mercoledì 26 giugno 2019

Gaznevada

Nell’apocalittico 1977, incastrati tra l’inamovibile tradizione delle osterie bolognesi, la repressione militaresca dei movimenti e la silente ortodossia, i Gaznevada fecero la loro prima apparizione. Una scheggia impazzita, una canzone frenetica e selvaggia (Mamma dammi la benza!), suoni stridenti e abrasivi, un pubblico annichilito. Pochi minuti, sufficienti per tracciare una linea di demarcazione e rendere obsoleto tutto ciò che c’era prima. Come molte delle inafferrabili variabili nella storia dei Gaznevada, quell’exploit avvenne con l’identità del Centro d’urlo metropolitano, elaborata definizione che raggruppava l’embrione di un gruppo di zingari felici che, come scrive Luca Frazzi, “mettevano la  testa sopra il filo dell’acqua per sopravvivere all’ecatombe (pallottole, noia ed eroina) aggrappandosi ai Sex Pistols e ai Ramones. Curioso, no? Per tornare a respirare i figli del movimento si affidavano al disimpegno e alla provocazione fine a se stessa. E lo facevano in modo magistrale. Di loro si diceva che fossero il braccio armato musicale della coltissima Traumfabrik, in realtà i Gaz all’inizio era un tozzo, caciarone, magnifico gruppo punk. Poi divennero altro. Studiarono, maturarono, sperimentarono. Ma all’inizio erano questo, un gruppo punk, di intelligenza sopraffina e dalla mano pesante”. Con la stessa attitudine, i Gaznevada si raccontano, con l’aiuto di Oderso Rubini (che li produsse e li guidò tra i campi minati della discografia), dentro una trama frammentaria e per niente lineare, eppure fedele alle cronache, a partire dalla scelta del nome, pescato un po’ per caso e un po’ in un racconto di Raymond Chandler che descriveva “il gas di Nevada” come “una sostanza tossica dall’acre sapore di mandorla con la quale ingenui quanto loschi personaggi nell’omonimo stato americano sopprimono menti criminali e perverse”. La decisione di trasformarsi in Gaznevada avviene a Londra, l’approdo inevitabile in cerca dei Sex Pistols e degli Ultravox, degli Stranglers e degli XTC, nutrendosi di fish & chips e/o chicken & chips e respirando l’aria della rivolta, mentre l’Italia è rimasta ferma a vecchie cerimonie e rinnovati massacri. Ma l’epifania arriva prima grazie a un disco, Leave Home dei Ramones, che inaugurerà la nuova stagione dei Gaznevada. Un momento che Gianluca Galliani alias Nico Gamma o più semplicemente Gaz ricorda così, nella sua “novella-documento” Hystory And Hysteria: “Quella era roba veramente nuova, impressionante, un devastante muro di suono sparato ai 2000 all’ora, con un pezzo dietro l’altro, nessuno più lungo di tre minuti, anzi, per la precisione pochi superavano i due minuti e quasi tutti simili sebbene differenti... Senza fiato, senza tregua, senza lasciare respiro e tuttavia orecchiabili. Ti veniva, dopo un primissimo e stupito ascolto, una voglia irrefrenabile di ballarli... Ma con un ballo disorganizzato, duro, di guerra. Un sound ruvido, da garage, ma corposissimo, abrasivo e nel contempo melodico. Mai commerciale. Niente assoli, o al massimo due tre note sbattute qua e là. Pezzi semplici in fondo, ogni buon ragazzotto schitarrante o sbatacchiante avrebbe potuto facilmente suonarli. Geniali!”. I Gaznevada li suonarono a ripetizione, duri, isterici, nevrotici eppure capaci di intraprendere una via personale tra i grattacieli congelati di New York (Nevadagaz) e il pericoloso “radiodisturbo” (Telepornovisione) coltivando un linguaggio senza filtri, freddo, ipnotico e lampeggiante come un neon impazzito in una città con troppi nemici e con le palle rotte. Le vicende dei Gaznevada proseguiranno, in altre forme, con altre deviazioni, ma “solo dettagli”, comunque, scrive Gaz in conclusione. Dentro queste righe e in un pugno di canzoni incise all’inizio del 1979 c’è tutta l’urgenza di un gruppo impaziente, non allineato, incontrollabile, spiritato che ha sputato in faccia al futuro.

