Quando tratta di terra Giacomo Sartori non gli attribuisce un’aura filosofica o metafisica. Parla proprio del suolo, di Buche e Letame, dell’Aria e dell’Erosione. Essendo un agronomo abituato a calarsi nel fango e ad annusare e a scrutare ogni sedimento e a toccare con mano quello che poi racconta con garbo e passione sa che “la terra è groviglio e connessioni e bilanciamenti, continuo divenire. E sintesi”. Le osservazioni elencate da Giacomo Sartori sono più che ragionevoli: alla voce Pellicola, subito all’inizio, si percepisce già la natura tanto importante quanto fragile della terra: “Le radici e le reazioni della vita si ammassano in quella pellicola estremamente ridotta. Molti magnifici vini, i deliziosi porcini, e il pane e le patate, nascono lì”. Per essere sicuro di coglierne la dimensione, Giacomo Sartori è ancora più prosaico: “La nostra attuale alimentazione, ma anche quella del futuro, dipendono entrambe da questa esigua pellicina, che ricopre le aree emerse dove il clima è più clemente, come una glassa di gran qualità”. Questo strato ridotto di superficie si inserisce in un contesto molto più ampio e complesso e basta seguire le progressioni dei Lombrichi nell’omonimo capitolo per rendersi conto che “la natura è tutta una rete di legami, e tutto si intramezza, tutto si fonde, tutto si metamorfosa, con incessanti scambi di energia e perfino di geni”. Negli svolgimenti successivi, da Sostanza organica a Vita dalle Terre di montagna all’Acqua conducono a una conoscenza specifica: Giacomo Sartori è chiarissimo nell’esposizione che è ricca ed efficace nello stesso tempo, spesso frutto di esperienze dirette. La concentrazione che il Sillabario della terra dedica a uno specifico tratto dell’ambiente è sinonimo di un’attenzione di certo non sporadica, che racconta e spiega molto bene l’insostituibilità della terra e il rischio di ferite irreparabili, che cominciano dallo sfruttamento senza alcun limite, come se non ci fosse un domani, e come se fosse infinita. Il peso dell’agricoltura industriale, con tutti i suoi apparati meccanici e chimici, l’incidenza della Guerra non sono soltanto i limiti di uno sviluppo a senso unico, ma anche le deformazioni della percezione stessa della terra. Su questo Giacomo Sartori non esita a sottolineare le responsabilità che portano alle Terre avvelenate e ai Deserti ed è lapidario a ricordarci che “gli umani fanno i danni, e quando questi sono troppo gravi per essere riparati se ne vanno. Dalle loro devastazioni esala qualcosa di enigmatico, che sfugge alla logica e al buon senso”. Detto questo, il Sillabario della terra è una guida pratica a districarsi in quella che nell’introduzione di Paolo Pileri viene chiamata “una società sempre più innaturale” e lascia intravedere un equilibrio o se non altro una riflessione che non è più rimandabile perché come già diceva Wendell Berry in Il corpo e la terra: “Il collegamento con la terra è salute. E ciò che la nostra società fa del suo meglio per nasconderci è come la salute sia semplice e raggiungibile da tutti. Ci rimettiamo la salute, e creiamo malattie e dipendenze che sono fonte di profitti, perché non riusciamo a vedere i diretti collegamenti che esistono fra vivere e mangiare, fra mangiare e lavorare, fra lavorare e amare”. Utile, concreto, esplicito, il Sillabario della terra è un manifesto in cui leggere il futuro, prima che sia troppo tardi.
mercoledì 22 luglio 2026
giovedì 9 luglio 2026
Michele Casiraghi
Lo stile del falco è nitido, preciso, in rilievo. È un rapace, un predatore, segue l’istinto e la fame. Il falconiere è pieno di dubbi, incertezze, tentennamenti. È umano. Tra i due si sviluppa un’assiduità, una forma di dipendenza che li lega e nella reciprocità si manifesta come “un donare libero verso qualcosa di inafferrabile”. Le esigenze del falco sono semplici, spontanee, naturali. Aria, luce, acqua e sangue. Quelle del falconiere sono più complesse, a tratti nebulose: solo nel volatile, nella bellezza e nell’elegante essenzialità dei comportamenti, trova un riscontro tangibile. Il falco è sincero e conferma: “Lasciai presto il nido, nutrivo il bisogno di scoprire il mondo. Non era solo una curiosità ma una vera necessità”. Dalla madre, che lo accudiva e lo sfamava, al falconiere che lo lega, lo incappuccia, lo addestra. I bisogni primordiali sono appagati, forse la libertà ha un prezzo, e il falco si lascia sfuggire, con una saggezza tutta sua, che “basta sorvolare e tutto scorreva meglio”, e non è difficile cogliere la sottile ironia del caso. Eppure la simbiosi tra i due, per quanto riuscita, rimane provvisoria. L’Analisi di un rapace in picchiata osserva aspettative, limiti, opzioni, contraddizioni di un legame, mettendo in risalto il ruolo dell’altro, che, nel migliore dei casi, è imprevedibile ed è sempre così, non soltanto tra uomo e animale. L’equilibrio si incrina con un colpo di scena del tutto accidentale, ma efficace, che apre scenari inesplorati. Da quel momento, il falconiere, una volta conclusa la caccia ed espletati i rituali verso il falco è preda di affanni molto umani, troppo umani: “Non riesco a separarmi dalla sensazione che la vita sia avvolta dalla menzogna, da una farsa che si estende al modello culturale, politico e sociale di cui tutti si lamentano. Quell’angoscia nascosta nasconde un disegno più grande della maschera quotidiana, che non riesce a cadere”. Le parole di Shakespeare, Schopenauer, Bulgakov, Spinoza, Goethe, Freud, Plotino, Dante, per quanto richiamate nel corso di Lasciati assalire, concedono soltanto ipotesi e risposte parziali: il falconiere, ammiratore più di tutti di Oscar Wilde, riconosce che “un confronto con l’altro è lo specchio che riflette le cose al di qua della barricata”. Nella somma di vincoli tra falco e falconiere, la trasformazione che sottintende Lasciati assalire è imponderabile come l’agguato a una pernice ai margini di un bosco ed è lì che Michele Casiraghi trova una voce essenziale e raffinata, capace di attraversare più livelli di interpretazione e di attribuire alle personalità del falco e del falconiere i giusti connotati, anche quando si confondono all’interno di un rapporto ispido e di un dialogo improbabile, rendendo credibili i rispettivi tormenti. Lasciati assalire è un esordio originale e coraggioso quando prova a spiegare che “la natura è feroce e anche se proviamo a contrastare qualche raggio efferato, prima o poi girato l’angolo ci trafigge. Accettare la sensibilità e la debolezza, tenere il cuore scoperto e annegare arroganza e aggressività, è una difficile impresa. È in questi stati di apertura che le cose succedono e il mondo ti accoglie”. Il volo superbo del falco nel cielo sgombro di nuvole e i passi notturni del falconiere sugli antichi e levigati ciottoli della città stanno agli antipodi, ma hanno in comune la bellezza della vulnerabilità e dato che “il potenziale dell’imperfezione è troppo sottovalutato”, Lasciati assalire brilla nei contrasti di rifrazioni e ombre e nel conflitto di esseri (umani e non) che provano a trovare un accordo con se stessi.

