Ecco il classico esempio per cui una raccolta di articoli diventa qualcosa di più: una visione d’insieme sulla letteratura, sulla sua efficacia, sui legami che offre, sulle possibilità e sui limiti naturali. Dura un attimo il giorno ne offre un quadro articolato e complessivo che Claudio Magris riesce a trasmettere con le proprietà di una lingua diretta, elegante, priva di inutili complicazioni. Nel titolo, mutuato da un verso di Biagio Marin, c’è già l’idea che “ogni attimo è un tessuto impalpabile di molti futuri, di cui qualcuno potrà realizzarsi e altri resteranno potenziali, ma non meno reali delle loro imprevedibili possibilità latenti”. C’è questo afflato costante, coerente e appassionato, dall’insegnamento alla traduzione (“Tradurre significa ricreare una storia o un destino, facendoli restare sé stessi e insieme diventare altri”), dalla poesia alla prosa, in particolare per la narrativa e le storie laddove “raccontare, non solo sulla pagina romanzesca, anche a voce, parlando, dà vita a ciò di cui si narra, è la sua generazione e il suo atto di nascita”. Protagonista assoluta è “la magia della scrittura, la sua trascinante e inquietante capacità di dire le cose, di trasformare dei segni silenziosi di una storia, in avventura, amore, guerra”. Magris parte dalle coordinate di riferimento mitteleuropee, segue uno per uno i “capolavori falliti” del ventesimo secolo secondo Raffaele La Capria e le ombre che non se ne vanno, pezzi di memoria che si compongono come rotte su mappe variabili. La Germania divisa e poi riunita, il Faust nelle diverse espressioni, la riflessione, molto interessante su umano e non-umano, Trieste e il mare sono soltanto le tappe di un’ampia panoramica, un modo di intendere la vita che implica uno specifico rapporto con la scrittura e la lettura. L’incedere e la misura sono sicuri: consapevole della fragilità della letteratura, ma anche della sua indispensabilità, Magris si pone proprio all’interno di un intimo legame per e con il lettore ovvero “quel rapporto e quel dialogo che costituiscono l’autentica lettura, in cui chi legge diventa quasi un coautore di tutto ciò che il resto desta e trasforma in lui”. C’è molto di Magris anche nelle recensione altrui dove trova spesso l’occasione per commiati e necrologi, giusto a sottolineare anche una rete di rapporti e di appartenenze, di complicità e amicizie. Un approccio sistematico e raffinato tenendo presente che “i nomi salvano le cose, le persone, la vita” e Dura un attimo il giorno ne colleziona un bel po’. Le passioni inossidabili di Claudio Magris, da Salgari e Kipling in poi, si estendono a Michael Krüger, Stelio Mattioni, Primo Levi, Gregor von Rezzori, Giorgio Negrelli, Javier Marías, Gianni Stuparich, Martin Pollack, Zigmunt Bauman, Ligio Zanini, Carlo Michelstaedter, Norman Manea, Johannes Urzidil, Gabriele Tergit, Ivo Andrić, Thomas Mann, Joseph Roth, Ismail Kadare, Robert Musil, Francesco Pietro Cristino, Stefan Zweig, João Guimarães Rosa, Maurizio Serra, Daniele Del Giudice, Hilde Spiel e l’amico Mario Vargas Losa e poi Svevo, Pasolini, Kafka, Hölderlin, Borges fino al Moby Dick di Melville. Letture, rivisitazioni e ritratti sono puntuali e ricchi di intersezioni che Magris indaga ed esplora senza sosta, e con trasporto ribadendo che “la scrittura è forse un filo di Arianna che aiuta non a uscire dal labirinto ma a penetrarvi da tutte le parti, ad avvolgerlo, in modo da depistare il cammino che vuole condurci verso l’uscita”. C’è anche un aspetto selettivo, ormai una rarità, perché non è proprio obbligatorio conoscere ogni presunto best seller o leggere Il codice da Vinci perché lo fanno tutti. Magris ricorda che “occorre un motivo per fare una cosa, non per non farla” e questa sì è una distinzione più che mai necessaria.