venerdì 21 giugno 2019

Gian Luigi Piccioli

È il 1982, la nazionale italiana sta ancora arrancando nei mondiali di calcio in Spagna e “tutto il mondo sta traslocando” verso una realtà realtà trasfigurata e plasmata dallo schermo televisivo. Dalla Sala Due, centro nevralgico della TDN, un network privato dalle grandi ambizioni, Gigi Insolera e Marco Apudruen gestiscono le notizie come “tanti film diversi, e messi insieme a caso, a succedersi in una sorta di giudizio universale, allegrone e caotico”. L’obiettivo è raggiungere e superare i cento milioni di spettatori e scavalcare nel gradimento i canali pubblici che, grazie agli sceneggiati, godono del favore del pubblico. Insolera e Apudruen sono i deus ex machina della Sala Due: colleghi, amici, complici e quanto mai diversi. Insolera è uno scrittore imprigionato nelle tempistiche feroci della televisione, che offre uno sguardo continuo, impietoso, terrificante e asfissiante. Ad un certo punto ammette: “Sento sempre più l’urgenza di scrivere un romanzo, ma è ridicolo scrivere un romanzo quando si pensa che non c’è un minuto da perdere”. Apudruen è più pragmatico: deve comprare e vedere i servizi a tutte le latitudini e gestire una pletora di inviati che con le loro “telebaby” (uno dei tanti neologismo di Gian Luigi Piccioli) immortalano “l’età del caos”, dalla sorte dei desaparecidos in volo sull’oceano all’assassinio di un giudice. La prospettiva da Sala Due abbraccia l’interno pianeta, annulla le distanze nello spazio e le coordinate nel tempo: come scrive Simone Gambacorta nell’efficace presentazione “il tempo grande del titolo è un tempo che si è ingrandito, è il tempo di una mutazione in atto, di una frontiera che si sposta, come un perimetro che scoscende e sfuma nell’evoluzione continuata (e anche metamorfica) di se stesso. È un tempo ignoto che porta in sé altro. È il tempo della contendibilità dei duplicati audiovisivi del reale, è il tempo di un nuovo potere che si afferma”. Quando in Sala Due appare Marianna Estensi, fotografa chiamata a registrare le luci delle immagini, germoglia un triangolo imperfetto con Apudruen e Insolera. Bella, volitiva e spericolata, Marianna accende il Tempo grande, sollevando il sipario sull’altra grande protagonista, un Roma eccezionale, brulicante di vita, labirintica “da sempre, incompiuta, come un bel dolce lasciato a metà e demolito qua e là”. Quando non seguono il mondo e la storia attraverso i monitor, o non sono coinvolti nelle criptiche dinamiche aziendali della TDN, i tre protagonisti si avvicendano in un groviglio di vie e piazze e terrazze e palazzi che è lo specchio dell’ingarbugliata liaison. Le dimensioni di Roma sono tali che, come diceva William Fense Weaver, “il tempo è incredibile” e, infatti, scorre secondo scansioni relative e, per quanto riguarda Sala Due, tenendo conto che “con gli anni che sono passati in questi ultimi mesi, nessuno è oggi quello di ieri”. Quando Marianna viene spedita da compiere un’impresa destinata a modificare gli equilibri dell’audience, attraversando in moto la savana nella caldera di Ngorongoro, con la certezza che “ogni uomo confina con miliardi di altri uomini, oggi” e uno scoop dall’Africa (una delle grandi passioni di Gian Luigi Piccioli), Tempo grande lascia deflagrare tutte le sue contraddizioni e concentra nelle sue pagine quello che Italo Calvino intuiva nel 1983, appena un anno prima della sua pubblicazione: “Ogni processo di disgregazione dell’ordine del mondo è irreversibile, ma gli effetti vengono nascosti e ritardati dal pulviscolo dei grandi numeri che contiene possibilità praticamente illimitate di nuove simmetrie, combinazioni, appaiamenti”. Il contributo della florida scrittura di Gian Luigi Piccioli a rendere intellegibile la supremazia delle immagini è inestimabile. Grazie alla ricchezza dei giochi linguistici e alla divertita nonchalance nelle descrizioni (dai menù alle scene erotiche è tutto un fiorire di divagazioni) ci immerge e ci affonda in un milieu dove è impossibile non ricordare Baudrillard quando ci avvisava che “continuiamo ad accumulare, ad aggiungere, a rincarare la dose. E poiché non siamo più capaci di affrontare il potere simbolico dell’assenza, oggi siamo piombati nell’illusione contraria, quella disincantata della profusione, l’illusione moderna della proliferazione degli schermi e delle immagini”. Tanto che, nei paesaggi di Tempo grande, s’intravedono “vette irte di ripetitori, che una volta innalzavano croci”, ma soprattutto il benamato Insolera ci accompagna alla conclusione che “mentiamo senza motivo perché non possiamo fare a meno della verità che crediamo irraggiungibile. Mentiamo per uniformarci ad un modello superiore di esistenza... Per un insopprimibile bisogno di coerenza”. Tempo grande è un romanzo fosforescente, che è necessario rileggere e riscoprire, anche per le sue doti di preveggenza che ci aiutano, non poco, a capire dove siamo arrivati e da dove siamo partiti.

