domenica 16 ottobre 2022

Mauro Pagani

La perdita delle memoria è un incidente individuale, la ricostruzione è collettiva. Questo perché nella vita e nella carriera di Mauro Pagani la vocazione verso gli altri è sempre stata una predisposizione naturale e spontanea, legata in modo indissolubile alla sua concezione della musica e dell’arte. Per cui Nove vite e dieci blues è un memoir sui generis, dove Mario Pagani si concede la tentazione di rileggere il suo passato prossimo e remoto, ma trova la compagnia e la complicità di molti artisti, che fanno parte del bagaglio andato perso e che viene recuperato un passo alla volta. La dimensione famigliare, la scoperta della città, i primi tentativi di mettere la musica al centro di tutto lo conducono ben presto alla PFM. Entrare e uscire da un gruppo costituisce un esercizio esistenziale che va ben oltre l’attitudine professionale e questo Mauro Pagani lo racconta molto bene, con dovizia di particolari, senza rimpianti e/o tardive rimostranze. L’abbandono della Premiata, giusto per citare una svolta fondamentale, avviene per motivi umanissimi ma anche per seguire altre forme musicali, assecondando un’istintiva curiosità che lo porterà verso collaborazioni determinanti, da quella con Demetrio Stratos a quella con De André, la più nota e fortunata, fino alla fertile liaison con Massimo Ranieri. Gli sviluppi più significativi avvengono attorno alla musica, come non potrebbe essere diversamente, ma Mauro Pagani addensa anche molte cronache e storie italiane (e non) seguendo un tempo che si riverbera nella scrittura con un ritmo solido e un tono colloquiale, ma mai nostalgico. La rotta viene dettata dagli incontri, da quello con Salvatores che gli spalanca le porte del cinema, a quello, buon ultimo, con Guccini, quasi a completare una circumnavigazione della canzone d’autore. È proprio dentro queste molteplici forme di dialogo che la memoria si rigenera: trasformazioni, successi, fallimenti, scoperte diventano le note di viaggio che compongono le Nove vite e dieci blues, un racconto ricco di aneddoti, ma innestato su una trama solida, che Mauro Pagani sviluppa lasciando spazio al suo turbolento alter ego, il Fuggiasco e a dozzine di personaggi, il più delle volte ritratti con garbo perché, parafrasando le note di copertina del suo primo album solista, anche questo “non è un atto individuale, ma la conseguenza di un lavoro di gruppo”. Molto personali sono gli intervalli lirici, che, in filigrana, riportano Mauro Pagani su territori più conosciuti, quelli dei versi e delle canzoni, offrendo un’ulteriore prospettiva, ancora più intima, come si scopre in Da capo, a passo lieve: “Come ti senti? Come ti senti oggi? Come un avanzo in mezzo al niente, senza più voce, senza più memoria, senza contare niente? Come ti senti, ti senti come me”. Poi, un po’ per necessità, un po’ per passione, la ricostruzione del tempo perduto passa attraverso la lettura, che diventa a sua volta uno strumento per affrontare l’imprevisto e l’improbabile, e per ricollocare ogni cosa al posto giusto: “Ho anche ricominciato a leggere. Che meraviglia perdermi di nuovo tra le parole dopo anni nei quali il fare si era mangiato ogni minuto delle mie giornate”. Davanti al libro aperto, Mauro Pagani si ritrova con umiltà e stupore, lasciando infine un piccolo autoritratto, quasi una confessione spontanea: “A volte mi sono sentito stupefatto da tanta intelligenza e abilità di raccontare, a volte sollevato di non essere così vicino alla follia; consolato, in fondo, dall’essere un’anima semplice, capace di gioire senza troppe riserve”. Sincero.

