa, tanto poi ci pensa Hunter S. Thompson a chiarire il concetto, nel caso fosse necessario: “Ronald Reagan è il prototipo del nuovo americano mitologico, una puttana ridacchiante che probabilmente un giorno sarà presidente”. I succedanei non tarderanno a confermarlo, compreso l’ultimo in ordine d’arrivo: con molti anni d’anticipo, il Doc aveva già capito come sarebbe andata a finire.