lunedì 1 aprile 2019

Roberto Manfredi

Il rapporto tra gli artisti e il potere è sempre stato conflittuale, e così deve essere. È inevitabile che “vite estreme e fugaci percorse sul filo di lana. Passione e disincanto, conoscenza ed esplorazione, amore per la vita al punto di sfidarla oltre ogni limite” si scontrino con l’ordine delle istituzioni e tutte le forze preposte a mantenerlo. C’è una sezione pubblica nel website dell’FBI (grazie al Freedom of Information Act, uno strumento di garanzia introdotto negli Stati Uniti nel 1966 e adottato in Italia, con moltissime riserve e sulle sollecitazioni dell’Unione Europea, solo nel 2016) dove si può scorrere uno sterminato archivio di materiali derivanti da indagini. Bertolt Brecht, Charlie Chaplin, Elvis Presley, Frank Sinatra, Henry Miller, Allen Ginsberg, Jefferson Airplane, John Steinbeck, Janis Joplin, Jerry Garcia, John Updike, Marilyn Monroe, Marvin Gaye, Doors, Beatles, Grateful Dead (solo per citare alcuni) sono allineati con il loro bravi dossier con i peggiori criminali, narcotrafficanti, serial killer, spie, politici, corrotti e corruttori. Si capisce perché leggendo Artisti in galera che, come si premura Roberto Manfredi nell’introduzione non è formato dal biografie di artisti “maledetti”. Da Billie Holiday a GG Allin, “sono solo persone che hanno scelto di percorrere strade diverse, percorsi estremi e pieni di insidie per sentirsi disperatamente più vivi e dare un senso alle loro esistenze, molto spesso bruciate in un lampo”. Le sintesi (ogni piccolo capitolo è composto da una mezza dozzina di pagine, comprese le interpretazioni con il bel tratto di Tom Porta dei “mugshot”, ovvero le foto segnaletiche dei reprobi) non tolgono nulla alle  cupe atmosfere degli stati di alterazione di Chet Baker o dell’arresto di Chuck Berry, della persecuzione contro Lenny Bruce (un genio, anche lui inseguito a lungo dall’FBI), delle traversie di James Brown “living in America” e di quelle di Fela Kuti a San Vittore e in Nigeria. Non tutti sono soltanto un “disturbo pubblico” come Johnny Cash, Pete Townshend, Frank Zappa (uno che dava davvero fastidio quando diceva che “oggigiorno la disonestà è la una regola e l’onestà l’eccezione”) o Timothy Leary. C’è qualcuno che in galera è finito per omicidio (Bertrand Cantat, Phil Spector, Kristian Vikernes), qualcun altro, (Tupac Shakur e Notorious B.I.G.) che viveva in un mondo dove armi e droghe rientravano nelle prassi quotidiane, ma in un modo o nell’altro gli Artisti in carcere ci finiscono dalla Norvegia all’Iran, dall’America all’Italia rappresentata, nell’occasione da Vasco Rossi, Mia Martini e Sophia Loren. Lo spaccato è a tinte torbide, ma molto realistico e alla carrellata principale vanno aggiunte le due appendici riassuntive (dedicate rispettivamente a cinema e musica) che aggiungono, in breve, un’altra trentina di casi umani, da Charlie Parker a Zsa Zsa Gábor, compreso Keith Richards. Figurarsi se poteva mancare all’appello: la sua filosofia (“Non ho problema con la droga. Ho un problema con la polizia”) condensa tutta l’epopea degli Artisti in carcere.