lunedì 10 ottobre 2022

Andrea Berrini

Alle Metropoli d’Asia, Andrea Berrini ci arriva in punta di piedi, quasi per caso, seguendo una vocazione alla curiosità e alla scoperta che l’aveva portato prima in Africa, poi sul monte Ararat, un simbolico confine tra occidente e oriente. Già in quei passaggi Andrea Berrini non s’inventava novello Bruce Chatwin: la sua percezione da viaggiatore non si limita all’incanto e allo stupore, che comunque non mancano e hanno un ruolo specifico nell’affrontare le Metropoli d’Asia. Trasportarle nell’astrazione delle parole è a suo modo un altro tragitto perché, come dice ancora Andrea Berrini, “le metropoli, personaggi esse stesse, ho voluto raccontarle pescando storie un po’ a caso, sperando che le storie rendano conto anche dei temi. E che le differenze tra loro servano infine a esaltarne il tratto comune. Ero là, son passati pochi anni, questo era ciò che attraeva il mio sguardo, e ciò che ne racconto è la mia memoria”. Gli Sguardi su un altro futuro espressi dal sottotitolo maturano osservando i contrasti, le contraddizioni, le mutazioni e riconducendoli a un’esperienza personale, a una ricerca che non è soltanto geografica, o storica. Implica una metamorfosi più intima e profonda, alla quale non si può sfuggire. Succede già a Pechino, che è l’inizio e in qualche modo anche la fine, dove Andrea Berrini ammette che “lo sconosciuto di turno a volte sono io: una corsa in taxi è spesso un’avventura, pronuncio la mia destinazione sbagliando immancabilmente gli accenti in mandarino, e quindi pronuncio parole diverse da quelle che voglio”. Pechino è un labirinto: la censura, uno sviluppo economico feroce, la negazione della memoria, lo smog, l’evoluzione urbanistica e architettonica sono stranianti, tant’è che Andrea Berrini confessa di averla vissuta “come una lunga navigazione solitaria tra un approdo e l’altro”. A Kuala Lumpur, la sensazione è simile, ma con un’accelerazione che mette passato e futuro su un piano inclinato e ci si arriva con “una corsa cieca, come avere i paraocchi, buona introduzione a una città che già mi hanno descritto come una bolla di surmodernità, astratta da un paese fondamentalmente agricolo: quindi dai, restiamo dentro al videogioco, stiamo a vedere cosa succede”. Buon compagno di avventure è Brian Gomez, chitarrista, autore di Malesia Blues, poi imprenditore in una realtà fluttuante, ma non è un caso: una dopo l’altra, nelle Metropoli d’Asia si susseguono gli appuntamenti con editori e scrittori, che a volte volgono in amicizie, altre si rivelano momenti fugaci, di cui resta soltanto un alone di nostalgia. Da Hong Kong arrivano dispacci della rivolta degli ombrelli, le lotte per la libertà e la democrazia contro “l’armonia” del governo cinese, poi le contorsioni culturali di Singapore e Bombay, finché Andrea Berrini si convince che “valeva e vale la pena di guardarle da vicino, le città nuove dell’Asia, misurarle, imparare, preoccuparsene forse. Lasciarsene contagiare. Utilizzarle per riflettere su cosa siamo noi e ritrovare, visti da fuori, prospettiva. Un mondo che riproduce la modernità che noi abbiamo alle spalle, con tutto ciò che abbiamo perso, e che vagheggia un domani con cui anche noi dobbiamo fare i conti”. Si tratta di “immaginare la vita in un altrove” e il senso delle escursioni nelle Metropoli d’Asia è proprio questo, con tutti i limiti che Andrea Berrini sa riconoscere: sarà vero che la forma “sulla pagina è parziale perché non è che l’ultima tappa conclusa, e ci sarà un tempo per andare più in là”, ma intanto ha saputo renderle più vicine.

venerdì 30 settembre 2022

Luciano Federighi

In Confessin’ The Blues, Luciano Federighi un navigatore di lungo corso, ascolta le grandi voci del blues e del jazz cantare e, seguendole negli incontri, osserva gli sviluppi della musica nelle città. Da Los Angeles, che “sfugge perennemente allo sguardo, sorniona, informe, maliziosa, traditrice a San Francisco, dove, annota Luciano Federighi, “la realtà non abita i suoi marciapiedi, o meglio non li abita la realtà che conosciamo e che ci conforta” fino Las Vegas (“C’è genialità e potenza nell’orrore di questo strano, dilatato avamposto del mondo civile, in questo debordante fortino lambito dal niente”) è una ricerca assidua che coinvolge un moltitudine di cantanti: da Mike Henderson e Bill Henderson fino a Dee Dee Bridgewater, Luciano Federighi ricostruisce le interviste con una scrittura florida, rispettosa e discreta nei confronti degli interlocutori, ma approfondita nei temi e le adorna di una congrua dose di consigli discografici, e in quello Confessin’ The Blues si rivela una vera e propria miniera inesauribile. Gli aneddoti si sprecano, da Esther Phillips con una mazza da baseball a una rocambolesca e comica intervista telefonica con Etta Jones, eppure il cuore dei tête-à-tête restano le canzoni, la musica, le interpretazioni, le radici e se, come dice Johnny Otis, “quello delle influenze è sempre un gioco complicato da dipanare, un aspetto della tua evoluzione personale che è arduo sondare”, Luciano Federighi trova comunque il modo di chiedere conto di passioni e punti di riferimento e le personalità che emergono sono Dinah Washington, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan e, più di tutti, Billie Holiday. C’è spazio anche per ricordare altri grandi protagonisti e i nomi che ricorrono spesso sono quelli di Art Tatum, Cole Porter, Bill Evans, Frank Sinatra, Gene Krupa, Buddy Rich, Bill Evans e altri raffinati accompagnatori attenti a ogni singola sfumatura delle melodie, delle parole e degli umori degli interpreti. Per loro vale l’apologia che Luciano Federighi raccoglie parlando con Tony Bennett: “Troppe persone non si rendono conto del livello artistico straordinario che possono raggiungere gli strumentisti che improvvisano, i musicisti di jazz. Sono individui perlopiù estremamente dediti alla loro arte, capaci di lavorare duramente sul loro strumento. E ti insegnano anche a vivere; spesso i musicisti di jazz meritano di essere ascoltati, perché sono dei grandi filosofi, che compenetrano una visione lucida della vita con un loro peculiare romanticismo, la loro intensità di feeling”. Luciano Federighi dedica molta attenzione ai molteplici aspetti della vocalità (dalle prestazioni tecniche alla qualità dello svolgimento delle parole fino alla postura sul palco) anche se poi, in definitiva, ha ragione Little Jimmy Scott, quando dice: “Per me è tutta musica, e i sentimenti che canto non hanno confini”. Su questo Confessin’ The Blues è allineato e attraverso le voci e soprattutto il feeling di Mark Murphy, Carmen McRae, Pony Poindexter, Johnny Adams, Meredith d’Ambrosio, Bobby McFerrin, Betty Carter, Ray Bryant, Houston Person, Anita O’Day, Cassandra Wilson, Jackie Allen, Kevin Mahogany prende forma un’idea “lirico-musicale” della canzone in sé dalle origini blues fino a Broadway, Hollywood e Tin Pan Alley, ovvero una sontuosa saga americana. Per quanto eterogenea, la provenienza degli articoli e degli aggiornamenti non impedisce a Confessin’ The Blues di avere una continuità, una coerenza e una sua logica nel dipanare la natura della voce all’interno di musica di gran classe, ma più di tutto si snoda come una lunga, intensa celebrazione per “il jazz, la libertà creativa”, che comincia, curiosamente, con il sogno di un’intervista a Etta James. Ci voleva.