domenica 31 marzo 2019

Riccardo Canesi

Le città da cantare (Atlante semi-ragionato dei luoghi italiani cantati) parte dal presupposto che “ogni essere umano ha dentro di sé un paesaggio, quello della propria terra d’origine, e fuori di sé quello che ha incontrato nei percorsi della sua vita viaggiando o migrando. Non sfuggono a questa regola gli autori di canzoni. Le canzoni, nella loro apparente leggerezza e banalità, ci segnano la vita, ci fanno ricordare oltre alle persone care, momenti significativi della nostra esistenza e anche i luoghi in cui le abbiamo ascoltate o a cui si riferiscono”. Essendo un geografo, Riccardo Canesi scegli di assemblare questo “atlante” musicale partendo proprio dalla forma della città che, come diceva Italo Calvino, “ha un semplice segreto: conosce solo partenze e ritorni”. Una constatazione che coincide, non a caso, con il tema e il soggetto di Una città per cantare, a cui come è evidente Riccardo Canesi ha attinto per il titolo. La canzone di Ron e Lucio Dalla, ricalcata su The Road di Danny O’Keefe e resa celebre nella versione di Jackson Browne in Running On Empty è un po’ la prima tappa di un bel viaggio nelle città italiane. I legami musicali sono sviluppati con un certo brio, senza il peso di analisi particolareggiate, con disinvoltura e comunque con un riguardo scrupoloso nei confronti delle canzoni e degli autori. A garanzia, Riccardo Canesi mette un sigillo importante citando addirittura un’esortazione di Marcel Proust: “Non disprezzate la musica popolare. Siccome essa si suona e si canta molto più appassionatamente di quella colta a poco a poco essa si è riempita del sogno e delle lacrime degli uomini. Per questo vi sia rispettabile. Il suo posto è immenso nella storia sentimentale della società. Il ritornello che un orecchio fine ed educato rifiuterebbe di ascoltare, ha ricevuto il tesoro di migliaia di anime, conserva il segreto di migliaia di vite di cui fu l’ispirazione, la consolazione sempre pronta, la grazia e l’idea”. Una parte considerevole dell’attenzione è rivolta, come pare logico, ai cantautori che hanno avuto un ruolo importantissimo nella storia della musica italiana e spesso sono legatissimi alla propria città, valga su tutti il legame con Bologna, di Francesco Guccini e Claudio Lolli o, neanche a dirlo, di Genova con Fabrizio De André. Ricardo Canesi colloca i protagonisti con presentazioni spicciole e immediate, senza l’ansia o l’ambizione di compilare un elenco completo e definitivo, piuttosto con lo spirito di una mappatura che possa mostrare Milano attraverso gli occhi Dario Fo e Enzo Jannacci (un genio), Roma nelle parole di Francesco De Gregori o Livorno in quelle di Piero Ciampi e poi Napoli, Firenze o Pordenone nel susseguirsi di intense scene musicali. C’è molto da ascoltare e ancora di più da leggere perché poi Riccardo Canesi non dimentica il suo “vero” lavoro e tra un capitolo e l’altro infila materiali che riguardano problemi e questioni che toccano la vita quotidiana delle nostre città. Un bel lavoro di divulgazione, fatto con un spirito leggero e acuto nello stesso tempo: Le città da cantare contiene un’idea che si può moltiplicare all’infinito applicandola ad altri luoghi, non meno attraenti delle realtà urbane. Basta pensare a tutto l’immaginario sul mare o sui fiumi, come suggerisce nelle pagine introduttive lo stesso Riccardo Canesi. Volendo si può partire con il mondo intero, ma la sorpresa è dietro l’angolo perché i Beatles, che hanno cancellato la parola “impossibile” dal vocabolario, si erano già proiettati Across The Universe. Buon viaggio. 

mercoledì 27 marzo 2019

Erri De Luca

“Se avete fame guardate lontano” è l’imperativo che spinge interi popoli a sfidare gli elementi in cerca di un habitat di cui sono stati privati. Lontano potrebbe essere anche molto vicino e allora, questa raccolta di righe che vanno troppo spesso a capo, come lo stesso Erri De Luca definisce le sue poesie nel sottotitolo di Sola andata, comincia con una breve, incisiva ed esplicativa Nota di geografia per delineare le coordinate del Mare nostrum: “Le coste del Mediterraneo si dividono in due, di partenza e di arrivo, però senza pareggio: più spiagge e più notti d’imbarco, di quelle di sbarco, toccano Italia meno vite, di quante salirono a bordo. A sparigliare il conto la sventura, e noi, parte di essa. Eppure Italia è una parola aperta, piena d’aria”. Nella prima parte c’è la cronaca, la storia dei viaggi dai deserti dell’Africa alle coste dell’Italia: popoli che vanno a piedi e finiscono sul mare e poi vengono rimessi sugli aerei anche se “potete respingere, non riportare indietro, è cenere dispersa la partenza, noi siamo solo andata”. Erri De Luca leviga le parole, ne segue il ritmo con dolcezza, ma non nasconde nulla dell’esodo degli “innumerevoli” mischiando acqua di mare, sale, sole e sangue nelle stesse righe. Prima di diventare un titolo a suo modo lapidario e indiscutibile, “solo andata” è un refrain che riecheggia tappa dopo tappa dell’esodo che, dalle sabbie del Sahara a quelle delle spiagge italiane, passando per il Mediterraneo, diventa ben presto una brutale tragedia e si lascia alle spalle ogni tentativo di cercare un ultimo approdo. Eppure sull’onda delle anime migranti, nello scoprire l’altro che, in balia delle correnti non meno che di titubanti governi, affronta il mare aperto e pur di non abbandonare la speranza è disposto all’estremo sacrificio di perdere la vita, Erri De Luca riesce a riconoscersi e lascia filtrare una sottile luce di umanità. Debole, sfocata, calante sull’orizzonte, ma vivida, e non ancora affogata nella retorica. Nella parte finale di Solo andata, dato che “un libro di poesie è una città", esplora anche altri quartieri ma non dimentica nemmeno per un attimo gli anni che stiamo vivendo (“In guerra le parole dei poeti proteggono la vita, insieme alle preghiere di una madre”) e quando, infine, arriva a Casa è per una sorta di personalissima confessione: “Dietro la curva la ritrovo, ancora c’è, la casa, non crollata, bruciata. È vecchia più di me, la rinnovai quand’ero anch’io nel tempo del rinnovo. Crollasse non mi morderei le mani e non imprecherei di stare senza. Sono in tempo a viandare, bagaglio scarso ribussare a porte, non possedere chiavi. Devo questo alle storie, di bastarmi, pur’io bastare a loro. Con lapis e quaderno posso scrivere pure quando gela l’inchiostro nella penna. È stata la porzione a me assegnata, eredità che non si può ricevere e lasciare. Di questo sono fatto, di pagine sfogliate e poi risposte”. Con una conclusione che è quasi una profezia perché è questo che chiedono i tempi ed è questo che concedono le poesie di Erri De Luca: “L’umanità sarà poca, meticcia, zingara e andrà a piedi. Avrà per bottino la vita, la più grande ricchezza da trasmettere ai figli”. Poesia poesia civile, illuminante e toccante, e quanto mai attuale.