lunedì 26 settembre 2022

Mario Maffi

Come il fiume sfocia nel mare, per chi scrive è inevitabile affrontare lo scoglio della narrativa, anche dopo anni e anni di intenso lavoro saggistico. È proprio il caso di Mario Maffi che giunge al suo primo romanzo con una lunga e ricchissima serie di volumi alle spalle, in gran parte dedicati alla cultura anglosassone,  nello specifico all’America e dintorni. Proprio lì comincia Quel che resta del fiume: Rhys Campbell è un uomo tormentato da rimpianti e da solitudini, compresa la brusca separazione dalla moglie Alison, ma ha la fortuna di essere circondato da solide amicizie: Gisela e Tom, che vivono su una barca, Marc, con cui condivide gusti, chiacchiere e passioni (politiche) e, soprattutto, Annette che è stata e sarà qualcosa in più di un’amica. Ha trovato un modus vivendi, che poi definisce il ritmo singolare e gentile di Quel che resta del fiume: Rhys ama bordeggiare (un termine ricorrente nel corso del romanzo), come se, arrivato a un punto critico dell’esistenza, avesse deciso di limitare i danni, ma quando alla sua porta appare Belle, figlia dell’amico Sal, artista genialoide di cui ha perso le tracce da tempo, l’onda della vita riprende forza, tra ricordi e passaggi futuri, tra storie e memorie e una lunga teoria di emozioni condivise proprio con gli amici. Le occasioni non mancano: ci sono cibi, bevande, letture, le canzoni di Kris Kristofferson, The Köln Concert di Keith Jarrett, la fisarmonica e le danze quando Belle incontra Arsène e i suoi parenti della comunità cajun, uno dei momenti più vitali del romanzo. In quei frangenti i paesaggi sono quelli di James Lee Burke, con le luci, i riverberi e i riflessi acquatici che filtrano tra le righe, ma il tono e soprattutto i lineamenti caratteriali di Rhys ricordano il tratteggio di Richard Ford con meno pretese, e molto più cordiale. Seguendo turbamenti e gioie del protagonista, Quel che resta del fiume allinea le esplorazioni già note nei saggi di Mario Maffi e qui si va da Mississippi a Nel mosaico della città, dedicato al Lower East Side, perché protagoniste sono le città: New Orleans e la Louisiana sono il baricentro del presente verso il passato di Chicago, Kansas City e New York che è anche una tappa intermedia verso il futuro di Londra. Alle dissertazioni puntuali sulla forma, sull’architettura e sull’essenza delle metropoli, si alternano, nei dialoghi tra Rhys e gli amici, gli eventi simbolici all’inizio nel nuovo secolo.  Dopo Katrina, l’11 settembre, il disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, le guerre nel Medio Oriente, la crisi dei subprime del 2008, tutti i drammi americani che hanno così determinato la vita nel mondo. In realtà le scansioni temporali si confondono nella memoria e nello svolgimento della trama che è essenzialmente divisa in due parti, quella americana e poi quella europea (inglese, per la precisione) che si saldano proprio attraverso fitti orditi di storia e il minimo comune denominatore dei fiumi: il Mississippi, l’East River, il Tamigi. Lungo le rive si svolge una sottile rete autobiografica, e non soltanto per i viaggi americani: un po’ affiora in Marc, a partire dalla dedizione per i movimenti operai che sono un sottofondo costante in Quel che resta del fiume, ma in gran parte e ancora di più nel finale è proprio Rhys a inseguire Mario Maffi. All’appello manca solo Parigi (anche se il francese lo accompagna dal bayou all’East End), ma ci sarà occasione: i fiumi scorrono (più o meno) tranquilli, ma non si fermano mai.