martedì 26 marzo 2019

Carlo Boccadoro

Queste “storie di dischi irripetibili musica e lampi di vita” alternano la cronaca di esperienze personali, di ricordi d’infanzia e di studi, di orchestrazioni e di viaggi, compresi l’incontro con Philip Glass e la collaborazione con Luciano Berio, con la “recensione” di una dozzina di album. Protagonista in 12 è il girovagare di Carlo Boccadoro tra gli scaffali dei dischi, dal piccolo negozio di dischi del quartiere (dove compra per errore, o forse no, il disco della Plastic Ono Band) alla Tower Records, fatto di trasferte a New York (compreso l’aneddoto “jazzy” al Village Vanguard) o a Los Angeles, ma anche di un gusto per l’ascolto libero, attento e partecipato (come dovrebbe essere). Essendo, sì, un compositore e un direttore di musica classica e contemporanea, ma anche un grande appassionato, capace di distinguere (per fortuna) tra Donald Fagen, i Grateful Dead e gli Eagles, Carlo Boccadoro riesce a dedicare un’intero capitolo a Jamming With Edward, la storica session agli Olympic Studios di Londra tra i Rolling Stones sans Keith Richards (Mick Jagger, Charlie Waits, Bill Wyman, Nicky Hopkins) con Ry Cooder. Per rendere l’idea di come Carlo Boccadoro affronta i dischi vale la pena di dare una sbirciata alla sua disanima di Jamming With Edward, partendo da quelli che di solito vengono trascurati: “Un discorso a parte merita la sezione ritmica formata da Bill Wyman e Charlie Waits, che all’epoca erano in forma come poche altre volte nella loro lunga carriera. Del resto basta ascoltare gli album ufficiali dei Rolling Stones di questo periodo per capire che pochi musicisti avevano il punch ritmico e la sicurezza che Watts e Wyman ostentano in questa session londinese”. Lo stesso, scrupoloso trattamento Carlo Boccadoro lo riserva agli Area, contestualizzandoli negli anni delle proteste giovanili, o a Claudio Lolli, a Karlheinz Stockhausen o a Harold Budd, John Cage o al Black Album di Prince, inseguito come una misterioso oggetto non identificato da piazzare sul piatto alla prima festa utile perché, pare di capire, forse i duri non ballano, ma i direttori d’orchestra, invece sì. Il tono, pur essendo colto, puntuale e preciso, è anche leggero, sempre curioso, il più delle volte condito da una sana spruzzata di ironia. Gli episodi raccontati da Carlo Boccadoro sono tantissimi ed è curioso quello che lo vede impegnato in una conduzione notturna a Radio Popolare mandando musica, al solito (e giustamente), piuttosto ricercata. All’ennesima variazione di John Cage, un ascoltatore ormai “esasperato” lo chiama e gli urla nel telefono: “Ma trovati un lavoro!”. Per esperienza, confronti del genere in radio capitavano spesso (e suppongo capitano ancora) ed è “il bello della diretta”, però introducono a una riflessione giusta e polemica quel tanto che basta. A Los Angeles, Carlo Boccadoro lavora a Bad Blood, un’opera che verte sulla tragica e brutale serie di esperimenti volti nell’arco di quarant’anni, dal 1932 al 1972, su circa quattrocento afroamericani. I dettagli li trovate tutti in 12. Un tema scomodo, spigoloso e come sempre pericoloso quando ci sono di mezzo le subdole trappole del razzismo, ma che Carlo Boccadoro decide di affrontare comunque perché “non mi sembrava giusto stare fermo a guardare senza esprimere perlomeno un’opinione contraria alle tendenze dilaganti”. Concluso il lavoro, ma come sempre immerso nella musica, va ad ascoltare la Los Angeles Philarmonic Orchestra diretta da David Robertson in un programma di composizioni del ventesimo secolo, tra cui Edward Varèse e Frank Zappa. La sala (la Walt Disney Concert Hall) ospita 2.265 spettatori e i biglietti sono esauriti per tutte e tre le repliche. Fate voi i conti. La riflessione di Carlo Boccadoro, alla fine di 12, è inevitabile (e condivisibile): “Mi convinco sempre più che le leggende sulla musica contemporanea incomprensibile che mi vengono ripetute da decenni siano lo patetiche scuse per giustificare la pigrizia mentale e l’ignoranza di troppi operatori musicali del nostro paese”. Come ben sappiamo, questo non vale soltanto per la “musica contemporanea incomprensibile”, ma anche per modelli molto più “accessibili” che purtroppo, e/o per fortuna, non corrispondendo agli standard di banalità e di idiozia, ormai sono trincerati in piccoli rifugi di provincia.

lunedì 18 marzo 2019

Nicola Gervasini

In un’America che non è poi così lontana, David Pry trova un disco degli Almanac Singers, comprensivi degli irriducibili Woody Guthrie e Pete Seeger, tra i ricordi del padre, già un fiero patriota americano. La scoperta alimenta molti dubbi nelle riflessioni del figlio, tenendo in considerazioni che, negli anni della guerra del Vietnam, avrà modo di confrontarsi, attraverso la musica e le canzoni, con ben altre contraddizioni. I protagonisti di Rolling Vietnam conducono a rileggere un passato destinato a non passare mai: Nicola Gervasini ha ricostruito un’avvincente storia della guerra del Vietnam attraverso la musica e lo sfondo generazionale, che lega David Pry al padre e alla figlia Melinda (la storia comincia proprio con lei e con un disco di Bruce Springsteen, protagonisti di un breve prologo ambientato nel 2006) serve soltanto a riannodare le storie, i legami, i segreti e le virtù di canzoni che, come scrive Willie Nile nella prefazione “hanno risvegliato la coscienza di una nazione e hanno aiutato a trovare il modo di chiudere quella guerra”. Una scelta coraggiosa perché la materia era (ed è) vasta e complessa visto che “ci sarà sempre una guerra da combattere in questo mondo” e che quella del Vietnam fu ambivalente e ambigua: uno scontro impari sul campo di battaglia e un conflitto aperto tra diverse generazioni a casa, in America. Lo ricorda anche il principale alter ego del protagonista, Hank, quando gli dice: “Le guerre lasciano solo morti sul campo, da questo inferno ne usciremo tutti lacerati”. È andata così, ma dato che, come scriveva Paul Virilio, “non c’è guerra senza rappresentazione”, Rolling Vietnam trae nutrimento delle infinite ricostruzioni, partendo dalla frattura verticale narrata da Philip Roth nell’inevitabile Pastorale americano e dalla ribellione visionaria e psichedelica di Tim O’Brien in Inseguendo Cacciato, per non dire delle dozzine di film che hanno alimentato un intero immaginario. Qui, trattandosi di una “radio-grafia”, come spiega il sottotitolo, Nicola Gervasini si è dedicato piuttosto all’ordito di una colonna sonora che, a sua volta, ha determinato un modo unico e indelebile di percepire la guerra del Vietnam. Come un sarto paziente e certosino, ha provato a cucire e ricucire gli strappi, canzoni dopo canzoni, Phil Ochs dopo Bob Dylan, i Doors dopo i Buffalo Springfield, John Prine dopo Merle Haggard, ballata per ballata, mettendo tutti i nomi e le date e le informazioni nel tessuto di una trama che, proprio attraverso la musica, si evolve in modo spontaneo dalle fondamenta di un saggio per diventare, a tutti gli effetti, un romanzo compiuto. La metamorfosi avviene in corso d’opera, con naturalezza, cavalcando un’onda emotiva irripetibile perché, come diceva Michael Herr in un’intervista con Salman Rushdie, “in quegli anni il rock’n’roll ebbe una circolazione che non ha mai più avuto. In un certo senso la guerra è sopravvissuta al rock’n’roll”. L’opinione alla fonte di Rolling Vietnam è un riflesso perfetto e complementare di quella constatazione: “In fondo il Vietnam aveva salvato il rock’n’roll da morte certa, dandogli l’occasione di raccontare tutto in diretta, cogliendo ogni attimo e ogni sensazione di qualsiasi altra forma di espressione artistica. Era la guerra ad aver preso il ritmo del rock’n’roll, non il contrario”. È già sufficiente così perché leggere queste pagine “vuol dire semplicemente cercare di capire, guardare sempre oltre le parole e i fatti”. Nell’ignoranza, nella vacuità e nelle banalità vigenti, suona persino rivoluzionario.